Appunti cosmici e note al margine dell’Universo

Immagine realizzata da Roberto Ziche e tratta dalla pagina Facebook Passione Astronomia

Questa immagine (tratta dalla pagina di divulgazione scientifica Passione Astronomia su Facebook) forse non sarà precisissima per quanto riguarda la scala, ma rende perfettamente l’idea delle dimensioni del pianeta che noi chiamiamo Terra. Nell’immagine vediamo il Sole sullo sfondo. Poi, in primo piano, da sinistra a destra: Mercurio, Venere, Terra e Luna, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno. Infine i pianeti nani: Plutone, Haumea, Makemake, Eris. La Terra, come si può notare, è solo un puntino microscopico e quasi invisibile all’interno del Sistema Solare. Se, poi, volessimo ingrandire la prospettiva, la Terra scomparirebbe del tutto e neanche ci si accorgerebbe della sua esistenza.

In sostanza, si può dire tranquillamente e senza timore di esagerare, che la Terra e la vita (in particolare quella umana) sono fenomeni di nessuna importanza, a livello universale. Un granello di polvere in uno spazio del quale è impossibile misurare la dimensione. Un granello di polvere destinato ad essere inglobato nel Sole, un giorno. Questo lo dice la scienza, non lo dice il solito scrittore con una fervida immaginazione. Nel mezzo di questo discorso, però, si frappone la superbia umana. Una caratteristica che mai nessuna altra specie riuscirà ad eguagliare, probabilmente e sperabilmente. La superbia di chi si crede non solo il centro del proprio pianeta, ma dell’intero universo. La superbia di chi, questo pianeta, lo distrugge senza remore, portando avanti le sacre leggi del capitalismo ad ogni costo. Imprecando contro Marx ed Engels, certo, perché la rivendicazione della propria ignoranza è una caratteristica saliente dell’essere umano lanciato verso l’autodistruzione. Vite buttate per compiere lavori degradanti e che nessuno farebbe mai, solo perché bisogna ‘guadagnarsi il pane’ mentre il destino della Terra è già scritto. Mentre, in sostanza, il granello di polvere risulta già essere una dimensione troppo grande per misurare la grandezza della Terra in rapporto all’Universo.

Quante vite sprecate, quante giornate gettate al vento tra mille impegni inderogabili con i quali molti si tengono occupati, pur di sbattere in faccia al primo che passa per strada la propria importanza. Un’importanza che, non c’è bisogno di sottolinearlo, va continuamente rinforzata e aumentata di grado. Soprattutto quando è un’importanza fittizia e autoproclamata. Ho mille impegni fondamentali, non ho tempo per parlare con te o per scriverti qualcosa e non m’importa se basterebbe un asteroide per spazzare via tutti gli umani in un colpo solo; non importa se il mio destino è già stabilito: la tomba per me e l’incendio apocalittico per la Terra intera. No. Non importa. I miei impegni inderogabili non si toccano. Parlare, avviare autentici contatti umani, mai. Leggere un libro e interessarmi di qualcosa di diverso da me stesso, mai. No, certo, perché ci sono i mille impegni che mi conferiscono importanza. Non sia mai che, per una volta, io sia in grado di spezzare il circolo magico di ignoranza, malafede e alterigia tipico degli esseri umani. Lungi da me questa possibilità! Vade retro, Satana!

Il nulla, dunque. Ecco cosa caratterizza la vita umana, il più delle volte. Arrabattarsi per guadagnare tre soldi con i quali mantenere in piedi una baracca traballante, mentre nemmeno si sa cosa accade nella vita e nella testa di chi ci sta intorno. Sofferenze isolate, ecco cosa sono gli umani. Sofferenze che, il più delle volte, non si possono nemmeno esprimere ad alta voce perché, altrimenti, chissà cosa potrebbero pensare o dire gli altri. E così, si tace. Si soffre in silenzio, sperando di essere in grado di guarire da soli le proprie ferite. Si scrivono libri mai letti da alcuno, per esprimere l’inesprimibile al quale nessuno è interessato, se non hai un marchio alle spalle che ti spinga avanti. Il tutto mentre la Terra procede inesorabilmente verso il suo appuntamento col Sole, tra qualche milione di anni. Viene da dire, riflettendo sull’immensità delle bellezze del patrimonio artistico mondiale e sulle meraviglie della Natura, che forse, a conti fatti, è un bene se la Terra sarà inglobata nel Sole, bruciando in un fuoco finalmente purificatore. Purificatore perché farà sparire, una volta per tutte, la specie umana con la sua brama di autodistruzione e di accanirsi a fare del male ai propri simili in qualsiasi circostanza. Noi umani non esistiamo nemmeno, a livello cosmico, tanto siamo minuscoli ed insignificanti, ma sarà forse un bene quando scompariremo per sempre, quando l’ultimo uomo sarà estinto. Finalmente non vi sarà più traccia di una specie che, pur potendo dedicarsi alla contemplazione delle meraviglie di cui il mondo è pieno, pur potendo cooperare per ottenere una vita buona per tutti, ha preferito massacrarsi per millenni sull’altare di guerre, religioni, idoli e soldi. Sarà solo un bene, quando questa specie scomparirà. Non ho dubbi.

A cosa può servire, in tutto questo, l’arte? A cosa può servire scrivere, nel mezzo di una realtà come questa? In effetti, è una battaglia persa. Specie quando nemmeno le persone cui la propria scrittura e la propria arte sono destinate, si prendono la briga di leggerla perché, inutile dirlo, non hanno il tempo. E non solo non hanno il tempo, ma nemmeno si rendono conto della dittatura del tempo nella quale sono immerse, giorno e notte.

Eppure, lo scrittore seguita a scrivere, così come l’artista seguita a portare avanti la propria arte. Perché costui lo fa? Perché ha qualcosa di irrinunciabile da dire. Perché vorrebbe, finalmente, riuscire a farsi sentire nel rumore di fondo di un mondo impazzito e votato all’autodistruzione per pochi spiccioli. Perché, in definitiva, continua a sperare che quanto dice riesca ad innescare un contatto umano, da qualche parte. Certo, perlopiù l’artista lo spera a vuoto, giacché solo una manciata di fortunati che ne hanno i mezzi e la fortuna (la quale, spesso, non premia i valorosi, ma gli stolti che si trovano al momento giusto al posto giusto con i soldi giusti) può raggiungere una certa quantità di umanità, sperando di innescare la miccia. Per gli altri, rimane più che altro il buio della marginalità. Chiunque siano. Un processo che ben riflette la nullità umana di fronte al Cosmo. La stessa nullità che si avverte farsi strada, prepotente, nei racconti di Lovecraft. Un universo popolato di mostri pronti a fare a pezzi gli umani che incontrano, senza bisogno di dare spiegazioni. L’abnormità dei buchi neri è quanto di più vicino ci sia, a mio avviso, all’orrore cosmico di Lovecraft. I buchi neri, che attirano a sé qualsiasi cosa, anche oggetti di dimensioni gigantesche, senza farli più uscire. I buchi neri, che non riflettono nemmeno la luce. A volte mi guardo intorno, da uomo e da scrittore, e tutto ciò che mi sembra di vedere, è un immenso buco nero travestito da mondo terrestre. Ogni cosa pare luminosa e potenzialmente buona, eppure seguita ad ingoiare, senza più risputarle fuori, un numero crescente di persone intrappolate in una routine che non hanno scelto, solo per tirare avanti un altro po’. Qualcosa di simile a quanto avviene in Matrix quando Neo, finalmente, si avvede che il mondo intorno a lui è formato solamente da una sfilza pressoché infinita di bit informatici che si susseguono senza sosta. Solo che per Neo questo passaggio conduce ad una consapevolezza portatrice di una soluzione ai problemi dell’umanità, mentre qui, nel mondo vero, la soluzione non c’è. Rimane solo il buco nero fagocitante, proprio come nella celeberrima scena del Moloch che ingurgita uomini in Metropolis di Fritz Lang.

L’artista e, ovviamente, lo scrittore in quanto anch’egli artista, è soltanto un umano sconfitto in partenza. Un umano costretto a lottare contro forze inesorabilmente più grandi di lui, alla ricerca di un contatto umano spesso impossibile. Eppure, persiste. Ma perché accidenti persiste, dunque? Ancora non lo avete capito? L’artista non persiste perché crede di poter ottenere qualcosa; non persiste in quanto sa che, prima o poi, agguanterà quel contatto umano al quale aspira. No. L’artista persiste per un’altra ragione. L’artista persiste perché non può farne a meno; l’artista persiste perché è come una sonda spaziale lanciata nel buio del Cosmo che, incapace di smettere, emette il suo segnale alla ricerca di un impossibile contatto. E, come una sonda spaziale, viaggia in regioni sempre più remote e sempre più lontane dal punto di partenza del suo viaggio, gettando in avanti il suo segnale perché non può fare diversamente. Perché è tutto ciò che sa fare. Perché è tutto ciò che gli rimane. E, nell’oscurità cosmica, seguita a procedere innanzi. Anche quando nessuno, ormai, lo vede più.

Pubblicato da gchiarol

Autore di romanzi e racconti con Meligrana Editore

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