I War Poets inglesi nella Grande Guerra – Robert Graves e Siegfried Sassoon

Un’altra storia alla quale sono molto legato è quella dei War Poets, un gruppo di scrittori inglesi, volontari durante la Grande Guerra, che poi hanno scritto della loro esperienza una volta tornati a casa. Sebbene alcuni, come ad esempio Rupert Brooke, Isaac Rosenberg e Wilfred Owen ci abbiano rimesso la vita, altri sono sopravvissuti. Qualche volta si sono perfino incaricati di far pubblicare i testi dei loro amici deceduti sui campi di battaglia in Europa o in Turchia.

In particolare, mi soffermerò qui su Robert Grave e Siegfried Sassoon, con qualche cenno a Wilfred Owen.

Robert Graves da giovane

Robert Graves, noto non solo per i molti testi di guerra ma anche per i molti libri sulla mitologia greca e romana, in realtà si chiamava Robert von Ranke Graves. Com’è chiaro, metà della sua famiglia veniva dalla Germania, cosa di cui i Graves andavano talmente orgogliosi da mantenere il doppio cognome, con cui iscrissero anche i figli a scuola. Le origini tedesche di Graves costituirono subito un problema per Robert, bersagliato costantemente durante la sua vita come “traditore” dell’Inghilterra a causa delle sue origini germaniche. Tra l’altro, questo del cognome tedesco fu un problema grave per molti, e ben al di là del caso di Graves. Anche Tolkien, ad esempio, avvertì come un peso il proprio cognome tedesco nel 1914, quando il pregiudizio contro qualsiasi cosa fosse anche vagamente tedesco prese il sopravvento in molti paesi, Inghilterra compresa. Se, però, nel caso di Graves o Tolkien, non il tutto non provocò mai loro difficoltà insormontabili, lo stesso non si può dire per molti altri. Furono tanti i cittadini inglesi con cognome tedesco (o sposati con donne o uomini tedeschi, oppure cittadini di nazionalità tedesca che lavoravano in territorio inglese) a subire soprusi, prevaricazioni e anche violenze, senza dimenticare l’odissea dell’internamento coatto di tutti i cittadini tedeschi residenti in Inghilterra per la durata del conflitto. È, questa, una pratica abominevole (messa in atto anche da quasi tutte le nazioni in guerra) contro i civili che sarà il primo vero banco di prova dei futuri lager nazisti, con i quali condivisero, sperimentandoli in anticipo, molte tristi modalità di reclusione, sopruso e applicazione della violenza.


Tornando a Graves, la sua parabola durante la guerra è abbastanza semplice: si arruola quasi subito, appena l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania, per giungere in Francia all’inizio del 1915. Qui combatte perlopiù lungo il famoso saliente di Ypres, la città belga rasa al suolo proprio durante la Grande Guerra e rimasta sulla linea del fronte fino all’armistizio e, nel 1916, partecipa anche all’offensiva della Somme (dove, tra gli altri, combattono a poca distanza anche Tolkien, Ernst Jünger, Adolf Hitler e diversi altri scrittori molto noti). Militare modello secondo i canoni dell’esercito britannico in guerra, Graves viene promosso rapidamente sul campo a tenente e poi capitano.

A seguito di una pesante ferita subita sulla Somme, rientra in Inghilterra per poi, in preda all’alienazione poiché non riesce a reinserirsi tra persone che non hanno mai visto la guerra se non sui giornali, fare richiesta di tornare in prima linea contro il parere dei medici. Emblematico, a tale proposito il capitolo della sua autobiografia dedicato ad un periodo trascorso in Inghilterra, durante il quale inizia a sentire il desiderio di tornare sotto le bombe, sul fronte occidentale, pur di non dover ascoltare i commenti di quanti popolano il fronte interno. Graves, quindi, rientra in prima linea. Dopo una decina di giorni di trincea, lo rispediscono, però, definitivamente in Inghilterra, dove resta in ospedale fin quasi all’armistizio. Graves soffriva, infatti, del cosiddetto shell shock, lo shock da bomba, ovvero la sindrome post traumatica da stress dovuta alla vita in prima linea, senza contare l’indebolimento sotto il profilo fisico che non gli consente più di prestare servizio al fronte. Impiegherà una decina d’anni, secondo la sua stessa testimonianza, a riprendersi mentre, quando passeggiava per le vie universitarie ad Oxford, non appena sentiva un rumore di una porta che sbatteva da qualche parte oppure avvertiva un odore strano di cibo, si gettava a terra tremando e tentando di ripararsi il corpo, come in trincea. Le sue memorie di guerra, disponibili anche in italiano, sono raccolte nel romanzo “Addio a tutto questo”, divenuto il suo testo di gran lunga più famoso, sebbene non sia un testo rigidamente testimoniale.

Merita una menzione il fatto che Graves venga, ad esempio, dapprima accusato di essere una spia tedesca al fronte (a causa di uno scambio di persona con una spia vera che si faceva chiamare Karl Graves) e poi il fatto che venga addirittura creduto ufficialmente morto per diverse settimane, mentre se ne sta vivo e vegeto in trincea. Una delle parti più interessanti della sua esperienza negli anni della Grande Guerra, però, riguarda il suo rapporto con l’altro poeta di guerra Siegfried Sassoon, suo grande amico. È qui che le cose paiono davvero essere frutto della fantasia di qualche prolifico romanziere.

Siegfried Sasson in uniforme, durante la Grande Guerra

Graves aveva stretto un rapporto di amicizia molto intimo con Siegfried Sassoon, un altro poeta inglese che si era già fatto un nome e che diverrà particolarmente noto in seguito ai suoi scritti di guerra. I due si influenzarono reciprocamente. Sassoon ammirava moltissimo il modo di scrivere di Graves e lo esortava a continuare a scrivere poesie, dandogli anche diversi consigli. I due, inoltre, si incontravano ad ogni occasione possibile, scambiandosi anche lettere in cui si confrontavano sul modo migliore di revisionare i propri scritti.
Sassoon si fece presto un nome anche in Francia, guadagnando la reputazione di ufficiale senza paura, che assumeva spesso gli incarichi deliberatamente più rischiosi, senza badare alle conseguenze possibili. Arrivarono perfino a soprannominarlo “Mad Jack” per questa sua attitudine alle azioni ultra rischiose e qualcuno sostenne di essere sicuro che Sassoon partecipasse a quel genere di operazioni nel tentativo di suicidarsi attraverso la guerra. In ogni caso, era chiaro che l’amico di Graves era soggetto ad una grave depressione dovuta in parte allo shock per la morte del fratello, avvenuta durante lo sbarco di Gallipoli in Turchia nel 1915 (uno dei peggiori disastri inglesi, con la regia di Churchill a progettare una sorta di azione suicida) e in parte alla sua stessa esperienza al fronte, in Francia.
Sassoon, profondamente idealista ed estraneo alla logica militare, stava cominciando a manifestare idee potenzialmente pericolose, come Graves stesso (il quale era un tipo molto più pragmatico e con i piedi per terra) ebbe modo di riscontrare.

Nel 1917, Sassoon decise di scrivere una lettera aperta ai giornali. In breve, la lettera denunciava pubblicamente gli orrori delle trincee e dichiarava senza mezzi termini che la responsabilità della continuazione della guerra ricadeva direttamente sui generali e sui politici i quali, senza alcun riguardo per la vita dei soldati, gettavano benzina sul fuoco del conflitto, prolungandolo inutilmente. Il fatto incredibile è che, nonostante la censura e la pesante limitazione dei diritti civili in Inghilterra e in molte altre nazioni, in pieno 1917 la lettera di Sassoon sia stata pubblicata integralmente.
In Inghilterra si scatenò un pandemonio e, come Graves aveva intuito (ma Sassoon non aveva voluto dargli retta), tutti si scagliarono violentemente contro quest’ultimo, il soldato pieno di ardore in battaglia, Mad Jack, il quale rinnegava la guerra e ne sosteneva l’assurdità. Il comando inglese non si scompose più di tanto, limitandosi a spedire Sassoon dritto davanti alla corte marziale.

A questo punto, accadde un altro fatto quasi incredibile. Graves, profondamente allarmato per la sorte dell’amico, si rese conto che certamente il processo si sarebbe concluso con una esemplare condanna a morte, da servire su un piatto d’argento ai giornali e all’opinione pubblica inglese. A quel punto Graves (il quale aveva già avuto esperienza del funzionamento dei tribunali militari, essendo stato chiamato occasionalmente a farne parte), tenta il tutto per tutto. Senza avvertire Sassoon, sempre più preso da una sorta di delirio che gli fa credere di poter far interrompere, con le sue sole forze, la guerra, Graves si informa e, venuto a sapere i nomi dei membri della corte marziale che dovrà giudicare Sassoon, avvicina l’ufficiale che secondo lui è più malleabile e lo convince che l’amico è vittima del cosiddetto shell shock e che, in seguito ad una crisi di nervi, abbia scritto la famosa lettera ai giornali. La corte marziale, seguendo l’opinione dell’ufficiale avvicinato da Graves dichiara, così, Sassoon vittima dello shock da bomba e lo spedisce a curarsi in Inghilterra, presso l’ospedale di Craiglockart, specializzato nella riabilitazione di questo genere di traumi.
Ma la storia di Graves e Sassoon (e della lettera contro la guerra) non finisce in modo tanto semplice.

Nel 1917, dunque, Sassoon giunge all’ospedale di Craiglockart. Sebbene ancora i metodi siano primordiali, l’Inghilterra è all’avanguardia nel trattamento di questo genere di problemi. Qui, in ospedale, Mad Jack incontra proprio l’amico Robert Graves, il quale si trova lì, come detto più sopra, dopo essere stato rimandato indietro dal fronte occidentale.
Graves mantiene il riserbo assoluto sulla sua azione di influenza sui militari che hanno giudicato Sassoon per la faccenda della lettera spedita ai giornali e tiene per sé la soddisfazione per aver evitato la sicura fucilazione del grande amico. Durante la permanenza a Craiglockart, lo osserva mentre, tra attacchi ora di idealismo, ora di depressione, cerca di farsi una ragione del fallimento del suo appello contro la guerra. Nulla, infatti, è cambiato. Come Graves aveva intuito subito, la lettera del suo amico scrittore, sebbene pubblicata senza difficoltà , e senza censure, non ha prodotto alcun risultato apprezzabile. Ad ogni modo, Sassoon è vivo, anche se non domato e questo per Robert Graves è sufficiente.
Mentre i due si trovano a Craiglockart parlando di guerra, ritorno al fronte e poesia, conoscono un altro ufficiale appena rientrato dalla Francia e vittima di shock da bomba a sua volta. È Wilfred Owen, un ragazzo dall’aria innocente con il passatempo della poesia. Owen, dopo essere rimasto sepolto, da solo, per tre giorni sotto i detriti dello scoppio di una granata tedesca con soltanto una candela a fargli luce, ha rischiato la fucilazione per codardia. Il comandante della sua trincea sulla Somme, infatti, non credeva all’esistenza dello shock da bomba e, vedendolo tremare in preda a pesanti vuoti di memoria, l’aveva minacciato di denuncia e fucilazione, sostenendo che quelli di Owen fossero dei chiari segnali di codardia. Fortunatamente per Owen, però, il medico militare della dressing station più vicina, non la pensa così e lo spedisce nelle retrovie, dove lo inviano in Inghilterra, a Craiglockart.

Wilfred Owen

Sassoon, così come anche Graves, intuisce subito il talento del giovane ufficiale e lo invita caldamente a scrivere, scrivere e scrivere poesie, dandogli moltissimi consigli per migliorare i suoi scritti. Owen diviene, così, molto amico di Sassoon e anche di Graves, tanto da partecipare perfino al matrimonio di quest’ultimo, nella primavera del 1918.
Sarà proprio nel 1918 che Sassoon, nonostante sia un sorvegliato speciale per il comando inglese, verrà rimandato in Francia, in prima linea. Pare che Owen, influenzato profondamente dall’amico poeta, abbia preso da qui la sua decisione di farsi rimandare a combattere a sua volta, durante l’estate. Ai primi di settembre del 1918, combattendo di nuovo sul fronte occidentale, Owen viene anche decorato con una medaglia al valore militare, sebbene non riuscirà mai ad indossarla sull’uniforme.

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1918, una settimana prima dell’armistizio, Owen partecipa ad una delle ultime sanguinose offensive dell’esercito inglese. Presso il fiume Sambre, dunque, gli inglesi subiscono una carneficina notevole e, tra i deceduti, c’è anche Owen.
Una settimana più tardi, mentre le campane suonano a festa in Inghilterra per la firma dell’armistizio, la madre di Wilfred riceverà la lettera che le comunica la morte del figlio. Anche Robert Graves apprenderà la notizia quello stesso giorno, quando viene siglato l’armistizio, dopo quattro feroci anni di guerra.

La tomba di Wilfred Owen nel cimitero di Ors, in Francia

Sarà, dopo il conflitto, Sassoon, il suo mentore, a far pubblicare per la prima volta in volume, postume, le poesie di Owen. Oggi Wilfred Owen è considerato universalmente il più famoso e dotato poeta di guerra, studiato ovunque in Inghilterra (ma in italiano mai tradotto). Da allora, quando si dice War Poets, subito l’associazione di idee porta a Wilfred Owen.
Dopo la guerra, ciascuno riprenderà lentamene e faticosamente la propria vita, con Graves a fare i conti con lo shock da bomba e a tentare di costruirsi una vita letteraria. Nel 1927 pubblica per la prima volta Goodbye to all that, Addio a tutto questo, il suo famosissimo memoriale di guerra. Nel frattempo, dopo molti anni dalla fine del conflitto, ha confessato a Sassoon di essere stato lui ad influenzare il tribunale militare, consentendogli di avere salva la vita, nel 1917. Sassoon, idealista fino all’eccesso come sempre, prende la cosa come un’offesa personale e sostiene che Graves non avesse alcun diritto di agire in quel modo. Secondo Sassoon, sarebbe stato molto meglio se Graves avesse consentito al comando inglese di condannarlo a morte. Nonostante Graves tenti di farlo ragionare, Sassoon è irremovibile e tronca ogni rapporto col vecchio amico poeta. Fu anche questo, una decina d’anni dopo la fine della guerra, a far decidere Graves per l’abbandono del suolo inglese, da cui il titolo del suo famoso testo di memorie.

Storie di donne fuori dal comune – Vera Brittain, l’infermiera di guerra

Forse un giorno splenderà di nuovo il sole,

vedrò che il cielo è ancora azzurro

e scoprirò ancora di non vivere invano,

anche se tu non ci sei più.

Vera brittain, forse (dedicata a r. a. l.)

Per molti leggere libri ambientati in guerra, soprattutto la prima guerra mondiale, è un ostacolo alla lettura. Da scrittore che ha calato il suo romanzo d’esordio nella prima guerra mondiale inglese, ne sono ben consapevole. Ho fatto molta fatica a convincere alcune persone a leggerlo, per via dell’ambientazione di guerra. Poi, una volta iniziato, tutti hanno detto che la cosa non è stata una difficoltà a completarne la lettura. Io parlo spesso di argomenti e libri inerenti la guerra. È proprio per questo che rivolgo, quindi, un caloroso invito a fare uno sforzo e a provare ugualmente a leggere, non solamente il mio libro.

Il testo di cui parlo oggi, dovrebbero leggerlo tutti a mio parere. Si tratta di un libro al quale sono particolarmente legato, sia perché è collocato all’interno della Grande Guerra inglese come il primo dei miei romanzi, sia perché le sue atmosfere mi hanno sempre profondamente coinvolto. È, questo, un libro interessante non solo per le donne, ma anche per gli uomini i quali, per una volta, possono imparare qualcosa di diverso. Sto parlando di Testament of youth di Vera Brittain, edito in italiano col titolo Generazione perduta.

Vera Brittain

Per qualcuno gli eventi chiave del testo sono, forse, già noti. Resta il fatto che lo stile davvero poetico della Brittain e la sua testimonianza storica e umana sulla lotta di una donna sola contro tutti, a portare avanti la sua emancipazione personale, unitamente a quella di tutte le giovani donne dell’epoca, meritano anche oltre ogni altro argomento.

Il libro della Brittain , inoltre, è un raro esempio di memoriale, divenuto famoso, sulla Grande Guerra scritto da una donna. E non una donna qualunque. La Brittain, proveniente da una famiglia della ricca alta borghesia inglese, immersa nei migliori ambienti culturali e avida lettrice di libri, restituisce il clima di idealismo spinto all’estremo, quasi fuori luogo verrebbe da dire, con cui lei e le persone che le sono più care si pongono verso la nuova guerra che incombe.

Il libro inizia ripercorrendo la vicenda della Brittain, a partire dall’ammissione ad Oxford scontrandosi con pregiudizi antifemminili di ogni genere (siamo ancora nell’epoca in cui a poche ragazze è consentito l’accesso all’università, previo superamento di esami durissimi, e la laurea per le donne è vietata). Dopo essere riuscita a superare gli esami di ammissione, la Brittain entra ad Oxford, dove conosce il fidanzato Roland Leighton, studente modello sempre primo in tutti i concorsi per studenti dell’ateneo. Roland, dopo un primo periodo d’incertezza durante il quale sente di non poter restare ancora a lungo a casa mentre decine di migliaia di suoi coetanei si trovano già sul fronte occidentale, sarà infatti il primo, tra i conoscenti della Brittain, a partire per la Francia. Lei, disperata, continuerà per tutta la vita a domandarsi cosa c’entri uno come Roland, giovane intellettuale di belle speranze, con il fango francese delle trincee da cui gli inglesi sparano ai tedeschi.

Roland Leighton, il fidanzato di Vera Brittain

Non molti mesi più tardi, mentre Roland è in Francia in seconda linea, anche Edward, l’amato fratello di Vera, decide di arruolarsi sulla base di motivazioni idealistiche al limite dell’assurdo ma che all’epoca, come la Brittain descrive benissimo, fecero molta presa su tutti loro. A quel punto, con il fidanzato al fronte e il fratello in procinto di partire (senza contare due carissimi amici, Geoffrey e Victor, anche loro già in prima linea), la Brittain decide di abbandonare gli studi tanto duramente voluti ad Oxford, per arruolarsi nelle VAD (Voluntary Aid Detachment), il corpo delle infermiere volontarie. Poiché, infatti, come donna, non può andare anche lei a combattere come il fratello e i più cari amici, Vera ha deciso di volersi impegnare nell’unico modo che le è possibile: negli ospedali militari, a curare i soldati feriti al fronte.

Una volta assegnata ad un ospedale militare in Inghilterra, il suo carattere dovrà scontrarsi con pregiudizi ancora peggiori di quelli già conosciuti all’università. Le infermiere professioniste, infatti, non tollerano la presenza delle volontarie e, convinte che non sappiano fare nulla e siano solo delle ragazzine viziate, assegnano loro ogni genere di incarico di basso livello. Ecco come la Brittain finisce a pulire latrine, svuotare cateteri e a svolgere incarichi avvilenti. Occorreranno decenni prima che gli storici restituiscano il giusto posto alle VAD, chiarendo che senza di loro il sistema della sanità inglese di guerra sarebbe probabilmente  collassato. Durante il conflitto e anche dopo, invece, permangono il pregiudizio e la discriminazione delle VAD pagate, tra l’altro, due soldi e prive di qualsiasi indennità. Sarà durante il suo durissimo lavoro da infermiera, che Vera Brittain attraverserà alcuni eventi che determineranno un cambiamento definitivo in tutta la sua vita futura.

La storia di Vera Brittain, come dicevo all’inizio, ad alcuni è certamente già nota ma vale la pena ripercorrerla ugualmente.

Roland trascorre buona parte del 1915 in Francia, senza mai partecipare ad alcun combattimento. Infatti, con suo dispiacere, viene sempre assegnato ad incarichi lontani dalla prima linea. Da giovane intellettuale animato dai più alti ideali patriottici, Roland vorrebbe dare il suo contributo in veste di combattente e scalpita per essere mandato più vicino al fronte. Vera, al contrario, si rallegra segretamente del fatto che il fidanzato trascorra il suo tempo in incarichi non troppo rischiosi, mentre prosegue il suo lavoro di infermiera volotaria, sentendosi spesso e volentieri sfinita dalle fatiche fisiche e dalle preoccupazioni per Roland.

Si giunge, così, al dicembre del 1915, quando Roland annuncia alla fidanzata di aver ottenuto una licenza da trascorrere il Inghilterra dal 24 dicembre fino a capodanno. Vera, felice per la notizia, inizia a contare i giorni che la separano dal rientro di Roland in terra inglese, sognando ad occhi aperti di essere accanto a lui, finalmente.

La tomba di Roland Leighton nel cimitero di Louvencourt, in Francia

Il 24 dicembre, mentre all’ospedale Vera e le altre infermiere finiscono di sistemare gli addobbi per il Natale, giunge inaspettatamente una telefonata per lei. Le viene annunciato che Roland Leighton è morto il giorno precedente in una trincea di prima linea, poco prima di iniziare il viaggio che avrebbe dovuto condurlo a prendere la nave per l’Inghilterra. Tempo dopo, Vera verrà a sapere che Roland è morto per una tragica fatalità. È stato, infatti, colpito da un cecchino tedesco, mentre si recava ad ispezionare la posa di un tratto di filo spinato. Il precedente comandante della trincea, andatosene via in fretta qualche ora prima dopo aver ricevuto il cambio proprio da Roland e dai suoi compagni, ha dimenticato, nella concitazione del momento, di avvertirlo che c’è un punto preciso della trincea lungo il quale bisogna accucciarsi a terra per non essere colpiti a morte. Proprio in quel punto, Roland è stato colpito mentre procede, ignaro, in piedi.  

Nel 1916, mentre la depressione si fa strada in lei, la Brittain insiste nel suo proposito di fare l’infermiera, ma apprende che un amico prete di nome Geoffrey, anch’egli un giovane di belle speranze, è morto durante un combattimento, in Francia. In seguito, mentre Vera si trova a Malta per un nuovo incarico negli ospedali militari inglesi, riceve la notizia del ricovero di Victor, un altro caro amico, in Inghilterra a seguito di ferite riportate sul fronte occidentale. Decide, su due piedi, in un impeto di disperazione, di rientrare in Inghilterra anche lei, per sposarlo. Dopo aver perso Roland, la Brittain pensa così di dare un senso alla sua vita, sebbene si renda conto della follia della sua decisione. Dopo il lungo viaggio per rientrare da Malta, appena arrivata all’ospedale dove Victor è in cura, Vera si scontra con la dura realtà della situazione e capisce immediatamente che qualcosa non va, nel suo vecchio amico. Si è rotto qualcosa in lui a livello psicologico. È irriconoscibile come uomo, al di là delle ferite. Nell’arco di un paio di giorni, in ogni caso, Victor muore sul suo letto in ospedale.

Edward Brittain, il fratello di Vera

A questo punto, mentre Edward, anche lui arruolatosi e destinato al fronte francese, sembra essere l’unico a sopravvivere a tutti i combattimenti (è, ad esempio, tra i superstiti del primo giorno della battaglia della Somme, alla quale anche il protagonista del mio libro partecipa e che produce quasi 20 mila morti e circa 40 mila uomini fuori combattimento, solo tra gli inglesi), anche Vera viene assegnata ad un ospedale sul fronte occidentale.

Si giunge, così, al 1918 quando, nel mese di giugno, Edward Brittain si trova ad Asiago, in Italia. È stato, infatti, selezionato per far parte del contingente britannico inviato a sostenere gli italiani dopo il disastro della dodicesima battaglia dell’Isonzo, più nota da noi col nome del piccolo paese di Caporetto. Qui, sulle montagne italiane, Edward, promosso capitano giovanissimo, durante un attacco ad una postazione austriaca avvenuto il 15 giugno, rimane ucciso sulle pietraie dell’altopiano vicentino, a soli 22 anni. Ancora oggi si trova sepolto nel cimitero inglese di Granezza, in mezzo ai boschi di Asiago.

La tomba di Edward Brittain nel cimitero di Granezza, ad Asiago

Una delle parti eccezionali delle memorie della Brittain riguarda l’immediato dopoguerra, quando si reca in pellegrinaggio prima in Francia, sulla tomba del fidanzato Roland e poi ad Asiago, su quella del fratello Edward, per poi visitare la Germania di Weimar, appena uscita sconfitta dal conflitto. È durante questo viaggio che lei, con un’onestà spesso impossibile da riscontrare nei testi memoriali dei soldati, ammette candidamente che la guerra è stata inutile; che lei, il fratello e tutti i suoi amici hanno creduto in ideali sbagliati, concludendo che la loro morte è stata completamente insensata. Questo, però, non le impedisce di impegnarsi a fondo per i diritti delle donne, di riprendere gli studi universitari (nel frattempo anche le donne possono finalmente laurearsi) e di dedicare le proprie energie a molte nobili cause. Si tratta di una testimonianza umana di spessore enorme, anche in relazione alle lotte per i diritti delle donne. Da leggere con attenzione, senza farsi fermare dalla presenza del tema della guerra.

La Rosa Bianca, una storia di antinazismo durante il Terzo Reich

Così come il mio ultimo libro parla di alcuni cittadini tedeschi antinazisti, vorrei almeno accennare ad una storia vera di persone antinaziste, sebbene essa abbia caratteristiche molto diverse da quella del mio romanzo. Non si parla spesso di tedeschi antinazisti, durante il Terzo Reich di Hitler, e proprio per questo assume una certa importanza affrontare l’argomento.

Sophie e Hans Scholl, Willi Graf, Alex Schmorell, Cristoph Probst e Kurt Huber. Questi i nomi degli animatori del gruppo della Rosa Bianca, in Germania, durante il regime nazista. Tutti più o meno ventenni, a parte il professor Kurt Huber. Tutti ghigliottinati nel 1943.
È impossibile non provare una stretta al cuore leggendo la loro storia e venendo a contatto con le parole di alcuni di loro. Erano tutti ragazzi brillanti, tutti studenti universitari nei loro anni migliori. Sebbene in Germania non si sia mai formato un movimento organizzato di resistenza contro i nazisti, è giusto ricordare che non tutti i tedeschi furono nazisti.
La colpa dei ragazzi della Rosa Bianca era semplice: aver stampato e diffuso volantini pacifisti, che veicolavano idee opposte a quelle del regime nazista. La Rosa Bianca era contro la guerra e contro lo sterminio degli ebrei e degli oppositori politici. La Rosa Bianca diffuse migliaia di volantini nei quali, pacificamente, tentava di risvegliare la coscienza dei berlinesi. Inutilmente. Pochi giorni prima di essere arrestato, Willi Graf scrisse con la vernice sul muro della sede della Gestapo la parola “libertà”. Graf, per dire, era il classico tedesco biondo facilmente identificabile come ariano dalla propaganda nazista. Era uno studente universitario di medicina, con esperienze nell’esercito al fronte, sia occidentale sia orientale, come tirocinante infermiere dell’esercito. Uno che era stato costretto a fare il suo dovere anche militare, ma che non aveva mai cambiato idea sui nazisti. Eppure fu arrestato e gettato senza problemi in prigione, insieme ai suoi compagni.

I membri della Rosa Bianca, da sinistra a destra. Sopra: Alexander Schmorell, il professor Kurt Hubner e Cristoph Probst. Sotto: Hans Scholl, Willi Graf e Sophie Scholl

Questo per ricordare che il regime nazista non colpiva soltanto gli ebrei, ma anche i cittadini tedeschi che corrispondevano alle caratteristiche “giuste” sulla razza, secondo i criteri nazisti. È doveroso ricordare come, nonostante ancora oggi troppe persone non ne siano consapevoli, i primi campi di concentramento datino fin dagli anni 1933/34, quando al loro interno gli ebrei erano pochissimi. I primi campi, infatti, furono edificati per gli oppositori politici, in particolare membri di tutti i livelli del partito comunista, operai politicamente orientati, sindacalisti e dirigenti dei partiti politici di sinistra, compresi quelli della SPD e non solo i comunisti. Fu soltanto più tardi che gli ebrei diventarono l’obiettivo primario del regime del Terzo Reich, cos’ come fu solamente dopo l’inizio della guerra che una realtà come Auschwitz (spesso nominata a sproposito) vide la luce. Tra l’altro, nei primi anni della sua esistenza, nemmeno Auschwitz aveva come suo scopo principale lo sterminio.

Torniamo, però, alla Rosa Bianca e ai suoi membri. Tutti loro, compreso il professor Huber, un insegnante universitario antinazista che partecipava alle loro riunioni, furono ghigliottinati nel corso del 1943, dopo essere stati arrestati dalla Gestapo e processati. Un processo farsa, naturalmente, durante il quale furono, senza eccezione, costretti ad assistere impotenti alla messinscena preparata per condannarli a morte. Nessuno dei membri della Rosa Bianca rinnegò i propri ideali, né fece alcunché per nascondere le proprie opinioni antinaziste, durante il processo.

Uno di loro, Cristoph Probst, aveva moglie e figli, nonostante la giovane età. Gli altri cercarono di salvare almeno lui, per consentirgli di vederli crescere. Tentarono di far leva sull’umanità dei giudici, ma fu tutto inutile. D’altronde si trattava pur sempre di un processo politico e i magistrati sapevano benissimo che per loro era decisamente più conveniente rispettare il copione previsto.

La storia della Rosa Bianca e dei suoi membri è, ancora oggi, poco conosciuta. Per questo merita di essere raccontata, ancora e ancora, facendola conoscere come esempio di umanità nel bel mezzo della barbarie. Tutto ciò sembra essere ancora più vero oggi, mentre negli Stati Uniti una scia lunghissima di ingiustizie, che affondano le radici fin nella guerra civile ottocentesca, stanno portando a conseguenze gravi ma, purtroppo, del tutto prevedibili. E non sembri fuori luogo il paragone tra le ingiustizie delle quali furono testimoni i ragazzi della Rosa Bianca e quelle degli Stati Uniti di Trump.

Per concludere, ecco alcune delle parole lasciateci da Sophie Scholl, attivista della Rosa Bianca. Sophie era una ragazza solare, che i nazisti non riuscirono mai a tenere sotto controllo, nemmeno nel giorno dell’esecuzione.

Sophie Scholl

“Il danno vero è costituito da quei milioni che vogliono ‘sopravvivere’. L’uomo onesto che vuole soltanto essere lasciato in pace. Coloro i quali non vogliono le loro piccole vite disturbate da nulla di più grande di se stessi. Quelli che non prendono mai una parte, quelli senza cause. Coloro che non passeranno all’azione con le loro forze, per paura di mettere in discussione la propria paura. Coloro ai quali non piace mettersi in mostra – o avere nemici. Coloro per i quali la libertà, l’onore, la verità e i principi sono solo letteratura. Chi vive in piccolo, muore in piccolo. È l’approccio riduzionista alla vita: se lo mantieni piccolo, lo tieni sotto controllo. Se non fai rumore, il mostro non ti troverà. Ma è solo un’illusione, perché anche loro muoiono, queste persone che raccolgono i loro spiriti in piccoli e stretti contenitori, in modo da essere salve. Salve?! Da cosa? La vita corre sempre sul filo della morte; le strade strette conducono negli stessi posti delle grandi vie, e una piccola candela si consuma esattamente come una grande torcia fiammante. Io ho scelto il mio modo di bruciare.”

Le sue ultime parole, scritte di nascosto subito prima dell’esecuzione, furono: “È una così bella giornata, piena di sole e me ne devo andare… Che importanza ha la mia morte se, attraverso di noi, migliaia di persone saranno risvegliate e chiamate all’azione?”

La speranza è che il risveglio non si riduca all’illusione di qualche idealista sconfitto.

Reinhard Heydrich, la Bestia Bionda che non tutti conoscono

Proseguendo con alcuni articoli che spiegano alcuni aspetti collegati in modo più o meno diretto ai miei libri, oggi affronto un argomento tetro, durante uno dei periodi ancora più tetri del Novecento: il Terzo Reich di Hitler. Come ho esposto in modo più approfondito in questo video, è fondamentale continuare a parlare dell’ideologia fascista e nazista, oggi. A maggior ragione lo è alla luce dei recenti fatti che sconvolgono gli Stati Uniti.  

Proseguiamo, però, il discorso su Heydrich. Perché ho voluto dare proprio a lui un ruolo di primo piano nella Germania del Quarto Reich del mio libro, sebbene a più di qualcuno il suo nome dirà poco o nulla? I motivi sono molteplici ma, innanzitutto, la questione principale si riassume in tre parole: conferenza di Wansee.
Prima di arrivare lì, però, è necessaria qualche parola per far capire a chi non lo conoscesse perché Heydrich sia stato uno dei più feroci ed importanti dirigenti nazisti nella Germania di Hitler.

Reinhard Heydrich, la Bestia Bionda del Terzo Reich

Senza volerne fare una biografia completa, cosa impossibile qui, mostrerò gli elementi a mio avviso più rilevanti del personaggio. Da giovane, negli anni della Repubblica di Weimar, dopo essersi arruolato nei Freikorps, entra in Marina guadagnando il grado di sottotenente di vascello. In teoria, se si fosse trattato di chiunque altro, il giovane Heydrich avrebbe potuto ambire ad una carriera da ufficiale di tutto rispetto. Al contrario, comincia ad emergere subito il suo lato ambizioso (ma che sconfina con la più folle imprudenza), caratteristica che gli consentirà di fare carriera durante la fase nazista. Heydrich, fidanzato con la figlia del suo ufficiale superiore, decide di punto in bianco di lasciarla per un’altra donna. La giovane abbandonata, però, anziché stare in silenzio, racconta al padre l’accaduto e quest’ultimo, forte del suo grado e del suo curriculum, fa scoppiare uno scandalo. È così che Heydrich finisce sotto processo.

Non contento di essersi cacciato in un vespaio più grande di lui, lo scapestrato Heydrich insulta durante il dibattimento il suo superiore, convinto di poter fare ciò che vuole. Non trovandosi, però, nella Germania nazista, bensì nella Germania di Weimar del primo dopoguerra, Heydrich viene congedato con disonore dalla Marina e diventa, di fatto, un fallito privo di futuro o, per essere più precisi, questo sarebbe stato quasi il suo destino, se Hitler e il partito nazista non avessero preso il sopravvento, di lì a non molto.

Himmler (a sinistra) e Heydrich (a destra)

La sua fortuna, infatti, arriva durante il periodo nazista, quando Himmler sta organizzando i servizi di polizia per il nuovo stato concepito da Hitler. È a questo punto che Heydrich, si può ben dire, vince la sua lotteria personale: Himmler, su suggerimento di un uomo di fiducia, contatta Heydrich e lo arruola nel nuovo apparato di polizia, con l’incarico di raccogliere dei dossier contenenti informazioni compromettenti su una serie di persone che potrebbero nuocere al nuovo potere nazista. Pare quasi inutile sottolineare che i metodi di raccolta delle informazioni includono anche la fabbricazione di notizie e prove false, cosa nella quale Heydrich eccelle.
Da semplice funzionario di basso livello, Heydrich, grazie all’ambizione priva di freni che lo contraddistingue, sfrutta la mole di informazioni in suo possesso per avvicinarsi ad Himmler e ne ottiene l’amicizia. A quel punto, il più è fatto. Himmler, infatti, promuove Heydrich sempre più in alto, fino a renderlo responsabile, a fine anni Trenta, della Gestapo, del servizio segreto e delle Einsatzgruppen. Queste ultime sono dei corpi speciali incaricati di rastrellare gli ebrei (generalmente si tratta di rastrellamenti di enormi quantità di persone), portarli in campagna o in mezzo a qualche bosco, ed eliminarli in gigantesche fosse comuni, facendone perdere le tracce per sempre. È così che decine di migliaia di ebrei vengono uccisi, anche grazie all’infinito zelo di Heydrich, all’inizio della guerra.

Vale la pena ricordare, per inciso, come il suo mentore, Himmler, nel corso degli anni si sia distinto per l’insolita abilità nel ripescare diversi altri falliti dal dimenticatoio nel quale erano finiti, per trasformarli in perfetti e sanguinari dirigenti nazisti. Ne citerò, a titolo di esempio, solo due di grande rilievo (ma la lista è più lunga). Il primo è Theodor Eicke, un ex paziente di un ospedale psichiatrico il quale, fin dal 1933, diviene una delle figure chiave nella gestione della rete di campi di concentramento nazisti; il secondo è Odilo Globocnik, ripescato da Himmler dopo essere stato coinvolto in pesanti accuse di malversazione e anche lui figura di spicco durante lo sterminio nei campi dell’Europa dell’est. Successivamente, lo troviamo comandante durante l’occupazione nazista di Trieste (Globocnik, infatti, proveniva da una famiglia mista austro-ungarica proprio di Trieste). Tra l’altro Globocnik avrà un ruolo importante anche nella gestione e costruzione del campo di concentramento a san Sabba.

Tornando, invece, ad Heydrich, venuto inizialmente a contatto con il nuovo regime grazie alla moglie Lina von Osten e definito, non a caso, la Bestia Bionda, pare che alcuni lo ritenessero più pericoloso perfino di Hitler, a causa dell’ambizione sfrenata che lo animava e del modo invasato col quale perseguiva gli obiettivi nazisti.

Heydrich (sulla sinistra) insieme ad Himmler e Hitler

Nonostante un incidente occorsogli all’inizio della guerra, quando prestava servizio anche come pilota della Luftwaffe e nel quale fu abbattuto in territorio nemico mentre pilotava il suo aereo, la carriera di Heydrich non si ferma. Himmler e Hitler passano un brutto quarto d’ora, quando apprendono dell’abbattimento del velivolo di Heydrich, anche perché non erano stati avvertiti della sua intenzione di pilotare un aereo in un’azione di guerra. Questo episodio, che richiama l’imprudenza di Heydrich durante il processo quando era in Marina, molti anni prima, mostra uno dei lati del suo carattere che gli saranno fatali: l’imprudenza e l’arroganza nel credersi sempre nel giusto e al di sopra di tutto e tutti.
Dopo l’incidente, ad ogni modo, Heydrich viene nominato governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, un enorme territorio del quale diventa, nei fatti, dittatore assoluto, instaurando il terrore ovunque e facendo impennare il numero di morti, deportati e sospettati di azioni antinaziste (i quali, comunque, sono destinati ad una brutta fine).
Siamo verso l’inizio dell’autunno del 1941, ma la consacrazione definitiva ad altissimo dirigente nazista arriva per lui qualche mese dopo, nel gennaio 1942. È allora, infatti, che Heydrich, insieme ad un ristretto gruppo di capi nazisti, partecipa, alla presenza di Hitler, alla cosiddetta conferenza di Wansee. Si tratta di una riunione nella quale viene discussa la messa in pratica dell’eliminazione totale degli ebrei, la famigerata “soluzione finale della questione ebraica”.


A questo punto, però, mentre Heydrich e i nazisti seminano morte e distruzione ovunque, nasce l’Operazione Anthropoid. In breve, un piccolissimo commando addestrato in Inghilterra e composto da Jan Kubiš e Jozef Gabčik, entrambi fuoriusciti proprio dal Protettorato di Boemia e Moravia di cui Heydrich è dittatore, organizza un’azione disperata per realizzare un attentato per uccidere la Bestia Bionda. Kubiš e Gabčik, dopo essere stati paracadutati in territorio nemico, raggiungono Praga e, con l’aiuto di pochi collaboratori, riescono ad organizzare l’azione.

La Mercedes scoperta di Heydrich, dopo l’attentato

Una mattina di fine maggio 1942, Heydrich esce dalla sua residenza e si reca, insieme all’autista, a Praga su una Mercedes decappottabile. Uno dei due attentatori esce da dietro il grosso palo di un faro dell’illuminazione pubblica, impugnando una mitragliatrice la quale, mentre lui preme affannosamente il grilletto, si inceppa. Il suo compagno, allora, posizionatosi dietro la Mercedes, innesca una bomba a mano e la lancia contro l’auto, ma la bomba colpisce una ruota, anziché cadere al suo interno. L’autista muore, ma Heydrich riporta soltanto ferite leggere. Mentre i due attentatori si dileguano, Heydrich tenta addirittura di sparare ai suoi attentatori, ma perde i sensi e viene trasportato all’ospedale di Praga. Le ferite sono lievi, ma pare che i farmaci necessari per curarle manchino e, dunque, dopo alcuni giorni in cui le condizioni della Bestia Bionda peggiorano gradualmente, sopraggiunge la morte.

Heydrich e la moglie Lina von Osten il giorno prima dell’attentato, lla sera del 26 maggio 1942

Nel frattempo, Kubiš e Gabčik trovano riparo nella chiesa dei santi Cirillo e Metodio, dalla quale, però, non sanno più come uscire senza dare nell’occhio. I nazisti, intanto, non stanno con le mani in mano e, dopo un iniziale nulla di fatto nelle indagini, riescono a trovare la pista giusta, grazie ad un delatore. Vengono mandati decine e decine di uomini armati fino ai denti presso la chiesa di Cirillo e Metodio per stanare gli attentatori, ma i nazisti hanno fatto male i conti. Per accedere alla chiesa, infatti, è necessario, passare attraverso lo stretto portale d’ingresso ed è così che Kubiš e Gabčik, ancora armati, falciano un’enorme quantità di soldati nazisti. Una facile operazione di cattura di due attentatori rinchiusi in una chiesa, si trasforma in una carneficina, per i nazisti.
Alla fine, però, potendo contare su uomini e armi in quantità infinita, questi riescono ad entrare nella chiesa, mentre i due attentatori si rifugiano in un seminterrato per l’ultima resistenza. Finché hanno munizioni, i due sparano e uccidono. Quando queste terminano, Kubiš e Gabčik prendono una pastiglia di veleno che hanno tenuto sempre con sé, mettendo in atto l’ultima beffa ai danni dei nazisti. Quando questi giungono, infine, nel seminterrato, trovano i due uomini già morti: una carneficina, costata la vita a una quantità spropositata di soldati, per catturare due uomini morti.


La rappresaglia, mentre a Berlino si celebrano sontuosi funerali di stato per l’eroe del nazismo, è durissima e sproporzionata. I morti e i deportati raggiungono cifre ancora più alte del solito, ma la Bestia Bionda, ormai, non c’è più, sconfitta proprio dalla sua imprudenza nel voler circolare senza scorta, a bordo di un’auto decappottabile.


Per testimoniare l’importanza attribuita ad Heydrich all’interno dello stesso apparato nazista, basti dire che l’operazione di eliminazione degli ebrei portata avanti fino alla fine della guerra dall’apparato nazista, sarà ribattezzata Aktion Reinhard per ricordare la defunta Bestia Bionda.


Quale personaggio migliore, dunque, di Heydrich per guidare un ipotetico Quarto Reich, qualora l’attentato della primavera 1942 a Praga non avesse avuto successo, come del resto rischiò molto da vicino?

Due estratti dal romanzo La crepa (Meligrana Editore, 2019)

Il romanzo, come ho spiegato più ampiamente qui, è ambientato durante il secondo dopoguerra, ma immaginando un’evoluzione storica nella quale la Germania nazista esce vincitrice dal conflitto. Il primo estratto si svolge mentre il protagonista, Marius Klein, si sta preparando per un incarico dell’ultimo minuto come impiegato all’accoglienza dei delegati ad una conferenza del partito nazista. In particolare, viene descritta la nuova realtà del Quarto Reich, nel quale Rienhard Heydrich è il capo indiscusso della nazione. Nonostante le apparenze più presentabili, il regime del dopoguerra non è meno letale del Terzo Reich hitleriano.

Qui sotto il testo tratto dal romanzo. Per chi desidera, subito sotto, c’è anche un video in cui leggo una parte leggermente più breve dello stesso brano.

La crepa, Meligrana Editore 2019

Fui puntuale, come sempre. Alle 18 del giorno successivo mi presentai come richiesto, presso la sala conferenze Hindenburg e presi servizio per il mio incarico di emergenza. Come avevo sospettato fin dal primo momento, si trattava esattamente di quanto avevo immaginato: aprire lo sportello dell’auto ai delegati in arrivo per la conferenza. L’addetto al quale per primo fui indirizzato e che mi indicò i camerini dove avrei indossato la divisa, ci tenne a farmi conoscere il titolo della conferenza: Il problema della razza nel Quarto Reich. Evoluzioni, nuove pratiche, stabilizzazione internazionale. Durante il regno della Bestia Bionda non si parlava più di soluzione finale, né di campi di eliminazione, bensì di evoluzioni, nuove pratiche e stabilizzazione internazionale. Questo era stato il capolavoro di Heydrich e della sua cerchia: riuscire nell’intento di rendere presentabile il volgare programma di eliminazione sotto il Terzo Reich di Hitler. Modificando opportunamente le parole d’ordine e chiudendo i centri di detenzione ormai sotto gli occhi di tutti, avevano fatto credere al mondo di aver accantonato il capitolo genocidario della storia tedesca. Poi era stato sufficiente eliminare dalla scena le grossolane uniformi delle SS e dei reparti della Hitlerjugend e il miracolo era stato completo. Il Terzo Reich si era trasformato senza problemi nel Quarto: uno stato di polizia in cui, utilizzando un linguaggio anestetizzato, si compivano ugualmente crimini e ingiustizie ai danni dei più deboli – gli stessi di prima, ovviamente – e la lotta senza quartiere ai poveri era divenuto un dovere civico per tutti. Mio padre Franz me l’aveva detto una volta, ma ero troppo giovane per capire appieno il significato delle sue sibilline parole. “Non c’è regime autoritario che non abbia come suo obiettivo primario la lotta contro i poveri, Marius. Più sono ricchi e potenti, più odiano i poveri. E ricorda: più sono dei volgari ignoranti, più odieranno ancora di più i poveri” aveva ammonito mio padre. Aveva ragione. Con l’avvento della Bestia Bionda in Germania, almeno apparentemente, erano scomparsi i poveri e con essi gli ebrei e i bolscevichi, i quali erano stati messi di fronte a due semplici opzioni: integrarsi, aderendo alla nuova versione del nazionalsocialismo presentabile, oppure perdere tutto e diventare le prede dei cani da caccia della Bestia Bionda. Com’era prevedibile, la grandissima maggioranza degli ebrei e dei bolscevichi si integrò in modo rapido e privo di proteste. Persero i propri nomi e cognomi, in modo da non consentire a nessuno di collegare quelle persone al loro passato ebraico o bolscevico, e acquisirono lo status di cittadini nazionalsocialisti a pieno titolo. Tenuti costantemente sotto controllo dalla polizia politica, erede della vecchia Gestapo, dovevano soltanto rigare dritto e dimostrarsi politicamente attendibili, in modo da non perdere ogni cosa, non ritrovandosi insieme a quelli che non avevano accettato di barattare identità e nome, in cambio dello status di rispettabili cittadini nazionalsocialisti. Per costoro la sorte era segnata. Prima o poi, sarebbero stati uccisi. Restava solo da stabilire quando e come. Non esistendo più i grandi centri di detenzione ed eliminazione come Auschwitz o Bergen-Belsen, il problema veniva risolto in maniera diversa. Chi era identificato come ebreo o bolscevico, perdeva tutte le sue proprietà e doveva immediatamente presentarsi ai cancelli di alcune grandi città-ghetto, fatte costruire nelle campagne verso la fine della guerra. Qui dentro la polizia e l’esercito non entravano. Il problema era che non ci entravano nemmeno le ambulanze e i camion che portavano medicinali. Nelle città-ghetto non si trovavano medici, né scuole. Periodicamente, di solito una volta ogni tre mesi, delle grandi casse venivano depositate presso gli ingressi delle città-ghetto. Al loro interno, ordinatamente impilate, si trovavano migliaia di scatole di un farmaco, il Serenax. In ciascuna scatoletta non c’era altro che un semplice blister contenente sette pillole di colore rosso. Andavano prese una volta al giorno e garantivano una morte indolore, scientificamente programmata per avvenire una volta ingerita la settima pastiglia. Dopo aver vissuto per circa tre mesi dentro una prigione a cielo aperto, nella quale vigeva totale libertà ma erano assenti sanità, scuola, giornali, cinema e libri, i reclusi che avevano rifiutato l’integrazione nazionalsocialista, vedevano l’arrivo del Serenax come una benedizione. Alcuni, pur di porre fine all’incubo di non poter più uscire dalla città-ghetto, consapevoli che in ogni caso là fuori li attendeva il Quarto Reich, riconosciuto ufficialmente da tutte le ambasciate straniere del mondo, sceglievano di ingerire più pillole contemporaneamente. Desideravano accorciare il più possibile il proprio soggiorno lì dentro, incuranti degli avvertimenti dei più saggi: il Serenax procurava sì una morte indolore, ma soltanto qualora lo si fosse preso seguendo le indicazioni, che prescrivevano rigorosamente una pillola al giorno. L’assunzione di più di una pillola provocava ugualmente la morte, ma con notevoli sofferenze. Un’altra mania degli assassini, anche se mascherati da persone perbene, era l’igiene. Anche in questo caso mio padre mi aveva avvertito: era stato lui a raccontarmi di come il sistema sanitario delle SS negli anni di Hitler, sguinzagliasse i medici nei campi di eliminazione per redarguire il personale sulla mancanza di rispetto di norme igieniche, quali l’obbligo di usare posate pulite durante i pasti e di lavarsi sempre le mani ogni volta che era possibile, mentre a pochi metri da loro migliaia di persone morivano di fame, malattie e percosse senza che nessuno battesse ciglio.

“Ehi tu! Sì, proprio tu con quell’uniforme in mano! Ti vuoi sbrigare, accidenti? Entra nel camerino e vedi se ti va bene, si sta facendo tardi!”

L’urlo improvviso della voce nel corridoio mi fece sobbalzare. Approfittando di qualche momento nel quale pareva non esserci nessuno intorno a me, mi ero distratto ed ero rimasto assorto nei miei pensieri, rimuginando sul sistema instaurato da Heydrich e dai suoi collaboratori. Non riuscivo a decidere se fossero peggio i campi di eliminazione di Hitler o le città-ghetto di Heydrich. Per evitare di dover compiere una scelta, mi fiondai nel camerino a pochi passi da me e iniziai rapidamente a cambiarmi, infilandomi l’uniforme degli addetti all’accoglienza dei delegati invitati alla conferenza, che si sarebbe tenuta quella sera.

Il camerino era male illuminato, ma fortunatamente era abbastanza spazioso. Non c’era bisogno di fare strane contorsioni per cambiarsi d’abito. L’uniforme sembrava della taglia giusta. Solo la giacca appariva un po’ troppo larga di spalle. Constatai con sollievo che la foggia del vestiario assegnato agli impiegati come me era sobria, come per tutto il Quarto Reich. Heydrich aveva compiuto uno sforzo enorme per eliminare quasi tutte le tracce di eccentricità nell’esibizione del potere governativo. Le tronfie coreografie di Hitler erano state sostituite da un’estetica scarna ed essenziale, a permeare ogni cosa. Negli anni Trenta una conferenza simile a quella che stava per avere inizio, avrebbe comportato la presenza di SS in divisa, camicie brune, camion e Heil Hitler a volontà. Per non parlare degli enormi stendardi con la svastica appesi ovunque. Ora, invece, gli addetti all’accoglienza vestivano con una livrea interamente nera e senza simboli, i delegati stessi indossavano abiti borghesi e per quanto riguardava le svastiche, un solo stendardo trovava posto sopra l’ingresso della Sala Hindenburg. Tutto ciò pareva rendere molto più borghese e presentabile il regime del Quarto Reich, di quanto non fosse mai apparso il Terzo, pieno di estetica paramilitare a far da contorno alle urla impazzite di Hitler. Tutto sommato, era la stessa cosa accaduta ai campi di eliminazione. Più sobriamente, verso la fine della guerra erano stati sostituiti con le città-ghetto, per poi essere gradualmente chiuse anche quelle, dal momento che ebrei, bolscevichi o oppositori politici duri e puri non ne esistevano più. Nel 1951 in Germania c’erano solo due possibilità per queste categorie di persone: l’integrazione nel nazionalsocialismo, oppure l’arresto da parte della polizia politica, il che comportava invariabilmente la morte del detenuto entro qualche ora. Ogni cosa avveniva in modo silenzioso e fuori dalla vista dei cittadini ariani. L’apparato di sorveglianza della polizia politica ormai era oliato a dovere, dopo un lungo periodo di sperimentazione durante gli anni della Gestapo, e anche l’onnipresente sistema della delazione aveva raggiunto una perfezione invidiabile, tale da ridurre al minimo la necessità di azioni clamorose da parte delle autorità.

Lo stesso brano, un po’ più breve, in video

Nel secondo brano che propongo, invece, Marius è appena uscito di casa per recarsi ad un appuntamento con i suoi due amici Karlse ed Antonov, quando si accorge di qualcosa che non va. In una Berlino immersa nel gelo dell’inverno alle porte, nella quale i potenziali delatori si nascondono ovunque e la polizia circola con auto senza insegne per arrestare gli oppositori senza clamore, Marius si rende conto di essere seguito da qualcuno.

Qui il testo tratto dal romanzo:

Quando uscii di casa per recarmi all’incontro con Karlsen e Antonov, il cielo minacciava pioggia. Mi strinsi nel cappotto e mi calai il cappello bene in testa, sperando che le nuvole trattenessero l’acqua, almeno per quella sera. Nel covo dove io e i miei due amici ci riunivamo, ricordavo di aver visto un ombrello ma in quel momento, camminando spedito per le vie umide della città, non ne avevo portato uno con me.

Mentre rimuginavo sull’eventualità di ritrovarmi inzuppato di pioggia da un momento all’altro, con la coda dell’occhio notai di sfuggita un passante, intabarrato in un pesante cappotto attraversare la strada e venire sul mio stesso lato della via. Pensai di aver adocchiato uno dei rari passanti che si avventuravano fuori di casa dopo cena, con quel tempo incerto. Un evento decisamente raro, in quella stagione.

Un dipinto del pittore Lesser Ury che raffigura una strada di Berlino di notte

Ero quasi giunto nei pressi della fermata dell’autobus che mi avrebbe condotto verso il nascondiglio dove mi attendevano Karlsen e Antonov, quando passai davanti alle vetrine di un negozio di abbigliamento. Per qualche strano motivo, mi tornò in mente lo scambio di battute tra me e Antonov, quando ci eravamo fermati davanti ad un’altra vetrina simile, il giorno in cui lui mi aveva aspettato fuori dall’ufficio postale. Ricordavo di aver commentato come gli abiti esposti somigliassero troppo a quelli indossati abitualmente da Heydrich. Antonov aveva sardonicamente replicato, domandandomi se mi fossi accorto solo in quel momento che quella era la moda ormai imperante. Perlomeno, il dialogo si era svolto in termini simili.

Mi bloccai, quasi senza rendermene conto, e cominciai a dare un’occhiata alla vetrina davanti a me. Alcuni faretti illuminavano la merce esposta, ovvero diversi vestiti piuttosto eleganti da uomo. Ancora una volta, potei constatare come la foggia degli abiti richiamasse fin troppo quella abitualmente esibita da Heydrich e da altri pezzi grossi del partito.

Stavo sorridendo amaramente, quando notai un movimento alla mia sinistra, pochi passi più indietro. Vidi l’uomo che aveva attraversato la strada qualche minuto prima, fermarsi davanti a un portone lì vicino. Lo sconosciuto sembrava scorrere con un dito i nomi sui campanelli, alla ricerca di quello che gli interessava.

Sapevo di essere in anticipo sull’orario dell’appuntamento ma, nel timore di attardarmi troppo, ripresi il cammino verso la fermata dell’autobus e abbandonai le mie tristi considerazioni su come perfino la moda fosse influenzata dal nazionalsocialismo.

Fu una decina di metri più avanti, che ebbi un tuffo al cuore e cominciai ad avere paura. Avevo appena oltrepassato un attraversamento pedonale quando, dietro di me, udii il rumore secco prodotto da qualcuno che aveva appena calpestato il coperchio metallico di un tombino.

Mi voltai istintivamente, colto di sorpresa dal rumore, e impiegai meno di un secondo per riconoscere chi aveva pestato il tombino. Si trattava dello stesso uomo di prima, quello che aveva attraversato la strada e, poco dopo, si era fermato a scrutare i campanelli accanto al portone.

Nonostante il tonfo al cuore e la successiva tachicardia che avvertii, mi costrinsi a tornare a guardare avanti, continuando a camminare come se nulla fosse. Ormai era chiaro che l’uomo mi stava seguendo. Quando si era messo a leggere i nomi sui campanelli, doveva essere stato colto in contropiede dalla mia improvvisa sosta davanti alla vetrina e così, probabilmente, aveva pensato di fermarsi lì, per non dare nell’occhio.

Cosa accidenti voleva da me quell’uomo? Perché continuava a seguirmi? E, cosa ancora più urgente, in quel momento: come fare per seminarlo?

Troppe domande tutte insieme. Tirai su la manica del cappotto e guardai nervosamente l’orologio. Avevo soltanto quattro minuti per raggiungere la fermata dell’autobus, così da non presentarmi in ritardo da Karlsen e Antonov. Mentre mi sforzavo di continuare a camminare senza voltarmi, pensai che fosse necessario mettere in secondo piano la puntualità. La priorità era liberarmi dell’inseguitore.

A qualche metro di distanza, vidi una strada laterale aprirsi a sinistra. Quando giunsi all’angolo, svoltai improvvisamente e ci entrai dentro, accelerando il passo. Qualche istante più tardi, sperando di risultare disinvolto e di non allarmare il mio inseguitore, dapprima alzai la testa per osservare il cielo a destra e a sinistra, e poi mi voltai quel tanto che bastava per inquadrare il marciapiede alle mie spalle. Lui si trovava ancora lì, come previsto. Aveva svoltato dentro la laterale e, quando mi voltai verso di lui, si era girato di scatto ad osservare qualcosa dall’altra parte della strada. A quel punto non c’erano più dubbi: il dannato sconosciuto ce l’aveva con me.

Mi serviva un’idea per tirarmi fuori da quella situazione potenzialmente pericolosa. Mi serviva subito, non potevo permettermi di perdere tempo.

Il mio cervello mulinava a vuoto alla ricerca di una soluzione, quando all’improvviso una lampadina mi si accese nel cervello. Clic. Mi ricordai che proprio in quella zona, a non più di un paio di minuti di cammino, si trovava un bar aperto anche di sera, frequentato da diversi uomini che non desideravano starsene da soli in casa, così si riunivano lì per bere qualche birra e chiacchierare. In quel locale lavorava un mio vecchio compagno di scuola, col quale ero rimasto saltuariamente in contatto.

Velocizzai nuovamente il passo, dirigendomi senza indugio verso il bar. Non ne ricordavo nemmeno il nome, ma l’importante era ricordarne la collocazione. Almeno per quello non c’erano problemi.

Giunsi nei pressi di un incrocio e attraversai la strada sulla destra, mentre un automobilista strombazzava il clacson contro di me, reo di essermi buttato in mezzo alla strada con troppa disinvoltura. Iniziai a sentire qualche minuscola goccia di pioggia sul viso, ma non ci feci quasi caso. Qualche attimo più tardi dovetti rallentare leggermente l’andatura, poiché avevo il fiato grosso. Dopo aver percorso un’altra ventina di metri, poco più avanti individuai la piccola insegna rossa del bar.

Quando arrivai davanti alla porta d’ingresso, mi fermai un momento e guardai prima a destra e poi a sinistra. Il mio uomo stava procedendo ancora verso di me, con molta calma. Probabilmente continuava a nutrire qualche speranza di non essere stato notato.

Spinsi con decisione la porta ed entrai nel bar, sperando di trovarvi il mio compagno di scuola di turno. All’interno c’era una decina di uomini, intenti a bere e chiacchierare, mentre la radio gracchiava qualche motivetto tirolese. Una densa nube di fumo azzurrognolo rendeva l’aria pesante, costringendomi a socchiudere gli occhi per inquadrare meglio la scena. Per una volta, riflettei, il fumo poteva giovarmi. Anche il mio inseguitore, infatti, una volta entrato lì dentro avrebbe sperimentato le mie stesse difficoltà.

Grazie al cielo, individuai quasi subito il mio compagno di scuola. Stava portando un paio di birre a un tavolo a non più di qualche passo da me. Sbirciai rapidamente fuori dalla vetrina del bar. Proprio in quel momento lo sconosciuto entrò nel riquadro del vetro, fermandosi a guardare dentro, sebbene una sottile tendina bianca non dovesse rendergli tanto facile il compito.

Senza perdere altro tempo, mi avvicinai al mio vecchio amico, il quale aveva appena posato il vassoio sul tavolo e stava tornando sui suoi passi, verso il banco.

“Ehi Hans, aspetta un momento” dissi, prendendolo per un braccio. “Scusami, ma non ho tempo per i convenevoli. Sono Marius Klein, il tuo vecchio compagno di scuola e ho bisogno di un favore.”

Hans fece un’espressione meravigliata ma non si scompose, né fece strane domande.

Dopo un attimo di incertezza, disse soltanto: “Certo. Quale favore?”

“Ce l’avete un’uscita sul retro in questo bar? Oppure un magazzino dal quale uscire senza dare nell’occhio?”

Hans mi spinse verso il banco, facendomi poi strada verso una porta di legno con su scritto Cucina – vietato l’accesso. Quando entrammo lì dentro, feci appena in tempo a vedere, con la coda dell’occhio, il mio inseguitore entrare nel locale.

Hans richiuse la porta alle nostre spalle e domandò: “Non per farmi gli affari tuoi Marius, ma che accidenti stai combinando?”

“Ti chiedo scusa per essere piombato qui in questo modo” replicai, nel sincero tentativo di scusarmi “ma c’è un uomo che mi segue. Non so cosa voglia da me, ma ho urgente bisogno di seminarlo. È appena entrato nel bar, l’ho visto un attimo prima che tu chiudessi la porta della cucina.”

Hans scosse la testa, indirizzandomi un sorriso a metà tra un vero sorriso e una smorfia.

“Tu non sei mai andato d’accordo con quei maledetti nazionalsocialisti, vero Klein?” domandò retoricamente Hans.

“Era così evidente perfino a scuola?”

Hans sorrise, sul serio stavolta.

“Sì lo era, dannato filibustiere. C’ero anch’io quando quel subdolo del professor Dorff ti rimproverava, ricordi?”

Stavo per controbattere, quando la porta della cucina si aprì, d’un colpo. Per un momento ebbi il terrore che si trattasse del mio inseguitore, giunto lì ad arrestarmi per conto della polizia politica, ma era soltanto un collega di Hans.

“Hans, cosa ci fai qui? Ti vuoi decidere a tornare di là? C’è un nuovo cliente da servire” lo apostrofò senza tanti complimenti l’altro cameriere.

Hans ribatté: “Sì, arrivo tra un momento. Il cliente credo che potrà aspettare un minuto.”

Il collega di Hans uscì subito dalla cucina, lasciandoci soli. A quell’ora il bar non serviva più piatti caldi e così non si vedevano cuochi lì dentro. C’erano solamente un paio di lavapiatti, i quali non prestavano attenzione a noi due.

“Dai, vieni” mi esortò Hans “non possiamo stare qui tutta la notte.”

Mi afferrò per un braccio e mi condusse dalla parte opposta della cucina, dove si trovava una porta piuttosto stretta accanto ad una finestrella, dalla quale era impossibile vedere l’esterno, tanto era sporca.

“Ecco, questa è l’uscita sul retro. Al tuo inseguitore ci penso io, non preoccuparti” dichiarò Hans, senza dare segni di inquietudine. Avrei desiderato possedere anch’io un po’ della sua serafica calma.

“Grazie, vecchio mio, ti devo un favore” dissi, sperando di dimostrargli gratitudine.

Stavo per aprire la porta, ma mi voltai un momento ancora verso di lui.

“Senti Hans, come faccio ad arrivare alla fermata 14 dell’autobus, senza passare davanti al bar?”

Hans fece un sorriso sornione, come a dire che stava aspettando proprio quella domanda.

Poi mi spiegò: “Cammina sul lato destro della via e, quando arrivi all’angolo col panificio, svolta lì dentro. Prendi la prima laterale a destra e ti ritroverai sulla via principale. Capito?”

“Capito, grazie Hans!” esclamai mantenendo basso il volume della voce e tuffandomi fuori dalla cucina del bar.

Le indicazioni del mio vecchio compagno si rivelarono precisissime e così potei riprendere la via per la fermata dell’autobus, sebbene ormai fossi in ritardo di almeno un quarto d’ora.

Un paio di estratti dal libro La Morte attende tranquilla (Meligrana Editore, 2018)

Oggi propongo un paio di estratti dal mio primo romanzo, La Morte attende tranquilla (Meligrana Editore, 2018).

La copertina del romanzo

Come ho spiegato in un precedente articolo, il libro è ambientato tra Inghilterra e Francia durante la Grande Guerra. Il suo protagonista Geoffrey Coleman, uno studente universitario inglese, attraversa una profonda crisi personale dovuta ad un amore bruciante ed ossessivo nei confronti di una donna conosciuta qualche anno prima. È, questo, uno dei temi portanti del romanzo, presente continuamente proprio per un deliberato tentativo, da parte mia, di mettere in scena una mente in preda a pensieri ossessivi d’amore. L’incessante ripetizione di questo tema, quindi, non rappresenta mancanza di fantasia ma un volontario intento di addentrarsi nei meandri del pensiero ossessivo. Specifico, come ho fatto nell’articolo di presentazione del libro, che non si tratta di ossessione di tipo violento, in quanto è la disinformazione alla quale siamo ormai abituati a puntare sempre morbosamente l’attenzione sui casi in cui l’ossessione sfocia in violenza ma, di per sé, un pensiero ossessivo non è violento.

In questo primo estratto, dunque, si parla proprio d’amore. Geoffrey sta ricordando il momento nel quale la vista di Lisbeth, la donna che non riesce a dimenticare, l’ha accecato al punto da impedirgli di ragionare lucidamente. L’aspetto sviluppato nel romanzo, quindi, non riguarda le modalità con le quali Lisbeth e Geoffrey si conoscono o cosa esattamente sia accaduto tra loro (tutto ciò è volutamente lasciato nel vago, nel mistero), ma l’ossessione sperimentata da Geoffrey in quanto tale.

Dopo il testo, è presente anche un breve video (niente di ipertecnologico, ma solo un mio esperimento alla ricerca di mezzi diversi di presentare un estratto del libro) nel quale, mentre scorrono le immagini, leggo io stesso il testo.

Qui la citazione dell’estratto:

Ed eccoti, finalmente. Mi stavo ancora guardando attorno, quand’ecco che davanti a me si aprì una visione, che bloccò il mio sguardo. Ti vidi. Lisbeth, tu, bellissima, luminosa col tuo sorriso splendido. Ti vidi parlare non so più con chi, ma io ormai vedevo solo te, nel tuo fulgore. Vidi quindi, come in un’atmosfera sospesa, come in un altrove magico, i tuoi occhi sempre luccicanti, la tua bocca che attirava baci, i tuoi capelli biondi che aumentavano la bellezza del viso, il corpo stretto in un vestito perfettamente aderente al tuo profilo, forse anche più aderente di quanto fosse in realtà. Un vestito che ai miei occhi sembrava creato apposta per esaltare la tua bellezza. Ecco, ti vidi così e non ti dimenticai più. Continuai ad osservarti ammaliato, incapace di distogliere lo sguardo, mentre sorridevi e muovevi le mani disinvolta, al punto che perfino quei piccoli movimenti mi sembravano perfetti. Perdetti la testa e, non appena i miei occhi fissavano qualcosa di diverso da te, ecco che subito il cervello li faceva roteare sulla scena per ritrovarti. Dov’eri? Avevo perso qualche tuo fotogramma in una posa differente, non notata prima? Se non ti trovavo subito, mi sembrava che il mio cuore avesse perso un battito. Dovevo ritrovare al più presto la tua immagine, dovevo memorizzare quanti più dettagli della tua figura prima che fosse troppo tardi, prima che ripiombassi, alla fine di quel dannato giorno, a non vederti mai più.

Senza accorgermene, la cerimonia era già cominciata. Non so come mi ritrovai in chiesa, seduto in uno dei banchi sulla destra, nelle prime file e, sempre senza sapere come, notai che mi ero appostato in una posizione dalla quale potevo scorgerti e osservarti in modo ottimale. Inutile sottolineare, a questo punto, che non ascoltai una parola durante la cerimonia per quei due amici, i quali per me avrebbero potuto benissimo sparire dalla faccia della terra. Continuai a guardarti e, senza rendermene conto, cominciai a desiderarti in modo totale. Volevo prenderti la mano, toccarti, baciarti, sentirti vicina. Volevo te e solo te, Lisbeth. Non provo alcuna vergogna a confessarti di aver passato tutto il giorno a quel modo, guardandoti e desiderandoti ansiosamente. Non provo alcuna vergogna nemmeno a confessarti che tutto ciò fu un tormento inenarrabile ma, per mia fortuna, in seguito non lo sperimentai mai più.

Qui l’estratto letto da me

Il secondo estratto che propongo si posiziona all’interno di un diario tenuto dal protagonista Geoffrey nel corso della guerra. Siamo alla data del 1 novembre 1914, quando il conflitto è iniziato da qualche mese. Nonostante il mondo, lontano dal fronte, sembri ancora integro e, a prima vista, non si notino cambiamenti particolari, le prime crepe nell’edificio del cosiddetto mondo di ieri (per citare il grande scrittore austriaco Stefan Zweig), cioè quello di prima della guerra, iniziano a mostrarsi in modo sinistro. Lo stesso Geoffrey se ne accorge durante la sua vita quotidiana e qui descrive proprio l’effetto di questa scoperta.

Ecco il testo:

1 novembre 1914

Ricominciai l’università pochi giorni dopo il funerale di Jack, ancora col cervello scombussolato dalla scomparsa del vecchio. L’ambiente universitario, apparentemente, sembrava essere sempre lo stesso. Gli antichi edifici dei vari college accoglievano gli studenti dando l’impressione che nulla dovesse mai cambiare, ma ci si accorgeva di qualcosa di diverso nell’aria. Anch’io, pur se sulle prime non notai niente, me ne resi conto dopo un paio di giorni. Mi concentrai, mettendo bene a fuoco tutta la scena: edifici, viali interni, giardini, biblioteche, andirivieni di giovani studenti e professori. Mi stupii di non averlo notato subito. Il problema era che gli studenti parevano essere visibilmente meno di quanti avrebbero dovuto. Lo si percepiva a colpo d’occhio, quasi dovunque dentro l’università. La spiegazione di quello strano fenomeno era contenuta in una sola parola: guerra. Gli studenti erano pochi perché tra agosto e settembre si era verificata una grande ondata di arruolamenti volontari per la Francia. Evidentemente gli iscritti a Oxford, ma la situazione non doveva differire molto a Cambridge o in altre università, avevano risposto in modo consistente alla chiamata alle armi, lasciando le aule semivuote.

Faceva una ben strana impressione passeggiare per i corridoi e i viali interni di Oxford, notando quegli spazi vuoti. Si sentivano molte meno voci riempire l’aria. Tutti quei giovani che avrebbero dovuto bighellonare in giro coi libri sottobraccio, in quel momento stavano probabilmente morendo dissanguati in qualche trincea fangosa nelle Fiandre o, al più, si trovavano in uno degli ospedali militari ad attendere il proprio turno per l’amputazione di un arto.

Cimitero militare inglese provvisorio, quando ancora si utilizzavano le croci per identificare le sepolture dei soldati

Pensare a tutto questo mi riempiva di orrore. Non riuscivo a smettere di vedere tutti quei ragazzi sui vent’anni sostituiti da una schiera di belle croci bianche, su un enorme prato all’inglese ben curato. Giovani uomini che avrebbero potuto laurearsi e poi aspirare a morire di vecchiaia come i loro padri, venivano invece addestrati per farsi ammazzare. Tutto ciò mi appariva intollerabile, specie quando durante certe lezioni alzavo lo sguardo dai miei appunti e constatavo per l’ennesima volta che l’aula era decisamente più vuota rispetto a qualche mese prima.

I primi giorni del mio ritorno agli studi nell’autunno del 1914, quindi, trascorsero in un misto di angoscia per la mia situazione personale e di tristezza per il crimine compiuto sotto i miei occhi impotenti, attraverso la guerra.

Presentazione del romanzo La crepa (Meligrana Editore, 2019)

Io avevo troppo studiato e troppo scritto la storia per non sapere che la grande massa è sempre pronta a rotolare verso la parte ove al momento sta il peso del potere

Stefan Zweig

Siamo a Berlino, nel tardo autunno del 1951. La Germania nazista è uscita vincitrice dalla Seconda guerra mondiale e il nuovo Quarto Reich ha preso il potere. Adolf Hitler conserva ancora la carica di Führer, ma è stato convnto ad assumere un ruolo defilato, non più sempre sotto i riflettori. Di fatto, il ruolo di Cancelliere al comando del nuovo Reich è Reinhard Heydrich, uno dei più feroci dirigenti del regime hitleriano. Tutto, nella nuova Germania trionfatrice del secondo dopoguerra, appare ormai normalizzato e anhe nel resto del mondo il Quarto Reich è considerato un interlocutore affidabile.

In questo contesto storico, troviamo Marius Klein, un giovane berlinese di idee antinaziste, mentre sogna di opporsi attivamente al Quarto Reich e a Heydrich, soprannominato la Bestia Bionda fin dai tempi della guerra. Marius e i suoi amici, Antonov e Karlsen, hanno in mente di arrivare molto in alto, sebbene non abbiano ancora le idee chiare su come fare.

Questo lo spunto di fondo della storia raccontata nel libro, senza mai dimenticare il passato che ha visto la Germania (insieme all’intera Europa) imbarcarsi in due guerre mondiali nel giro di una ventina d’anni.

Come ho accennato nell’articolo pubblicato ieri, all’interno del romanzo avrà un ruolo partiolare anche il mitico film Metropolis del famoso regista tedesco Fritz Lang, in particolare attraverso il suo protagonista maschile, Gustav Fröhlich.

Nel video qui sotto, faccio una presentazione dei temi e personaggi principali del romanzo, spiegando anche perché ho ritenuto importante parlare di Germania nazista ancora oggi. Sotto il video, troverete l’incipit de La crepa.

Video-presentazione del romanzo La crepa
Copertina del romanzo

Berlino, novembre 1951

Il soggiorno era pieno di fumo. Eravamo in tre. Qualcuno fumava nervosamente, nel vano tentativo di alleggerire la tensione. Ci eravamo riuniti lì, poco prima delle otto di sera, per ascoltare il discorso radiofonico del Cancelliere. Lo scrivo con la lettera maiuscola, così come ci aveva insegnato il nostro zelante professor Dorff al liceo. Ricordo che non tollerava nessuno sgarro alla regola aurea di ogni buon tedesco: mostrare sempre il massimo rispetto verso l’autorità governativa che amministrava, come un faro nella notte, la Grande Germania, in tutti i momenti della giornata. Corollario: attenzione maniacale ai dettagli. Cancelliere andava scritto con la maiuscola. Se qualche sventurato se ne dimenticava, in un tema per esempio, riceveva il voto più basso con tanto di segnalazione al preside. Sì, perché già a scuola era possibile essere segnalati prima al preside e poi, se questi lo riteneva opportuno, al commissario politico scolastico.

Sto divagando, come al solito. Il professor Dorff, sebbene io stessi sempre attento ai dettagli a lui tanto cari, soleva ripetermi spesso: “Klein, lei è troppo prolisso! Non lo vede che ha impiegato quattro righe per esprimere un concetto, che non ne richiede più di una e mezza? Santo Iddio, sia più conciso la prossima volta!”

Reinhard Heydrich durante il Terzo Reich

Dunque, dicevo del Cancelliere. Reinhard Heydrich aveva parlato per una mezz’ora buona, con quel suo tipico tono di voce un po’ nasale, facendomi pensare che fosse un uomo dalle qualità un po’ incerte. Purtroppo, la realtà era ben lungi dal seguire le mie impressioni, del tutto imprecise. Heydrich aveva dimostrato ampiamente quali fossero le sue qualità, traendone sempre il massimo vantaggio. Difficile dire se fosse peggio lui o Hitler. Alle urla del Führer erano seguiti i toni più melliflui, ma non meno virulenti, di Heydrich. Era sopravvissuto ad un attentato a Praga alla fine di maggio 1942, quando un commando composto di due soli uomini, per un pelo non era riuscito ad ammazzarlo. Era rimasto sospeso tra la vita e la morte per qualche giorno, per poi riprendersi lentamente, mentre i due attentatori, rifugiatisi presso la chiesa di san Cirillo e Metodio, compivano una carneficina contro le ondate delle SS, inviate dentro il santuario nel tentativo di stanarli. Si diceva che i due, prima di suicidarsi con del veleno, avessero provocato la morte di decine e decine di uomini, sfruttando l’ambiente angusto della chiesa, dove i nazisti erano costretti ad entrare pochi alla volta.

La furia di Heydrich e dei suoi accoliti non si era fatta attendere. Praga fu messa a ferro e fuoco e chiunque fosse anche solo sospettato di aver simpatizzato con il commando di attentatori, venne come minimo messo agli arresti. Ai più, però, non andò così bene. Molti furono deportati, o semplicemente giustiziati sul posto.

Ma torniamo a noi. Heydrich, l’attuale Cancelliere, nel suo discorso alla nazione aveva magnificato il rinnovo degli accordi con Stati Uniti e Inghilterra, così da mantenere vivo il commercio internazionale, favorevole alla Grande Germania. Assicurò che sarebbero seguiti a breve ulteriori patti anche con Francia e Italia. Tutto procedeva bene e i confini del Quarto Reich erano più solidi che mai. Ogni volta che Heydrich pronunciava le parole “Quarto Reich”, non riusciva a trattenere un tono tronfio di infantile esultanza. Essere riuscito a diventare il successore di Hitler, fautore dell’ormai mitico Terzo Reich, che aveva catapultato la Germania dalla sconfitta durante la Grande Guerra alla vittoria nell’ultimo conflitto, rappresentava il coronamento massimo della sua carriera, all’interno dell’apparato nazista.

A noi, però, cioè a me e ai miei due compagni di attività sovversiva, non interessavano i proclami della Bestia Bionda. Già, perché Heydrich, oltre ad aver fatto togliere la t finale dal suo nome, così da suonare meglio, non aveva fatto nulla per impedire a chiunque di usare il soprannome con cui era noto durante la guerra. Sebbene la cosa mi seccasse tremendamente, fui costretto ad ammettere quanto quell’espressione fosse azzeccata. Non che gli altri dirigenti nazisti non fossero delle bestie, ma Heydrich ci metteva qualcosa in più. Lui era uno di quelli che possedevano la cattiveria necessaria, per portare a termine qualsiasi obiettivo si prefissassero. Se si voleva contrastare la Bestia Bionda, era di primaria importanza possedere una volontà di ferro, finché lo scopo non fosse stato raggiunto. Ad ogni costo. Era esattamente quanto desideravo fare, nei più profondi recessi del mio essere, con o senza l’aiuto dei miei due compagni d’avventura seduti di fronte a me, sul piccolo divano, in quel covo che ci eravamo ritagliati in una vecchia palazzina alla periferia di Berlino.

Metropolis, una pietra miliare del cinema

Tra gli appassionati di cinema, qualcuno avrà probabilmente sentito nominare il capolavoro del cinema muto, il film Metropolis del regista tedesco Fritz Lang. Si tratta di una pietra miliare della storia del cinema e non solo. Quando l’ho visto nella versione restaurata, che contiene quasi tutto il girato originale di Lang, mi ha colpito al punto che mi è sempre rimasto in mente. Su Metropolis ho scritto un lungo racconto, inedito per ora, e poi ho reso il protagonista del film, l’attore Gustav Fröhlich, un personaggio del mio ultimo romanzo.

Metropolis è un film sul quale si potrebbe andare avanti a parlare per settimane, senza esaurire mai gli argomenti di conversazione. Qui mi limito almeno ad alcuni cenni, sperando di incuriosire qualcuno alla visione del film e – perché no? – alla lettura del mio romanzo. Per chiarezza, suddivido il discorso per punti, in modo da evitare confusione. Parlerò della trama del film, della sua travagliata gestazione e della sua ancora più travagliata parabola dopo la prima a Berlino nel 1927, di alcune influenze che il film ha avuto nel tempo e di qualche particolare su Gustav Fröhlich, l’attore protagonista maschile, che lo lega al mio ultimo romanzo. Il tutto senza dimenticare i rapporti del film e dei suoi artefici con il regime nazista.

Uno dei manifesti per l’uscita di Metropolis

Piccolo sunto della trama: sebbene si tratti di un intreccio molto complesso, tutto ruota attorno all’avveniristica e ipertecnologica città di Metropolis, nell’anno 2026 (ricordo che il film è stato girato esattamente 100 anni prima, nel 1925 – 26). A Metropolis convivono due realtà opposte: in superficie c’è la città dei ricchi, dove dominano la spensieratezza, il lusso, lo svago e la presenza di tutti i capricci possibili, in un ambiente spinto all’estremo da ogni genere di tecnologia avanguardistica (basti pensare, per fare un solo esempio, ai video telefoni che compaiono in un film come questo, girato nella Germania di Weimar a metà anni Venti.); al di sotto di Metropolis, invece, nel sottosuolo, si trova la città degli operai. Essi sono una massa enorme di poveri lavoratori che, oppressi da turni massacranti, devono lavorare tutto il giorno per mantenere in vita la città dei ricchi, sopra di loro.
Ad unire queste due realtà, ci penserà Freder, il personaggio interpretato dal protagonista maschile Gustav Fröhlich. Freder è il figlio di Joh Fredersen, il dittatore di Metropolis, colui che l’ha inventata e la governa dall’alto della sua altissima torre.

La trama prende avvio dall’incontro casuale tra Freder e Maria (interpretata dall’esordiente Brigitte Helm), una giovane e bellissima ragazza la quale, uscita improvvisamente dalla città del sottosuolo insieme ad alcuni figli degli operai, mostra loro ciò che accade nella città che i loro padri tengono in funzione, rovinandosi la vita ogni giorno. Maria viene subito allontanata e rispedita sotto terra (agli abitanti del sottosuolo, infatti, è proibito salire nella città dei ricchi), ma Freder rimane talmente colpito dalla sua grazia e bellezza da volerla ritrovare. Tutto nasce da qui, dalla discesa (anch’essa proibita) di Freder nel sottosuolo alla ricerca di Maria, che cambierà per sempre non solo la vita dei due giovani, ma dell’intera città di Metropolis.

Un trailer per la versione restaurata del film

La storia di Metropolis – riprese e diffusione: nel 1925 il regista tedesco Fritz Lang, reduce della Grande Guerra, inizia le riprese di Metropolis, dopo aver ricevuto un finanziamento enorme dalla UFA, la maggiore casa di produzione cinematografica tedesca. La sceneggiatura si basa sul testo di un romanzo di Thea von Harbou, la moglie di Lang. Il romanzo è stato scritto appositamente per la trasposizione cinematografica e anche Lang partecipa alla revisione della sceneggiatura, sebbene non sia accreditato nei titoli di testa.
Le riprese iniziano subito con grossi problemi. Lang non è un tipo con cui è sempre facile avere a che fare e, inoltre, i ritmi di lavoro sono molto duri per tutti. Dopo una manciata di giorni di riprese, dunque, il cast perde subito un pezzo grosso, con la defezione del protagonista maschile. È allora che entra in scena Gustav Fröhlich. Fröhlich è stato scritturato per una parte del tutto secondaria, ma la von Harbou lo nota subito e ne è molto colpita, arrivando a consigliare al marito di affidare a lui il ruolo del protagonista. Senza perdere tempo, Lang chiama Fröhlich, gli comunica il nuovo ruolo che deve ricoprire ed inizia a rifare daccapo tutte le scene in cui compare Freder, il personaggio chiave del film, di cui Fröhlich, ora, deve rivestire i panni.

In questo modo, le riprese proseguono a ritmo forzato, lavorando a tutte le ore del giorno e utilizzando tutte le tecnologie più all’avanguardia di quel periodo. Per girare alcune delle scene in cui si vedono gli ambienti esterni ultra moderni della città di Metropolis, occorrerà la costruzione di modelli in legno molto complicati, al punto che per girare dieci o quindici secondi di scena, saranno necessari una decina di giorni di preparazione.
Anche i due attori protagonisti, Gustav Fröhlich e Brigitte Helm, ricorderanno il lavoro sul set come estremamente pesante e sempre portato avanti a ritmo forsennato, con l’aggiunta del perfezionismo di Lang a complicare le cose. Tra l’altro la Helm, e ciò sembra incredibile, è un’esordiente di soli 18 anni che deve ricoprire un doppio ruolo. Il suo personaggio, infatti, è sdoppiato. C’è la Maria umana che predica agli operai nel sottosuolo l’avvento di un Mediatore che porterà loro condizioni di vita finalmente buone, ma ad un certo punto le si sovrappone un’altra Maria, un androide con le sue stesse sembianze.

Come accennavo all’inizio, infatti, la trama di Metropolis è molto complessa. Già a metà anni Venti, Lang affronta il tema della vita artificiale e delle sue conseguenze, specie quando essa sfugge al controllo del suo creatore. Il tema è complesso e avanguardistico, tanto che molti hanno definito Metropolis un film uscito con almeno un centinaio d’anni di anticipo sul suo tempo. Un film, insomma, che non poteva essere capito e apprezzato nella Repubblica di Weimar piena di tensioni e conflitti irrisolti della fine degli anni Venti con, in aggiunta, la figura arrembante di Hitler ad avere sempre più peso.

In effetti, Metropolis scatenerà diverse polemiche già dopo la prima, avvenuta a Berlino nel 1927. Gli aspetti controversi apparivano molti, all’epoca. Innanzitutto, un impatto visuale travolgente, al punto da lasciare gli spettatori frastornati dal ritmo vorticoso delle scene che si susseguono. Ancora oggi, per essere un film muto, una modalità di espressione alla quale non siamo più abituati, Metropolis è pieno di azione, di ritmo e di trovate che, dal punto di vista estetico, restano molto interessanti. Se qualche volta, tuttavia, si può essere tentati di sorridere di qualche scelta estetica, ricordiamoci che siamo nel mezzo degli anni Venti del Novecento e, quindi, in un momento in cui le moderne tecnologie del cinema ancora non sono presenti.

Ma le controversie non si fermarono certo qui. Tutto il film è pervaso da una critica piuttosto pesante verso l’industrializzazione, l’alienazione provocata da ritmi di lavoro forsennati e la sete di potere di Joh Fredersen, il dittatore della città, il quale calpesta tutto e tutti pur di mantenere ogni cosa sotto il suo controllo. Il dittatore, infatti, non esita ad intraprendere azioni che potrebbero perfino portare all’uccisione del figlio. Senza contare, poi, che, pur avendo il film un sottotesto di carattere religioso (dovuto prevalentemente al romanzo della von Harbou) al di sotto della trama principale, è modernissimo, al punto da mettere in scena le due Maria come due donne indipendenti, attive e non riducibili al controllo di nessuno. L’esatto opposto dell’ideale della donna nazista proposta dal nuovo partito che sta prendendo il sopravvento, in Germania.

Insomma, ce n’era abbastanza perché Metropolis si trasformasse in un flop ritirato subito dalla maggioranza delle sale. Per decenni ne è circolata una versione simile a quella americana, ma qui è doveroso un appunto. All’epoca del muto si usava rimaneggiare pesantemente i film per le edizioni straniere, anche senza sentire il parere dello sceneggiatore e del regista. Ecco come è stato possibile che la versione per il mercato americano contenesse circa un’ora di girato in meno. La bobina originale, quella tedesca della prima di Berlino, scomparve letteralmente nel nulla per un’ottantina d’anni, salvo ricomparire fortunosamente nel museo del cinema di Buenos Aires, in Argentina, quando ormai nessuno più credeva di poterla ritrovare. È in questo modo che è stato possibile recuperare quasi tutto il film originale, ad eccezione di una decina di minuti circa. La storia della bobina stessa rappresenta una sorta di film nel film, tanto è intricata e con elementi che sfociano spesso nell’incredibile, mentre il film si trasformava gradualmente in un capolavoro mitico della storia del cinema, che ha influenzato una quantità di registi, sceneggiatori e anche romanzieri.

Il protagonista maschile, Gustav Fröhlich
La protagonista femminile, Brigitte Helm

Metropolis e i nazisti: i rapporti tra Metropolis e il nazismo furono sempre pessimi. D’altronde un film che mostra una pesante critica sociale, un dittatore che viene rappresentato in modo palesemente negativo, mentre si parla addirittura di rivoluzione da parte degli operai, non poteva soddisfare le esigenze del nuovo partito in procinto di salire definitivamente al potere. Non dimentichiamo che ci troviamo nella Repubblica di Weimar di metà anni Venti, dove c’era un fortissimo movimento comunista che per poco non trasformò la Germania in uno stato bolscevico, sulla scia della Russia del 1917. Ovviamente non è questa la sede adatta per spiegare la situazione della Germania del primo dopoguerra con la sua cronica instabilità politica, il forte partito comunista con tendenze rivoluzionarie, i movimenti operai che riscuotevano grande successo, la delusione e (spesso) la miseria dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale, la crisi diplomatica e militare nella Ruhr, il tentato colpo di stato di Hitler e via elencando, ma va almeno accennato che, senza tenerne conto, di Metropolis non si può capire a fondo la portata.

Fritz Lang e Thea von Harbou

Dunque, il film era malvisto dai nazisti, al punto che anche il regista Fritz Lang si ritrovò ben presto ai ferri corti con il nuovo partito dominante. Il punto di rottura si ebbe un po’ di tempo dopo, quando, su iniziativa di Goebbels, il capo della propaganda nazista, il suo film Il testamento del Dr. Mabuse fu proibito in tutta la Germania, in quanto antitedesco e antinazista. Gli eventi dettagliati non sono del tutto chiari, ma qualche mese più tardi, Lang abbandonò la Germania, riparando a Parigi. Il problema non era soltanto relativo ai film del famoso regista. Lang aveva origini ebree, pur essendo stato cresciuto come cattolico, e temeva di essere classificato come ebreo dalle autorità tedesche, che già lo tenevano d’occhio per via dei suoi film. Tutto ciò portò anche al divorzio dalla moglie, Thea von Harbou. Lei, infatti, a partire dall’inizio degli anni Trenta, divenne una simpatizzante sempre più infervorata di Hitler e del partito nazista. Diversi anni dopo, si iscriverà anche all’NSDAP, il partito nazista.

La copertina del romanzo La crepa, uscito alla fine del 2019

Gustav Fröhlich, il protagonista: a questo punto, vorrei aggiungere due parole su Gustav Fröhlich, il protagonista maschile di Metropolis, in quanto l’ho fatto diventare un personaggio del mio ultimo romanzo, La crepa, uscito lo scorso Natale. La parabola di Fröhlich è piuttosto diversa da quella di Lang, che abbiamo appena visto, o da quella di Brigitte Helm, la carismatica protagonista femminile che, ancora giovane, tra il 1935 e 1936 si ritirò dalle scene, in aperto contrasto proprio con i nazisti. La Helm si definì disgustata dal modo in cui essi imposero i loro metodi a tutti gli studi cinematografici tedeschi e riparò in Svizzera, senza più voler recitare, né parlare dei suoi rapporti con il Terzo Reich. Anche lei, ad ogni modo, potrebbe facilmente diventare un personaggio da romanzo, come donna antinazista che sposa un uomo ebreo in pieni anni Trenta in Germania, è vittima di diversi incidenti d’auto avvolti nel mistero e sperimenta brevemente perfino il carcere.

Ma torniamo a Gustav Fröhlich. La sua biografia è avvolta in una sorta di cono d’ombra, che lo ha reso adatto a diventare un personaggio del mio libro. Quando iniziano gli anni Trenta, Fröhlich ha già raggiunto una buona notorietà, ma resta spesso in disparte nella vita pubblica. Non si iscrive alle associazioni naziste e nemmeno al partito. Partecipa, molto raramente, a pochissimi film di propaganda, i quali, in ogni caso, non hanno molta diffusione. Parrebbe quasi che Fröhlich vi partecipi tanto raramente, soltanto per essere lasciato in pace dai nazisti. In questo modo, diviene uno dei più noti attori tedeschi del periodo, pur senza aderire al regime, come fanno molti suoi colleghi. Sarà proprio la sua mancata partecipazione attiva alle manifestazioni del nazismo, unita alla sua mancanza di amicizie all’interno dell’apparato del partito a consentirgli, dopo la seconda guerra mondiale, di proseguire la sua carriera nel cinema.

Gustav Fröhlich e Lida Baarova

Un episodio in particolare, però, mi è parso perfetto per inserire Gustav Fröhlich dentro un romanzo. Nel corso degli anni Trenta, Fröhlich ebbe una relazione con un’attrice di nome Lida Baarova, verso la quale provò un amore bruciante. Le cose filarono lisce, finché lei cominciò a vedersi, di nascosto, con un altro uomo. A complicare le cose, arrivò la brutta sorpresa, per Fröhlich, che l’amante della Baarova era niente meno che Joseph Goebbels. Al riguardo, esiste una storia, non verificata o confermata da testimonianze, che circolò in modo piuttosto insistente, sia all’epoca sia più tardi. Si diceva che Fröhlich, in preda ad una sorta di rabbiosa follia d’amore, avesse completamente perso la testa, una volta scoperto di Goebbels, al punto da arrivare addirittura a schiaffeggiarlo in un attacco d’ira. Sebbene l’episodio non sia suffragato da fonti, era perfetto per essere inserito in un romanzo come il mio, in cui si ipotizza una Germania vincente dopo la seconda guerra mondiale. Quale occasione migliore di entrare nelle pieghe offerte dalla storia e ipotizzare che la faccenda del furibondo litigio tra Fröhlich e Goebbels fosse vera? Per chi fosse curioso, nel mio romanzo compare Gustav Fröhlich in persona a partecipare agli eventi e a far luce sui suoi rapporti con Lida Baarova.

Fritz Rasp, lo Smilzo di Metropolis

Influenze di Metropolis: due parole, sulle migliaia e migliaia che si potrebbero scrivere, vanno dette su questo argomento. Metropolis ha avuto influenze enormi su molto di quanto è venuto dopo ed è, cosa non secondaria, uno dei rari film muti ad essere rimasto ancora attuale, a quasi cent’anni di distanza dalla sua uscita.
La tematica legata all’alienazione e allo sfruttamento del lavoro, è inutile sottolinearlo, è ancora attualissima. Proprio come si vede in Metropolis, l’avvento di tecnologie sempre più sofisticate, anziché produrre miglioramenti anche nella sfera lavorativa, provoca nuove forme di sfruttamento generalizzato, fornendo spunti utili di riflessione ancora oggi. Anche la figura dittatoriale di Joh Fredersen, legata al suo ruolo imprenditoriale, getta una luce inquietante su molti eventi di oggi, senza contare che un personaggio fondamentale del film come lo Smilzo (di cui non ho parlato per ragioni di spazio), ovvero il dipendente che si arricchisce assecondando le peggiori inclinazioni del superiore, non pare per niente aver perso in attualità ed espressività.

Dunque, Fritz Lang, col suo film avanguardistico, ha influenzato molti che sono venuti dopo di lui. A solo titolo di esempio, citerò Guerre stellari (le influenze sono varie nel ciclo di Lucas, ma per citarne una chiara: osservate il robot D3-BO e l’androide Maria di Lang e noterete ben più di qualche somiglianza); Alien, a suo modo, ha ripreso temi lanciati da Metropolis con molto anticipo; nel film The Wall di Alan Parker, che mette in scena l’omonimo doppio album dei Pink Floyd, c’è una citazione diretta della scena degli operai che, come innumerevoli marionette, entrano negli ascensori per andare al lavoro. Infine, non può mancare Blade Runner.

Roy Batty, il cattivo di Blade Runner, interpretato da Rutger Hauer
Pris, la fidanzata di Roy Batty in Blade Runner, interpretata da Daryl Hannah

Spendo qualche parola in più su quest’ultimo film, perché esso vuole essere quasi un seguito di Metropolis. Qui le influenze e i rimandi sono continui. La gigantesca e claustrofobica città di Los Angeles, è una versione modernizzata della Metropolis di Lang. Addirittura, ad un certo punto, compare una vista dall’alto del tetto di uno dei grattacieli della città che, sebbene in un primo momento non ci si faccia caso, ad uno sguardo più attento non c’entra niente con l’architettura dei palazzi di Blade Runner: si tratta del rifacimento di uno dei disegni creati per la sceneggiatura di Metropolis. Inoltre il tema della corruzione dilagante e della vita impossibile in una città ipertecnologica, viene direttamente dal famoso film tedesco, e pure il tema degli androidi ai quali Harrison Ford deve dare la caccia. Purtroppo, le analogie e i richiami finiscono qui. Purtroppo, nel senso che la profondità dei personaggi protagonisti del film (e della maggioranza delle tematiche affrontate), non sfiora nemmeno quella delle controparti di Metropolis. Qui, Freder e Maria (interpretati da Gustav Fröhlich e Brigitte Helm) sono due personaggi a tre dimensioni, nonostante le limitazioni del muto, mentre Deckard e Rachel (Harrison Ford e Sean Young) sembrano molto più piatti, senza contare la quantità di stereotipi completamente scontati e deleteri che questi personaggi mettono in scena nel loro rapporto uomo-donna. Non ho lo spazio per dilungarmi e spiegare tutto, ma l’androide Rachel è una donna priva di indipendenza, che soggiace al comportamento clamorosamente maschilista di Deckard (tra l’altro, Harrison Ford non è nuovo a simili personaggi, per esempio in Guerre stellari e in Indiana Jones), laddove Freder e Maria, in Metropolis, esprimono ben altro, a dispetto della zavorra costituita dal sottotesto di stampo religioso che scorre al di sotto del film (sebbene Lang l’abbia reso decisamente meno evidente di quanto la von Harbou lo avesse pensato.)

Al contrario, Blade Runner è eccezionale, oltre per l’ambientazione, per i personaggi dei cattivi, sebbene poi, alla fine, tanto cattivi non siano. Se in Metropolis c’è lo Smilzo a fare la parte del cattivo, insieme a Joh Fredersen, facendone uscire un personaggio decisamente sgradevole e malvagio, in Blade Runner c’è Roy Batty (interpretato magistralmente da Rutger Hauer), affiancato da Pris (Daryl Hannah). È proprio qui che il film ottiene i risultati migliori, con dei cattivi a tuttotondo. Ovviamente, è da segnalare la perla del famosissimo e magnifico monologo di Rutger Hauer alla fine del film (monologo di cui Hauer è anche l’autore). Insomma, un altro film da vedere certamente, senza dimenticare il più illustre (ed elevato) progenitore.

Amore a Metropolis: l’ultimo tema da affrontare è proprio l’amore, che risulta un movente fondamentale nella trama del film, ancora di più nella versione restaurata. Se, infatti, c’è un amore evidente, quello tra i due protagonisti della storia, Freder e Maria, i quali si innamorano e cercano insieme di aiutare gli operai ad emanciparsi, ce n’è anche un altro, sullo sfondo, forse ancora più rilevante. La parte principale della trama vede i due protagonisti, aiutati da Josaphat (la von Harbou ha usato diversi nomi con richiami religiosi), un dipendente licenziato da Joh Fredersen e salvato dal suicidio proprio da Freder (altro tema all’avanguardia per il 1927), essere sempre più innamorati uno dell’altra, passando attraverso un crollo fisico e mentale di Freder quando Maria viene rapita improvvisamente da Rotwang, lo scienziato di Metropolis, per utilizzarla al fine di dare al suo androide le sue sembianze ed usarla, poi, contro lo stesso Freder. Questo è un piano ideato da suo padre, il dittatore della città, per neutralizzare la rivolta degli operai, ma Rotwang è un personaggio molto più complesso e non si limita ad assecondarne la volontà.

Egli, infatti, il geniale scienziato inventore delle macchine che tengono in vita Metropolis, appare fin da subito in preda ad evidenti squilibri mentali. A prima vista, ciò sembra rientrare nel luogo comune dello scienziato pazzo, ma poi si scopre che il suo stato di alterazione mentale ha una causa ben precisa. Da giovane, Rotwang aveva una relazione con una bellissima donna, Hel (che nel film non compare mai in scena). Durante questa relazione, Hel viene sedotta da Joh Fredersen, il quale riesce con delle lusinghe a portarla via a Rotwang. Hel, poi, rimarrà incinta e darà alla luce Freder, ma morirà durante il parto. Sono questi i fatti che provocano la follia di Rotwang. Lui, a distanza di tanti anni dalla morte di Hel, la ama ancora e non sa darsi pace, al punto da tenere in casa sua una statua di Hel, che ogni giorno disvela da dietro un pesante tendaggio e con cui parla, stravolto dal dolore. Rotwang, il quale ha scoperto come creare un androide e donargli sembianze umane, in modo da renderlo indistinguibile da un umano vero, ha lo scopo segreto di dare al suo androide le fattezze di Hel, per farla rivivere ed amarla nuovamente. Quando, però, Joh Fredersen si presenta all’improvviso in casa sua chiedendogli di dare all’androide il volto di Maria, così da poterlo usare contro gli operai, Rotwang finge di accettare, elaborando l’idea di rivolgere l’androide contro lo stesso Joh Fredersen. A questo punto, in un crescendo di complicazioni nella trama, basti dire che il piano di Rotwang per mettere in atto la sua vendetta contro l’uomo che ha provocato la fine della sua storia con Hel e la sua morte, finirà in piena tragedia.

È quasi come se Lang avesse messo in scena, oltre a due città opposte (quella del sottosuolo e quella in superficie), anche due amori opposti: quello tra Freder e Maria, a lieto fine, e quello tra Rotwang ed Hel, più sotterraneo ma assolutamente determinante per la storia, tragico dall’inizio alla fine.

Essendo personalmente interessato agli amori tragici (i pochi ardimentosi lettori del mio primo libro se ne saranno accorti) e alle rappresentazioni dell’amore in cui esso diventa un fattore negativo per le persone, ho voluto proprio per questo, in un mio lungo racconto inedito, far rivivere il personaggio di Hel. Tra l’altro, sebbene non sia noto se la cosa abbia un nesso col film, nella mitologia norrena Hel è la dea dei morti e, quando in Metropolis lei compare sotto forma di statua in casa di un Rotwang stravolto dal dolore, quest’ultimo sembra quasi star parlando con una dea.

Concludo questo lungo intervento (ma occorrerebbero diversi volumi per parlare in modo esauriente di Metropolis) con un invito, anzi più di uno: guardate il film di Lang, ancora oggi attualissimo e riguardate Blade Runner con occhi nuovi, alla luce dell’illustre progenitore tedesco di un secolo fa. E, se volete, date un’occhiata anche al mio ultimo romanzo, nel quale Metropolis ricomparirà attraverso il suo protagonista maschile.

Presentazione del romanzo d’esordio, La Morte attende tranquilla (Meligrana Editore, 2018)

“Scrivere è come fare la lotta. Mi piacciono le cicatrici.”

James Ellroy

In tempi nei quali le presentazioni dei libri sono ancora bloccate, ecco un breve video in cui presento il mio romanzo d’esordio, La Morte attende tranquilla, pubblicato alla fine del 2018 da Meligrana Editore. Tra Grande Guerra, amore e amicizia si sviluppa la storia del protagonista, il giovane studente universitario Geoffrey Coleman, ma lascio al video la spiegazione della trama del libro e di alcuni dei suoi temi principali. Subito sotto, infine, troverete l’incipit (con le prime tre pagine circa).

Nel video troverete spiegati temi e trama del libro

Ed ecco, invece, l’incipit del romanzo collocato alla vigilia della battaglia della Somme, iniziata il 1 luglio 1916 sul fronte francese, durante la Grande Guerra:

La copertina del romanzo

30 giugno 1916

Francia. Zona di guerra, a pochi chilometri da Albert

Cara Lisbeth,

sono le undici di sera e domani andremo all’attacco. Sono venuto qui per questo, è stato il mio scopo fin dall’ini-zio. Sono pronto, niente potrà fermarmi. Sento una certa calma dentro di me, a differenza di quasi tutti quelli che mi circondano. Qualcuno si ubriaca, qualcuno tenta di scrivere una lettera alla mamma, qualcuno canta a squarciagola. Alcuni piangono, mentre altri ancora hanno lo sguardo perso nel vuoto. Io me ne sto qui nell’angolino che mi sono ricavato e scrivo queste poche righe senza grande agitazione. Per fortuna qui il rombare dell’artiglieria inglese, che bersaglia le linee tedesche, non è troppo fastidioso anche se per voi laggiù, che la guerra non la vedete, risulterebbe certamente insopportabile.

Dunque, dicevo, domani andremo all’attacco. Pare si tratti di un’offensiva in grande stile, per quello che conta. Vogliono sfondare il fronte tedesco, roba da squilibrati. Non sfonderanno un bel niente. Molti credono alle favole raccontate dai comandanti, che i reticolati davanti alle trincee tedesche verranno distrutti dopo che i nidi di mitragliatrice saranno stati resi innocui, con i serventi germanici falciati dal bombardamento di preparazione, portato avanti ininterrottamente per la bellezza di una settimana. Sì, lo so, a te queste cose non interessano e dubito che ti interesserà sapere di me, ma te le dico ugualmente, già che ci sono.

Io non credo a queste storie. Possono raccontarle fino allo sfinimento, ma il tono di voce alterato dalla foga patriottica che ci mettono dentro tradisce subito la falsità di ogni parola. Il patriottismo serve solo ad ingannare i semplici e gli ingenui. Serve a trascinarli nelle trincee e a farli morire in modi che altrimenti non accetterebbero mai. Domani alle 7.30 sarà dato l’ordine di attaccare e sarà sempre la stessa storia, la stessa da quel maledetto agosto di due anni fa.

Hanno detto, a me e al mio gruppo di soldatini terrorizzati, che dovremo uscire verso le 8 del mattino. Faremo parte di una delle prime ondate che si lanceranno verso le linee avversarie. Meglio. Tanto meglio. Non avrei avuto nessuna voglia di starmene qui tutto il giorno a vedere cosa succede lì fuori, per poi prepararmi ad uscire dopo ore di battaglie furibonde con morti e feriti urlanti dappertutto. Meglio uscire subito e cercare il proprio destino senza perdere tempo.

Te lo voglio dire chiaramente, mia cara, anche se non vuoi che ti chiami così: io voglio essere ucciso. Sono venuto qui per questo, per uscire dalla trincea correndo in avanti senza nemmeno curvarmi verso terra allo scopo di ricevere un minimo di protezione. Sono venuto qui per correre incontro ai proiettili tedeschi e farmi falciare il prima possibile. Stabilii di arruolarmi in fanteria, qualche mese fa, proprio perché essa sopporta il peso maggiore di questa guerra scriteriata. Stando in fanteria le probabilità di essere ammazzato sono molto più elevate. Cerco la morte. La desidero più di ogni altra cosa e credo che questa dannata guerra possa avere almeno un aspetto utile: uccidermi senza dover rendere conto a nessuno. Volevo uccidermi già prima che mi venisse quest’idea dell’arruolamento, ma poi ci ho rinunciato. In fondo sono buono d’animo e non ho voluto creare dei fastidiosi grattacapi alle poche persone che mi circondano. Non ho voluto che sentissero il peso di dover giustificare un suicida, di doversi sorbire tutti i giudizi dei parolai e di dover giudicare a loro volta.

Dunque eccomi qui, pronto. Ho trovato il modo di uccidermi senza farlo sembrare un suicidio agli occhi di tutti. Perché lo dico a te, allora? Perché tu sei la causa di tutto questo. E anche perché so che non lo dirai a nessuno. In realtà sospetto che potresti anche non leggere queste mie parole, ma cosa importa ormai? Lasciami almeno l’illusione che tu partecipi con me ai miei ultimi momenti.

Il capitano, domattina, darà l’ordine di uscire col suo fischietto e io sarò l’unico a lanciarsi fuori con entusiasmo, perché so che finalmente la mia pena avrà fine e non dovrò più preoccuparmi di nulla. Andrò davvero incontro alla morte col sorriso, ma non perché sono contento di sacrificarmi per la patria. No. Sorriderò perché la morte avrà il tuo viso. La pallottola o la granata ad uccidermi recherà con sé il tuo viso, e io morirò felice.

Diranno che sono stato falciato mentre andavo arditamente a conquistare le posizioni avversarie. Diranno che la patria deve essere fiera del mio coraggio. Non sapranno mai che sono stato io ad andare all’attacco, con quello slancio fulmineo, per trovare te dentro un proiettile. Non lo sapranno mai ma tu, se vorrai, lo saprai. Perché tu devi sapere.

Ora devo interrompere la mia lettera, si sta avvicinando un gran baccano perché quel deficiente del soldato Williams ha tentato di ustionarsi deliberatamente una mano pur di farsi mandare nelle retrovie ed evitare di partecipare all’attacco. Strillano, cercano di spegnere il fuoco sulla mano carbonizzata, il capitano bestemmia. Una scocciatura irrimediabile ed inutile. Williams domani attaccherà come gli altri, è ovvio che il tentativo di ustione è autoinflitto e nessun ufficiale lo manderebbe al punto di medicazione nell’imminenza di un attacco, anche perché ciò scatenerebbe una ribellione indomabile qui in trincea. Ma come, quella testa di cazzo se ne va tranquillamente in infermeria e noi stiamo qui come poveri stolti?

Non so se riuscirò a riprendere a buttare giù qualche riga, più tardi. Tutto qui è imprevedibile. Nel caso non dovessi farcela a scrivere ancora, addio. Addio Lisbeth, sappi che ti ho amato tanto, forse troppo. Sappi che non avresti dovuto trattarmi in quel modo e che se ho deciso di venire fin qui per uccidermi, è perché non posso sopportare di essere stato trattato così male e di amarti allo stesso tempo. Nulla mi interessa più, nessun progetto futuro può coinvolgermi ormai. So che anche tu, in fondo, approvi la mia scelta e non mi salveresti neanche se te ne fosse concessa l’occasione. Per me è finita qui, volevo solo che sapessi qual è la verità sulla mia morte.

Addio Lisbeth, ci rivedremo domani, un’ultima volta. Ti aspetto ansiosamente nel proiettile che mi falcerà.

Unisco a queste poche righe un quaderno contenente un diario scritto da poco prima che la guerra iniziasse, due anni fa. È per te, conservalo e tienilo stretto.

Con amore,

Geoffrey

Tolkien e la Grande Guerra – terza parte

Mentre Tolkien, in Inghilterra, si trova in bilico tra la vita e la morte in una stanza d’ospedale, la guerra continua. I suoi amici del TCBS, Wiseman e Smith, si trovano ancora in Francia. L’offensiva sul fronte della Somme dura ormai qualche mese, senza aver ottenuto risultati apprezzabili. Il numero degli uomini fuori combattimento aumenta a dismisura ogni giorno da ambo le parti e i guadagni territoriali da parte inglese (sono gli inglesi, infatti, ad aver lanciato l’offensiva il 1 luglio 1916) sono, al più, di qualche chilometro. Per fare un solo esempio, la collinetta di Thiepval, dove oggi sorge l’imponente memoriale ai dispersi della Somme progettato da Edwin Lutyens, avrebbe dovuto essere conquistata, subito dopo l’inizio delle operazioni, in un paio di giorni al massimo, secondo i piani del comando inglese. Passò realmente in mano ai britannici soltanto nel corso del mese di settembre.

Il memoriale di Thiepval, sulla Somme. Davanti al momnumento trova posto un cimitero anglo-fancese (sulla sinistra si vede quello inglese, sulla destra quello francese)

Mentre l’autunno sta per lasciare il posto all’inverno, il sottotenente Tolkien si trova ancora in prima linea, in mezzo al fango della Somme, in uno stato d’animo sempre più abbattuto. La guerra sembra non avere mai fine, le notizie dagli amici Smith e Wiseman giungono inevitabilmente frammentarie; inoltre Tolkien non perde mai di vista, nella mente, la giovane moglie Edith che lo attende in Inghilterra, senza contare che il ricordo di Robert Gilson, deceduto durante il primo giorno di operazioni sulla Somme, è quasi ossessionante.

La tomba di Robert Quilter Gilson, nel cimitero militare inglese di Becourt

Il più intimo amico di Tolkien, Geoffrey Bache-Smith, nel frattempo, seguita a scrivergli lettere in cui sostiene che è proprio lui, Tolkien, a doversi assumere l’onere di portare avanti gli ideali del TCBS. Pare quasi che Smith, pur trovandosi in quel periodo in seconda linea, si senta in pericolo e voglia accertarsi che qualcuno si occuperà di portare avanti tutto ciò per cui lui, Wiseman, Tolkien e il defunto Robert Gilson, si sono sempre impegnati. Tolkien, però, non è dello stesso avviso. Trovandosi in uno stato psicologico che oggi potremmo con buona probabilità definire di depressione, il giovane sottotenente filologo di Oxford scrive al caro amico Smith che per lui il TCBS è finito con la morte di Gilson. Sostiene di non essere in grado di vedere prospettive per il vecchio sodalizio iniziato ai tempi della scuola. Smith, però, non vuole arrendersi a questo epilogo. Per lui il TCBS è quasi una ragione di vita, senza contare che anche Wiseman concorda con lui sul fatto che sia Tolkien il più adatto, tra loro, ad essere il portabandiera del TCBS. In definitiva, Smith tenta di tirare dritto, nonostante lo strappo che ha visto aprirsi dolorosamente con il grande amico Tolkien. Sembra quasi di intuire il pericolo dal quale si sente avvolto Smith, mentre cerca disperatamente di tenere in piedi una delle poche cose che per lui hanno ancora un significato profondo, in mezzo alla guerra: il vecchio TCBS.

Geoffrey Bache-Smith in uniforme


Ci troviamo, ormai, nel mese di dicembre e Smith si trova in seconda linea, di passaggio. Non ci sono combattimenti in corso ma, si sa, l’imprevisto è sempre in agguato. A volte le granate cadono fuori bersaglio. Si sente nell’aria il sibilo di un proiettile tedesco finito completamente fuori dalla zona di combattimento. L’esplosione scaraventa in aria Smith, il quale, dopo essere rovinato a terra, si rialza quasi subito. Sembra non essere accaduto nulla di speciale, ma uno dei soldati che si trovano con lui, dice a Smith che sta perdendo sangue. Contrariato, quest’ultimo si reca alla dressing station più vicina, ovvero un posto di primo soccorso. Il medico dice a Smith di prendere posto sull’ambulanza e di farsi medicare la ferita in ospedale, poiché non può permettergli di andarsene in giro mentre seguita a perdere sangue. Qualche ora più tardi, Smith si trova in ospedale, dove viene sistemato tra i feriti lievi. D’altronde è cosciente, parla, cammina da solo.

Non è tutto oro quel che luccica, però. La ferita di Smith, non curata, continua a perdere sangue, mentre lui si indebolisce e inizia a formarsi un’infezione. Alcune ore più tardi, Smith sente salire la febbre e, durante la notte, perde i sensi. Lo ritroveranno il mattino dopo, il 3 dicembre 1916, morto, in mezzo ad altri feriti lievi del giorno prima, diversi dei quali hanno subito la sua stessa sorte. Nel caos dell’ospedale, Smith non è stato nemmeno visitato.

La tomba di Geoffrey Bache-Smith, nel cimitero militare inglese di Warlincourt


Tolkien, il quale mentre accade tutto questo è stato rimpatriato in Inghilterra in seguito alla cosiddetta febbre da trincea, apprenderà la notizia della morte del suo più intimo amico quando già si trova in ospedale. Anche questo costituirà un altro trauma della sua guerra. Per tutta la vita rimpiangerà di non aver ricucito lo strappo con Smith riguardo al TCBS e di non aver più rivisto l’amico.


Il nuovo anno, il 1917, Tolkien lo trascorre integralmente in ospedale, dove con lentezza esasperante inizia a riprendersi e, quando si sente un po’ meglio, a buttare giù i primissimi nuclei di testo che andranno a costituire il Silmarillion. Dopo più di un anno di ospedale, seguitando a scambiarsi lettere con il solo Wiseman (unico sopravvissuto tra i suoi tre cari amici del TCBS), all’inizio del 1918 i medici concedono finalmente il nulla osta per le dimissioni dall’ospedale e Tolkien si prepara ad abbandonare ancora una volta Edith, per tornare in Francia, dove ormai è quasi certo di trovare la morte. Appena prima di lasciare l’ospedale, già col certificato per uscire in mano, Tolkien ha un malore. Viene chiamato un medico, il quale lo ricovera nuovamente d’urgenza. Si tratta di un’infezione allo stomaco, contratta durante la precedente degenza. Tolkien resterà, quindi, in ospedale fino all’armistizio, avvenuto nel novembre 1918, sopravvivendo alla guerra.


Uscito dall’ospedale, resta in Inghilterra, dove l’esercito lo destina ad incarichi leggeri insieme ad altri reduci in condizioni di salute precarie come le sue, in attesa del congedo. Nel frattempo, continua a scrivere e a tentare d’intraprendere la carriera universitaria. Trova anche il modo di raccogliere le carte con le poesie di Smith, portandole in giro da diversi editori, per farle pubblicare postume.

Fu Tolkien stesso a sostenere, in uno dei rarissimi momenti in cui parlò direttamente della guerra, che senza la sua esperienza da soldato, il Signore degli Anelli non avrebbe mai visto la luce (smentendo, tra l’altro, l’interpretazione che vorrebbe gli orchi come immagine dei nazisti, legando il tutto alla seconda guerra mondiale.)
Chiudo con la lapidaria affermazione di Tolkien stesso, con la quale riassunse la sua esperienza di guerra: “Entro il 1918, tutti i miei migliori amici, tranne uno, erano morti.”