Non omnis moriar – incipit del primo racconto tratto dal libro La donna che attendeva il crepuscolo

In the villa of Ormen

in the villa of Ormen

stands a solitary candle

in the centre of it all

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your eyes

david bowie, blackstar

Il mio nuovo libro uscito la scorsa settimana, La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020), è composto da cinque racconti scritti nel corso degli ultimi tre anni. Come già anticipato qualche giorno fa, il libro costituisce un viaggio nel lato oscuro dell’amore attraverso storie e stili abbastanza diversi tra di loro. Ciascuno di questi cinque racconti presenta uno sbocco differente poiché un amore segnato da aspetti non sempre luminosi e brillanti non implica necessariamente sempre una conclusione ovvia o banale.

Con questo primo pezzo, dunque, vado ad introdurre il testo che apre il libro. Il racconto è intitolato Non omins moriar (in latino significa: non morirò del tutto) e, tra le sue varie fonti di ispirazione, ci sono lo scrittore danese Stig Dagerman e il musicista rock David Bowie. Sebbene non siano gli unici punti di riferimento del testo, vorrei citarli perché chi avrà occasione di leggere l’intero racconto si accorgerà subito del nesso tra questi due nomi e il mio testo.

David Bowie nel video del brano Blackstar

Nel brano omonimo del suo ultimo album Blackstar, inciso subito prima della morte, David Bowie parla, infatti, di un personaggio di nome Ormen. Si tratta indubbiamente di uno strano nome. Esso ha, con tutta evidenza, origini letterarie dato che non si tratta di una parola inglese. A questo proposito, lo scrittore danese Stig Dagerman pubblicò il suo primo romanzo nel 1945, mentre il mondo era ancora sconvolto dalla guerra, e lo intitolò proprio Ormen. Il romanzo non è stato mai tradotto in italiano ma è possibile leggerlo nell’edizione inglese col titolo The snake (Il serpente). Senza entrare nei dettagli del romanzo, basti dire che il serpente (Ormen) di cui parla Dagerman ha a che fare con la paura e la depressione che fagocita la vita. È, in sostanza, quanto accade al protagonista del libro e allo stesso autore. Dagerman, infatti, si suicidò il 5 ottobre 1954 a soli 31 anni, vinto anch’egli dal medesimo Ormen di cui parlava nel suo primo romanzo: la depressione.

Non è certamente un caso, dunque, che David Bowie abbia voluto citare Dagerman e Ormen in Blackstar, il suo ultimo album realizzato quando già sapeva che di lì a poco sarebbe morto. Non sapremo mai con precisione cosa Bowie volesse intendere attraverso la citazione di Ormen, ma il legame con Stig Dagerman pare decisamente plausibile.

Anche nel mio racconto Non omins moriar, nel quale l’atmosfera notturna e il colore nero sono ovunque, comparirà un misterioso personaggio avvolto da un mantello, anch’esso nero, il quale si presenterà alla voce narrante come Ormen. Ed ora, come promesso nel titolo di questo pezzo, passiamo all’incipit del racconto. Chi, invece, è curioso di sapere qualcosa di più sull’oscuro Ormen, troverà la soluzione all’interno del libro La donna che attendeva il crepuscolo, appena pubblicato da Meligrana Editore.

NON OMNIS MORIAR

Partenza

Fu durante una delle mie crisi più oscure che finii a vagabondare, errando nella notte e senza una meta precisa, nei dintorni della mia abitazione. Ogni cosa mi rimbombava nel cervello, con una possanza inaudita. Non ero in grado di riprendere il controllo di me stesso. I pensieri parevano bombardarmi e mi trafiggevano ogni volta in modo diverso, ma sempre più efficace, man mano che i secondi ticchettavano inesorabilmente. La notte, oscura al punto da sembrare in procinto di inghiottire ogni cosa, rappresentava il perfetto controcanto al tumulto della mia mente in subbuglio. Mi era impossibile riportare su binari anche solo vagamente ordinari le mie elucubrazioni sovreccitate. Tutto, e intendo dire davvero ogni singolo elemento della mia vita, implodeva davanti ai miei occhi, risucchiato in un immenso buco nero dalle dimensioni stellari.

L’unica cosa che riuscii a fare fu mettermi in cammino. Uscii dunque da casa, diretto non si sa dove. Non me ne importava. L’unica cosa che contava era muovermi, allontanarmi dalla mia abitazione e sperare, tramite quel movimento convulso ma privo di meta, di giungere in qualche posto migliore di quello attuale. Non era un programma altisonante, lo so, ma era l’unico che la mia mente fosse in grado di concepire, in quei momenti.

Mi avviai lungo la strada che si dipartiva da casa mia, nel buio della notte. Non rammento l’ora, a dire il vero. So soltanto che il buio regnava sovrano, intorno a me. C’era solo la luna, ad illuminare parzialmente la via, ma la mia mente allucinata non se ne diede per inteso per lungo tempo. Essendo privo di una meta precisa, non feci altro se non vagabondare lungo le strade quasi deserte, lì in collina, pur di allontanarmi da casa e tornarci più tardi possibile.

Dopo un tempo impossibile da quantificare, giunsi nei pressi di un punto panoramico, in corrispondenza di una curva verso sinistra. Da lì si poteva godere di una vista abbastanza ampia sulle colline intorno, costellate qua e là di piccoli puntini chiari, ad identificare le poche case illuminate nella notte. Lasciando scorrere lo sguardo mi resi conto della presenza, più in alto, sempre sulla sinistra, di una grande casa che non avevo mai notato in precedenza; aveva l’aspetto di un piccolo castello, almeno stando al profilo che si poteva intuire, nonostante l’oscurità e gli alberi che la circondavano come numerose sentinelle di guardia.

Sebbene i pensieri seguitassero a ricordarmi la mia crisi irreversibile, sperimentata subito prima dell’uscita di casa, constatai con sorpresa come la visione della misteriosa dimora in mezzo al bosco, sopra di me, attirasse inesorabilmente la mia attenzione. Qualcosa mi richiamava in quella direzione, pur non sapendo esattamente cosa. Dopo qualche attimo d’incertezza, mi risolsi a procedere innanzi, nel tentativo di individuare una possibile via d’accesso al piccolo castello appena avvistato.

Fu così che, dopo pochi minuti di cammino, vidi chiaramente, alla luce lunare, un sentiero che si discostava dalla strada, salendo lungo il medesimo versante della collina sul quale si trovava il castello. M’inerpicai senza indugio, notando con piacere che il percorso era ben segnato e riconoscibile, nel mezzo della boscaglia. Soltanto una volta ebbi un’incertezza, ma mi ripresi in fretta, individuando rapidamente la direzione corretta lungo la quale proseguire la salita.

Ogni tanto alzavo gli occhi per verificare se la misteriosa casa si vedesse finalmente un po’ meglio ma, con mio grande nervosismo, dovetti riconoscere di non riuscire a scorgere più di qualche guglia o di qualche finestra, che inquadravo qua e là. Non mi restava altro da fare se non procedere innanzi, nella speranza che l’obiettivo della mia camminata non si trovasse troppo lontano.

Procedetti lungo il sentiero nel bosco per molto tempo, tanto da domandarmi, a un certo punto, se mai sarei riuscito a giungere nei pressi del castello. Mi venne perfino il dubbio che, forse, il sentiero portasse in tutt’altra direzione. Fui preso da una grande meraviglia quando, d’improvviso, mi ritrovai fuori dal bosco e davanti a me osservai il possente muro di cinta, intorno al piccolo castello cercato con tanto zelo.

La luna faceva capolino a tratti tra le nuvole, consentendomi di inquadrare qualche dettaglio in più. Potei così rilevare che il castello, all’esterno, era illuminato soltanto da un paio di luci fioche, poste subito sotto il tetto. Due torrette, una a ciascun angolo dell’edificio, chiudevano la facciata che avevo davanti. Esso era completamente immerso nell’oscurità, fatta eccezione per due finestre sulla sinistra, all’ultimo piano, vicino a una delle torrette.

Mentre ancora il mio sguardo scorreva qua e là, lungo la facciata del castello, mi colpì l’assurdità di quella situazione. Mi trovavo dinanzi a quel piccolo edificio, nel bel mezzo della notte, senza la più vaga idea di chi vi abitasse; inoltre non sapevo nemmeno come avrei potuto giustificare il fatto di trovarmi lì, qualora avessi individuato un campanello o un batacchio da qualche parte, per segnalare la mia presenza ai suoi abitanti. Stavo ancora rimuginando su quei dubbi, mentre il cervello non smetteva di gettarmi addosso, alla rinfusa, scorci di me stesso immerso nella crisi di non molto tempo prima, quando adocchiai la vaga sagoma di una porta di legno, a qualche metro da me. Feci i pochi passi che mi separavano da essa con molta circospezione, quasi nel timore di disturbare qualcuno con un rumore di troppo, finché mi trovai finalmente davanti alla porta. Si trattava di una banale porta di legno, con una maniglia di scarso pregio. Nessuno stemma, nessuna targa con inciso sopra un nome. Allungai una mano per afferrare la maniglia, ma l’improvviso e inatteso nitrito di un paio di cavalli mi fece fare un balzo indietro, mentre il cuore batteva all’impazzata. Il nitrito sembrava provenire dall’interno del castello. Dopo qualche attimo i cavalli si acquietarono, mentre io non ero più così certo di voler saggiare nuovamente quella maniglia. Nonostante una forte indecisione mi attanagliasse il cervello, mi risolsi infine a tentare di aprire la porta. Allungai la mano, afferrai la maniglia e la spinsi verso il basso, trattenendo il respiro. La porta si aprì senza difficoltà. Strano che non fosse chiusa a chiave, annotai con rapidità, mentre sgusciavo all’interno del castello.

La donna che attendeva il crepuscolo, un nuovo libro da leggere disponibile da oggi

Una strana sensazione di urgenza mi spingeva a camminare verso la donna vestita di bianco, come se un impulso improvvisamente sorto dentro di me mi spingesse a conoscerne ad ogni costo l’identità. Avvertivo chiaramente la necessità premere sul mio cervello e trasferirsi al centro del petto, in un tumulto di strane emozioni che mi spingevano a camminare verso di lei. Mi sforzai di non lasciare spazio al dubbio che, piano piano, sentivo insinuarsi nella mente: e se lei fosse sparita prima che fossi riuscito ad avvicinarla? E se non l’avessi mai più rivista?

GABRIELE CHIAROLANZA, LA DONNA CHE ATTENDEVA IL CREPUSCOLO

Ci siamo, dunque! Per un autore c’è sempre un po’ di emozione all’uscita di un nuovo libro. Da oggi, infatti, è disponibile il mio ultimo libro, La donna che attendeva il crepuscolo, una raccolta di racconti scritti negli ultimi tre anni. Il libro è reperibile da subito sul sito di Meligrana Editore, dove tra l’altro si può avere col 15% di sconto, altri due libri gratis, spese di spedizione anch’esse gratuite e un cd, il che non è affatto poco. Nei prossimi giorni sarà acquistabile anche sui vari store online di vendita di libri e sarà ordinabile nelle migliori (ma volendo anche nelle peggiori!) librerie fisiche.

La copertina del libro La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

La donna che attendeva il crepuscolo rappresenta un viaggio nel lato oscuro dell’amore poiché spesso, sebbene in pochi lo ammettano, l’amore non è un dono scintillante ma una maledizione. Il confine tra amore e dramma, infatti, è molto difficile da tracciare nelle cinque storie che compongono questa raccolta di racconti. Non sempre, però, il risultato finale è ovvio come sembra a prima vista. Ecco, quindi, un percorso tra le forme di amore meno ovvie ma non per questo meno autentiche, narrate con stili, ambientazioni e sbocchi molto diversi tra loro.

Spendo solo una breve parola per sottolineare ancora una volta quanto sia importante, per chi può ed è interessato a dare un piccolo contributo alla cultura, dare fiducia e mostrare interesse verso autori ed editori poco noti, ma non per questo di scarso valore. Scegliete attentamente, se siete amanti della lettura, ma non disdegnate l’acquisto di libri curati dai piccoli editori e dai loro autori! Date un occhio agli estratti, se volete avere le idee più chiare, ma non limitatevi agli autori blasonati col grande marchio alle spalle, altrimenti difficilmente vedrete voci nuove farsi avanti poiché esse non hanno, solitamente, la possibilità di farsi notare dai lettori, non disponendo della visibilità dei grandi editori e non potendo permettersi di pagare agenti letterari a peso d’oro. Abbiate un po’ di fiducia, dunque, e vedrete che sarà possibile trovare anche tra gli scrittori poco noti, a volte con diverse pubblicazioni alle spalle, delle vere e proprie perle.

Concludo queste poche prime righe, dicendo che nelle prossime settimane pubblicherò gli incipit dei cinque racconti che compongono La donna che attendeva il crepuscolo con una breve presentazione per ognuno dei testi, proprio per dare un’idea di massima delle caratteristiche del libro, soprattutto a chi non si fa scoraggiare dai nomi poco noti dell’editore e dell’autore. Buona lettura, dunque, a quanti dimostreranno un interesse verso questo nuovo libro!

Qui l’incipit del primo racconto: Non omnis moriar

Qui l’incipit del secondo racconto: Macerie

Qui l’incipit del terzo racconto: 86

Qui l’incipit del quarto racconto: Bodak e la profezia nel bosco

Qui l’incipit del quinto racconto: La donna che attendeva il crepuscolo

Norimberga, una città con un passato nazista poco noto

La città di Norimberga è generalmente nota per via degli ormai famosi processi tenutisi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale contro i crimini dei dirigenti nazisti. Essi, tra l’altro, hanno costituito uno dei primi casi di evento coperto con una massiccia ed organizzatissima copertura mediatica in tutto il mondo, ma non rappresentano l’unico aspetto rilevante della città di Norimberga dal punto di vista storico.

Norimberga (ne parlo anche nel mio libro La crepa), com’è accaduto con tanti aspetti della seconda guerra mondiale e degli anni che ad essa hanno portato, è stata vittima di un processo di sovrascrittura della storia. In pratica, un evento che colpisce in modo molto forte l’immaginario collettivo, va a cancellare tutto (o quasi) quanto c’è stato prima. In questo caso il fatto storico che ha provocato la sovrascrittura sono stati i processi. Non mi soffermerò, quindi, su questi processi, sul loro impatto storico, mediatico e giuridico e non parlerò delle inevitabili molte storture a cui essi diedero luogo. Parlerò brevemente, invece, di un paio di aspetti scivolati in secondo piano nella storia della città che sono, al contrario, di grande importanza sebbene, forse, non siano troppo noti.

Quando si pensa al Terzo Reich, a Hitler e all’esperienza nazista la mente va istintivamente, o quasi, a Berlino, al Reichstag e a quanto ha a che fare con la capitale. C’è un elemento, però, che spesso sfugge all’attenzione e contribuisce a spostare l’obiettivo in un’altra zona della Germania: la sede nazionale dell’NSDAP (è la sigla del partito nazionalsocialista dei lavoratori di Hitler, quello che comunemente chiamiamo partito nazista) non si trovava a Berlino. Fin dal 1933, infatti, la sede del partito si trovava a Norimberga. La città fu sempre, fin dagli esordi del partito come attore importante sulla scena tedesca, una roccaforte nazista di importanza indiscutibile, tanto che nessuno pensò mai di spostarne la sede, magari a Berlino.

Panoramica di un raduno del partito nazista

A Norimberga si tennero diversi raduni nazionali del partito durante i quali Hitler non badava a spese e faceva sfoggio di ogni eccesso, mentre per giorni le organizzazioni paramilitari naziste invadevano la città e venivano celebrate con parate, bande militari e folla festante alle finestre e ai lati delle strade. Uno dei raduni più grandi, caratterizzato da coreografie complicatissime studiate personalmente da Hitler con tanto di scenografie frutto di ore di preparazione e di numerosi disegni preparati sempre da Hitler stesso, fu quello tenutosi nel 1937.

Ci troviamo, dunque, subito prima dell’inizio dell’espansione del Terzo Reich in mezza Europa. L’anno successivo, il 1938, vedrà l’annessione dell’Austria avviare questo processo apparentemente inarrestabile; poi verranno i Sudeti, la Cecoslovacchia e la macchina bellica nazista, di pari passo con quella poliziesca e concentrazionaria di Heinrich Himmler e Reinhard Heydrich, conquisterà quasi senza colpo ferire buona parte del continente. Nel 1940 capitolerà anche la Francia, vendicando l’onta del novembre 1918 che ossessionerà i dirigenti nazisti fin dentro al bunker, a Berlino, nei giorni del tragico finale autodistruttivo del Reich nell’aprile 1945.

Un anno prima di tutto ciò a Norimberga si tenne, dunque, un mega raduno nazionale dell’NSDAP il cui momento culminante fu una giornata intera, o quasi, di parate militari e sfilate di tutte le organizzazioni e i corpi militari e paramilitari dell’apparato nazista. Hitler tenne dei discorsi durante la giornata, fino alla conclusione serale durante la quale il suo discorso infiammò la folla, mentre gigantesche torce illuminavano altrettanto giganteschi stendardi nazisti che sventolavano nell’aria crepuscolare.

Hitler durante un raduno

Esistono alcuni filmati di questo raduno ed è di fondamentale importanza, oggi, guardarli con attenzione. Ho parlato del raduno del 1937 anche nel mio libro La crepa, tentando di spiegarne l’importanza, l’impatto sull’immaginario popolare nazista dell’epoca e mettendo a fuoco un aspetto cruciale di tutta la questione: Hitler e la ristretta cerchia dei dirigenti dell’NSDAP non erano una sorta di gruppetto di ‘uomini soli’ al comando della Germania. Erano, anzi, sostenuti da milioni di comuni cittadini tedeschi che approvavano le loro politiche poliziesche e credevano di vivere una sorta di esperienza mistica, che li rendeva parte di un grande e maestoso progetto di vaste dimensioni per ricreare la grandezza del loro paese. Questi raduni oceanici avevano anche lo scopo di cementare questa consapevolezza nella popolazione, nei militari, nei membri delle organizzazioni paramilitari e, certamente, anche negli stessi quadri dirigenti del partito. Ecco perché è così importante guardare, oggi, questi filmati con attenzione: è necessario comprendere di quale appoggio popolare godesse Hitler ed è necessario avere chiaro davanti agli occhi cosa può accadere quando milioni di persone si lasciano guidare senza spirito critico da qualche ‘uomo forte’ apparso al momento giusto sulla scena. In fondo, qualcosa di simile accadde in Italia con Mussolini e le conseguenze furono altrettanto disastrose. Oggi, in proporzioni diverse, continuano ad esserci infatuazioni pericolose come quelle per i vari Trump, leghisti assortiti e la loro pressoché infinita schiera di imitatori che coprono tutto l’arco parlamentare.

Oggi più che mai è fondamentale non chiudere gli occhi e, anzi, ricordare il passato collegandolo agli eventi del presente, per non rischiare di andare a visitare Auschwitz inneggiando ai porti chiusi sulle nostre coste. I porti chiusi negli Stati Uniti all’epoca, infatti, provocarono numerosissimi morti nei campi di sterminio nazisti, una volta che le navi contenenti i fuggiaschi ebrei furono tornate nei porti tedeschi. In Libia non avvengono cose molto diverse.

Alcune persone assistono rapite ad un raduno del partito

Invito, per concludere, a guardare questi pochi minuti di filmato d’epoca del raduno dell’NSDAP del 1937 a Norimberga con un occhio aperto sul presente ricordando, per inciso, che a Norimberga (altro fatto poco noto) era attivo durante il Terzo Reich un piccolo campo satellite in piena città dove i prigionieri dei grandi campi di sterminio venivano condotti per il lavoro coatto, sotto gli occhi dei comuni cittadini tedeschi.

Qui il link per vedere il filmato: https://archive.org/details/Der-Reichsparteitag-der-NSDAP-Nuernberg-1937

Gli italiani d’Austria durante la Grande Guerra, una storia quasi dimenticata.

Quando si parla di italiani in guerra sul fronte orientale solitamente si pensa sempre alla seconda guerra mondiale e alla ritirata dalla Russia. Qualcuno preferisce dimenticare che gli italiani erano stati mandati lì da Mussolini e che combattevano al fianco dei nazisti, ma questa è un’altra storia.

Una storia, invece, costantemente dimenticata è quella degli italiani d’Austria durante la prima guerra mondiale sul fronte orientale. Una storia che, tra l’altro, mostra in modo clamorosamente chiaro quanto la propaganda governativa italiana fosse costituita da pure e semplici invenzioni adatte a far presa sul grande pubblico, per coprire i veri scopi imperialistici verso i Balcani della guerra.

La vicenda degli italiani d’Austria durante la Grande Guerra ha finalmente attirato, negli ultimi anni, l’attenzione di diversi storici e gli studi sul tema iniziano ad essere più numerosi, facendo almeno in parte terminare il colpevole oblio nel quale l’esperienza di questi italiani era stata gettata per molti decenni.

L’aquila bicipite austriaca, uno dei simboli dell’Impero austro-ungarico

Ecco, dunque, qualche cenno su questo pezzo di storia dimenticata o quasi. L’Impero d’Austria-Ungheria era, com’è noto, multinazionale e comprendeva, quindi, numerose nazionalità e lingue al suo interno. Ciò che è meno noto, forse, è l’esistenza di una minoranza italiana di cittadini austro-ungarici. Si trattava di persone nate in Austria-Ungheria, e quindi cittadini imperiali a pieno titolo, ma di origini italiane. Spesso, infatti, portavano nomi italiani e parlavano la lingua italiana. L’italiano, infatti, era una delle lingue ufficialmente riconosciute dalle autorità austro-ungariche e la minoranza italiana era altrettanto ufficialmente riconosciuta, potendo contare anche su propri parlamentari a Vienna. A questo proposito, si possono citare due nomi divenuti famosi, per motivi molto diversi, di parlamentari austro-ungarici italiani a Vienna: Cesare Battisti e Alcide de Gasperi (sebbene i loro percorsi siano stati divergenti in ogni particolare).

Nel 1914, dunque, scoppia la guerra e l’Impero combatte contemporaneamente contro i russi e contro i serbi, a oriente. All’inizio per gli italiani d’Austria le difficoltà sono legate alle tipiche tragedie della guerra: una moltitudine di persone, perlopiù di estrazione contadina, viene sbalzata dalle tranquille vallate del Tirolo (allora il Trentino non esisteva, ovviamente) alle desolate lande della Galizia, sul confine russo. Poi, però, le cose peggiorano quando nella primavera del 1915 il Regno d’Italia decide di rompere gli indugi e scende in campo contro l’ex alleato austro-ungarico, col quale era in vigore un’alleanza (seppur traballante, per certi versi) fin dal 1882, rinnovata ogni anno.

È a questo punto che la situazione si fa molto complicata, per gli italiani riconosciuti come cittadini austro-ungarici. Le autorità dell’Impero, infatti, si fanno subito diffidenti nei loro confronti, temendo una presenza numerosa di irredentisti. Questa paura della quale le autorità, soprattutto militari, austro-ungariche non si libereranno mai, sarà sostanzialmente infondata e frutto più che altro della propaganda martellante del governo italiano in tema di irredentismo. È proprio per timore che gli italiani in divisa austro-ungarica non combattano con sufficiente determinazione, che essi vengono mandati in massa fare la guerra in Galizia, sul confine russo. Il timore delle autorità, infatti, è che gli italiani avvertano troppo fortemente la tentazione di disertare.

Soldati austro-ungarici sul fronte orientale

Inizia così, per molti italiani cittadini imperiali l’odissea della guerra a migliaia di chilometri da casa. Sul fronte russo finiscono la maggior parte degli italiani residenti in Tirolo e anche a Trieste. Essi, bersagliati dalle condizioni allucinanti della vita di trincea (peggiorate notevolmente dal clima durissimo del fronte orientale) ma anche dalla diffidenza di molti superiori e compagni d’armi, combatteranno una guerra perfino più complicata di molti altri, senza dimenticare che gli ordini venivano generalmente impartiti in tedesco, lingua che molti di loro non conoscevano. Nonostante ciò, gli italiani combattono facendosi onore soprattutto perché, a dispetto delle idee delle autorità, avvertono l’Impero come la loro casa e vogliono rappresentarlo degnamente nell’esercito. A questo proposito, vi sono anche testimonianze di italiani d’Austria che manifestano sentimenti anti italiani, dichiarando il proprio impegno a far vincere il conflitto alla Duplice Monarchia.

Distruzione sul fronte orientale

La storia di queste persone, però, diventerà spesso una vera e propria odissea, specie per coloro che saranno fatti prigionieri dai russi. Qui, infatti, oltre alle condizioni di vita molto dure, saranno anche sottoposti nuovamente a pressioni ideologiche quando, dopo il 1916, le autorità del Regno d’Italia daranno il via, d’accordo con l’alleato russo, ad un programma per far rientrare in Italia come liberi cittadini gli italiani che avessero accettato di riarruolarsi nell’esercito italiano per combattere i loro ex compatrioti. La missione italiana risulterà alquanto caotica ma, in sostanza, abbastanza fallimentare e non solo per motivi burocratici ed amministrativi. Uno dei motivi principali di insuccesso, infatti, risiederà proprio nella fedeltà all’Impero austro-ungarico da parte di una buona parte degli italiani detenuti nei campi russi. Solo una minima parte, infatti, sposerà la causa italiana.

A questo proposito va detto che per diversi di coloro che scelsero di rientrare in Italia le delusioni erano dietro l’angolo. Se, infatti, in Austria-Ungheria c’era una diffidenza marcata verso gli italiani, la stessa cosa valeva anche nel Regno d’Italia, dove si sospettava che questi italiani non si sarebbero rivelati politicamente affidabili. Ed ecco, quindi, svelato, uno dei più grandi inganni della propaganda italiana: per invogliare i giovani ad arruolarsi si calcava molto la mano sulla questione dei fratelli italiani intrappolati dentro i confini austro-ungarici e che attendevano di essere finalmente liberati ma, poi, quando questi stessi fratelli entravano in Italia, diventavano spie, nemici, finti italiani. Gente da guardare con sospetto, insomma, e da emarginare quanto prima.

Per gli altri italiani, quelli che avevano scelto la fedeltà alla Duplice Monarchia, si apriva la strada dell’incertezza, invece. Quando, infatti, l’impero asburgico si ritroverà dalla parte degli sconfitti, nell’autunno del 1918, gli italiani dovranno affrontare un’odissea infinita per rientrare in Italia, compiendo un viaggio che li porterà ad attraversare buona parte del globo, prima di giungere a destinazione. Alcuni di loro, ad ogni modo, faranno perdere le proprie tracce in Russia, ricostruendosi una famiglia lì e, a volte, entrando nelle milizie dell’esercito bolscevico per combattere contro i resti dell’esercito zarista durante la rivoluzione del 1917.

In conclusione, per coloro i quali riescono a rientrare in Italia dopo mille peripezie, ci sarà da fare i conti con la realtà dell’Italia disastrata del dopoguerra, ma anche con la diffidenza enorme da parte dei ‘veri’ italiani. Una diffidenza che comporterà la chiusura nel silenzio da parte dei reduci italiani in divisa austro-ungarica e la cancellazione quasi completa della loro memoria. Essi erano stati troppo italiani per le autorità asburgiche e diventavano, ora, troppo austriaci per quelle italiane e, quindi, doppiamente inaffidabili. A mettere una pietra tombale sulle possibilità di accettazione della loro memoria di guerra, poi, ci penserà il fascismo nascente che, dopo breve tempo dopo l’armistizio, prenderà ovunque il sopravvento. Un oblio, quello degli italiani che avevano combattuto dalla parte ‘sbagliata’, che dura ancora oggi, sebbene come detto all’inizio, si stiano finalmente aprendo degli spiragli positivi grazie al lavoro di diversi storici della prima guerra mondiale e che, si spera, potranno forse ampliarsi ancora.

Due storie a distanza di cent’anni una dall’altra, ma qual è quella più datata e quale quella più recente?

Ho affrontato recentemente la questione del perché esistano ancora ampi motivi per parlare di Grande Guerra oggi. Indubbiamente uno di questi motivi è: quanto poco è cambiato da allora.

Poche righe, allora, saranno sufficienti a rendere l’idea. Per dare un esempio chiaro a chiunque, qui sotto ciascuno potrà leggere due estratti che raccontano di altrettanti fatti accaduti in epoche diverse: uno nel 1920, subito dopo la prima guerra mondiale; l’altro nel 2019, come dire ieri. Volutamente non inserisco le fonti dalle quali sono tratti i due pezzi. Come distinguere, quindi, l’episodio risalente a cent’anni fa da quello più recente? Ancora una volta non bisogna mai stancarsi di tornare alle origini, spiegando cos’è stata la Grande Guerra di un secolo fa, passata a due passi dalle case di molti di noi.

Martedì 19 ottobre, più o meno alle 3 del pomeriggio, nel piccolo villaggio di Çay, vicino a Çanakkale (in Turchia), Ferhad (età 7 anni), un bambino muto, corre verso i suoi amici, gesticolando con grande eccitazione riguardo una granata che ha appena trovato nel cimitero. Un gruppo di 8 bambini segue Ferhad per esaminare la granata. Il diciassettenne Ismail, che ha portato con sé un’ascia, si posiziona sopra la granata e la colpisce. La conseguente esplosione lo uccide sul colpo, insieme a Hüseyn, figlio di Mehmed, e ferisce gravemente altri 5 suoi amici. Ismail e Hüseyn sono sopravvissuti alla guerra, ma essa li ha uccisi ugualmente.

E. e N. hanno 9 e 10 anni. La guerra si è portata via la loro infanzia in un secondo.
E. viene da un villaggio della Valle del Panshir. Stava giocando in un campo vicino a casa quando ha raccolto da terra un oggetto che è esploso poco dopo. Suo padre, poco dopo l’esplosione, lo ha portato al nostro ospedale di Anabah, dove gli abbiamo fornito le prime cure.
Una volta stabilizzato, lo abbiamo trasferito a Kabul. Per colpa di quel “gioco sbagliato”, E. ha perso l’occhio destro; sulla mano sinistra sono rimaste solo due dita e il suo corpo è ricoperto di ferite ad alto rischio di infezione.
Per questo motivo, ogni volta che viene medicato deve essere portato in sala operatoria: lì, sotto sedazione, ci prendiamo cura del suo corpo martoriato.
Anche N. è stato colpito da uno di quegli ordigni vigliacchi. È arrivato, anche lui insieme a suo padre, da un villaggio della provincia di Herat, vicino al confine con l’Iran. Ha perso entrambi gli occhi, il naso, parte della mandibola. Addome, braccia e gambe contano innumerevoli ferite

La risposta trovata in un libro. Storia di un uomo e del suo percorso accidentato verso la comprensione.

Tutto ciò che devia dalla linea ristretta e cosiddetta normale rende gli uomini prima curiosi e poi cattivi.

stefan zweig, l’impazienza del cuore

Accade, a volte, di cercare una risposta a tutti i costi. Una risposta dalla quale sembra dipendere tutta la tua vita. Una risposta alla quale uno sente di non poter rinunciare, altrimenti il suo equilibrio mentale e umano vacilla pericolosamente. In certe circostanze la vita presenta simili momenti e non c‘è niente da fare: o si identifica una risposta che l’istinto (prima) e il ragionamento (poi) certificano come valida oppure ci si rovina la vita.

Sembra forse impossibile ma quando, a dispetto di tutti gli sforzi profusi nel cercar di capire; nell’immedesimarsi nel punto di vista dell’altro per carpirne i moventi; nel tentar di vedere il mondo con gli occhi di un’altra persona le cui azioni ti risultano incomprensibili; ecco, in quel momento in cui fai tutti gli sforzi del mondo ma non riesci proprio a capire, eppure comprendi con la chiarezza e la forza del tuono che da questa stessa comprensione dipende ogni cosa, inizia il lento ma inesorabile processo col quale ti rovini la vita. Sì, non afferrare la risposta al perché proprio quella persona abbia assunto un preciso comportamento che ti ha causato tanto dolore, può distruggere. Certo, c’è chi può passarci sopra, può soprassedere senza tanti problemi, ma non tutti. Alcuni non possono farlo. Alcuni sono condannati alla necessità di scovare una risposta da qualche parte e finché non la trovano, seguitano inarrestabili a cercare ad ogni ora del giorno e della notte perché da ciò dipende la loro vita e, più precisamente, la loro sanità mentale.

Passano gli anni, dunque, e anche questo può apparire strano, può dare adito a sospetti giacché, inevitabile come la morte, giunge il quesito tanto stupido quanto impossibile da risolvere. Qualcuno, infatti, o probabilmente più di qualcuno, inizierà a domandarsi e a domandare: “Ma perché non pensi a qualcos’altro? Perché non ti distrai?”

Già, perché non pensare ad altro, perché non distrarsi? Impossibile offrire una replica efficace. A chi si arrovella nello strenuo tentativo di indovinare la risposta che determina la ragione di tanto dolore avvertito nell’intimo del proprio animo, la domanda suona inevitabilmente sciocca. Se potessi pensare ad altro e distrarmi – così uno pensa tra sé – tutto sarebbe magicamente risolto e non esisterebbero più problemi di alcun genere. Eppure, la domanda individua un punto dolente: perché autodistruggersi per trovare una risposta che sfugge continuamente non appena sembra di averla tra le mani, quando si potrebbe fare altro? Ma ecco che subito torna la consapevolezza. Cristallina e nitida come tutte le consapevolezze che si rispettino, ecco che appare di nuovo davanti agli occhi. Inutile insistere nel trovare argomentazioni logiche per rispondere a qualcosa di intimamente emotivo. Per un problema emotivo, ci vuole una soluzione che stia sul medesimo piano. Quando si ha la febbre, non si intima imperiosamente alla febbre di andarsene al diavolo perché abbiamo altro da fare. No, quando si ha la febbre si assume il farmaco adatto per farla andare via. Qui (chi l’ha vissuto lo sa perfettamente) è lo stesso. La necessità di trovare una risposta, la stessa risposta che la persona provocatrice di tanto dolore non vuole assolutamente darci, non si manda via dicendo: “Stupida fissazione di individuare una risposta, vattene! Ho altro da fare, io!”

Agire in questo modo sarebbe semplicemente da sciocchi. Se si vuole mandar via questa necessità che fagocita ogni cosa, bisogna trovare il rimedio corretto e, purtroppo, in questo caso il rimedio può constare solamente, appunto, in una risposta. Ma poiché la persona incriminata non la vuole fornire, occorrerà andare a cercarla altrove, la maledetta risposta, e il tragitto da compiere sarà inevitabilmente molto, molto più lungo e tortuoso.

Trascorrono gli anni, dunque, e un giorno un uomo (sì, proprio quello che si sta dannando l’anima per individuare la risposta che nessuno gli può, o vuole, dare) si ritrova a passeggiare tra gli scaffali di una grande libreria. L’uomo è sempre stato un grande lettore ed è, poi, diventato anche uno scrittore, sebbene non di quelli famosi. Insomma, egli vaga su e giù per la libreria. Ogni tanto prende in mano un libro, lo osserva davanti e dietro. Poi procede oltre, tanto ha già un paio di volumi in mano e ogni volta che entra in una libreria deve sforzarsi per non portarsene a casa una trentina, di volumi.

Ad un certo punto, quest’uomo tormentato (anche lì in libreria, infatti, la sua mente sovreccitata continua a cercare senza sosta la famosa risposta) passa accanto agli scaffali di uno dei reparti che solitamente frequenta di meno e, proprio su quello posto più in basso, è attirato dall’ultimo libro a destra. Si tratta di un romanzo di uno dei suoi autori preferiti. Un romanzo che egli non ha mai sentito nominare, prima. Dunque, incuriosito, si accuccia e tira fuori il libro. Ne osserva il titolo, lo soppesa, ne valuta la trama. Indubbiamente, pensa l’uomo, questo romanzo possiede qualcosa di interessante e non solo perché l’autore è uno tra i suoi preferiti. C’è qualcosa di indefinibile ad attrarlo verso il libro, sebbene egli stesso non sia in grado di definire esattamente cosa.

A questo punto, l’uomo si è quasi deciso ad acquistare il libro ma poi gli sovviene un pensiero: “Ho già molti libri arretrati, a casa, e anche oggi in libreria già ne tengo sotto braccio un altro paio… non posso acquistarne altri!”

E così, con un po’ di titubanza, l’uomo rimette giù il libro nello scaffale in basso, sulla destra, dove l’ha trovato. Dopo averlo riposto, riprende a camminare su e giù per la libreria ma il pensiero di quel libro abbandonato lì continua a non lasciarlo tranquillo. È così che l’uomo non si decide ad andare a pagare i libri che ha in mano e continua, incerto, ad aggirarsi tra gli scaffali degli altri reparti. Ogni tanto la spina di quel pensiero torna a visitarlo e allora si dirige nuovamente una, due, tre volte presso quello scaffale in basso, si accuccia e tira fuori ancora l’ormai noto libro individuato in precedenza. Alla fine, stanco di quel vagare e di tutta quell’incertezza, l’uomo prende una decisione: acquisterà il libro. E così, per l’ultima volta, torna davanti al ben noto scaffale, si accuccia ed estrae dall’angolo a destra il volume che ormai conosce tanto bene. Qualcosa, in quel libro, lo attira irresistibilmente e lui sa bene che, quando un libro chiama misteriosamente, bisogna rispondere al suo richiamo.

L’uomo, dunque, torna a casa e mette via i libri appena acquistati. Non leggerà subito quel romanzo che in modo tanto strano ha attirato la sua attenzione, in libreria. Deve finire altri libri, prima. E poi, a dire il vero, insieme all’attrazione sente anche un certo timore reverenziale nei confronti di quel libro. Dopo averne letta la trama, infatti, l’uomo ha pensato: “Decisamente interessante, sì, ma potrebbe farmi soffrire…” e così, per il momento, lo mette da parte.

Le cose, come chiunque sa, possono instradarsi lungo percorsi molto tortuosi. Anche pazzamente tortuosi, a volte. Accade, così, che il nostro uomo continui la sua vita tra alti e bassi, ma sempre tormentato irriducibilmente dalla sua domanda senza risposta e, nel frattempo, passino più di un paio d’anni. Anni a volte molto difficili, durante i quali l’urgenza di individuare la sua risposta si fa ancora più stringente.

Poi, mentre sta lavorando all’uscita di un suo libro, all’improvviso sente qualcosa nella sua mente. È come se il libro, proprio quel libro, d’un tratto lo chiamasse. Molto strano, pensa l’uomo. Sono passati più di due anni da quando l’ho comprato e finora non ho mai sentito nulla di particolare. Eppure, tendendo meglio l’orecchio, l’uomo avverte distintamente il richiamo: “Sono qui che ti aspetto” dice tranquillamente, con voce piana ma sicura, il libro “perché non vieni a leggermi? È giunto il momento di incontrarci.”

A dire il vero l’uomo è un po’ perplesso ma poi conclude: “In fondo che male c’è a leggere proprio quel libro? D’altronde sarebbe scortese ignorare un invito educato come il suo.”

E così l’uomo va nello scaffale dove sa di aver posato il libro, lo estrae, si siede e comincia a leggere. Un gran libro, si vede subito. Il romanzo lo coinvolge fin dalla prima pagina e lo stile di scrittura dell’autore, uno dei suoi preferiti, non lo delude nemmeno stavolta. Man mano che legge, l’uomo avverte una strana sensazione: è come se il libro producesse dentro di lui delle strane risonanze. Ancora non gli è chiaro il motivo per cui le avverte, ma capisce che sta accadendo qualcosa. Poi, poco oltre la metà del libro, l’uomo si blocca e capisce. Il libro, scritto un centinaio d’anni prima, parla di lui! Certo, i personaggi sono diversi, vivono in un mondo che oggi non esiste più e attraversano situazioni e circostanze molto diverse da quelle vissute da lui, ma non ci sono dubbi sul fatto che il libro parli di lui! Ciò che sperimentano i personaggi ha esattamente le medesime caratteristiche di ciò che ha vissuto lui; la dinamica umana e la psicologia della situazione descritta nel romanzo sono esattamente le stesse che ha attraversato lui. E così, finalmente, capisce! Dopo molti anni durante i quali quella persona, quella che l’ha fatto tanto soffrire, non ha mai voluto dargli una parola di spiegazione, l’uomo capisce, finalmente. Ha trovato la risposta a lungo cercata in ogni dove, giorno e notte. La risposta, incredibilmente, stava proprio in quel libro, spiegata con parole cristalline, sebbene applicata a personaggi e circostanze parzialmente diverse.

L’uomo, infine, si alza dal divano sul quale si era accomodato per leggere il suo libro e inizia a camminare lentamente su e giù per la stanza. Riflette. Si passa una mano tra i capelli, si accarezza una guancia sulla quale avverte qualche rigido pelo di barba e quasi non crede alle parole che ha appena letto. L’autore del libro, che lui ha sempre amato profondamente, sembra aver scritto proprio per lui quel romanzo. A distanza di circa cent’anni si è formato un ponte tra due uomini, due autori, due lettori. E, naturalmente, un ponte tra i personaggi del romanzo e un uomo che vive cent’anni dopo di loro. Un ponte che, finalmente, ha spalancato le porte della comprensione nella mente dell’uomo.

“Ecco perché le cose sono andate così” seguita a meditare fra sé.

“Ecco perché lei ha fatto quello che ha fatto, ormai molti anni fa” scandisce ad alta voce l’uomo, sebbene non ci sia nessuno in casa a sentirlo.

“Il dolore non può essere cancellato ormai, e nemmeno il ricordo” dichiara l’uomo, che ora si sente un po’ più tranquillo, sebbene una certa inquietudine ancora lo pervada, come sempre accade nei momenti di grande comprensione e di conseguente grande turbamento. “Eppure, adesso almeno so perché. Posso dire di aver finalmente capito qual era il punto e, cosa non meno rilevante, di aver capito lei.”

La risposta, come spesso accade, si trovava proprio dentro un libro. Quel libro che l’aveva richiamato in modo tanto strano e cortese più di due anni prima.

Il dovere della memoria sui crimini fascisti. Cent’anni fa l’incendio del Narodni Dom a Trieste.

Sono trascorsi cento anni esatti. Il 13 luglio 1920 accadeva uno dei più gravi fatti di sangue che portarono all’affermarsi del fascismo in Italia: l’incendio del Narodni Dom, a Trieste.

Il Narodni Dom (noto anche come Hotel Balkan) in una foto d’epoca

Non si può certo dire che sia un fatto noto ai più e questo è senz’altro un motivo in più per parlarne. Per comprendere a fondo l’importanza di questo evento, bisognerebbe spiegare a fondo la storia di Trieste partendo almeno dai primi anni del Novecento, quando era una città austro-ungarica. Cercherò, per ovvie ragioni di spazio, di dare un quadro sommario della questione, per poi arrivare ai fatti del Narodni Dom.

Trieste, dunque, era diventata una delle più importanti città dell’Impero d’Austria-Ungheria, tanto che alcuni la soprannominavano addirittura ‘la piccola Vienna’. La città, come del resto tutto il territorio imperiale, era multietnica e multinazionale. L’Impero austro-ungarico, infatti, era una sorta di contraddizione politica, amministrativa e sociale vivente. A differenza di qualsiasi altro stato dell’epoca, riuniva sotto la corona degli Asburgo una serie di stati molto diversi tra loro, ciascuno dei quali manteneva alcune strutture politiche e amministrative indipendenti (fino a un certo punto, ovviamente). Le ‘stranezze’ austro-ungariche proseguivano con la lunga lista delle lingue e delle nazionalità ufficialmente riconosciute nell’Impero. Tra esse figurava anche quella italiana. Ebbene sì, gli italiani erano una nazionalità ufficiale dell’Impero, la lingua italiana era anch’essa una delle lingue ufficiali e gli italiani avevano i loro parlamentari a Vienna (si possono citare, a questo proposito, due nomi divenuti illustri: Cesare Battisti e Alcide de Gasperi).

Anche a Trieste, dunque, si respirava un’aria di multinazionalità sebbene, come in altre zone del territorio imperiale, non mancassero le teste calde e, di conseguenza, gli scontri tra visioni politiche diverse e nazionalità diverse. Ad ogni modo, come prevedeva la struttura politica e sociale della Duplice Monarchia, a Trieste convivevano un folto gruppo maggioritario di italiani, suddivisi tra i cosiddetti italiani d’Austria (ovvero cittadini imperiali a tutti gli effetti, ma di origine e lingua italiana) e i cosiddetti regnicoli (ovvero cittadini del Regno d’Italia che risiedevano o lavoravano a Trieste), una numerosissima minoranza slovena (tra gli slavi c’era anche un numero molto minore di croati) e, naturalmente, la minoranza tedesca. Vi erano, com’è logico, anche altre minoranze ma queste erano senz’altro le più significative.

In questo clima multinazionale, dunque, la città di Trieste era diventata un grande centro economico con un porto fiorente. Nel frattempo, ciascuna nazionalità godeva di pari diritti con le altre e poteva disporre di organizzazioni, enti, giornali e scuole nella propria lingua. Tutto ciò sopravvisse, bene o male, fino al novembre del 1918, quando l’armistizio tra l’Impero degli Asburgo e il Regno d’Italia sancì quello che era divenuto evidente da almeno qualche mese: l’implosione e la conseguente sparizione dalle carte geografiche della potente Duplice Monarchia.

Quando gli italiani entrarono a Trieste, città che costituiva l’obiettivo della guerra italiana secondo le direttive della propaganda governativa fin dal 1915, le cose cambiarono per sempre. Accanto alla fuga precipitosa di quasi tutta la minoranza tedesca che costituiva il ceto amministrativo della città, fuggirono anche una grossa parte degli sloveni, i quali approdarono nel neocostituito Regno SHS (Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). Ma non finì qui. Gli italiani, nuovi padroni della città, manifestarono subito tendenze nazionaliste di tipo estremistico e, spesso, terroristico. In breve, gli italiani misero subito in chiaro, fin dai primi giorni, che tutto ciò che non era italiano avrebbe dovuto sparire per sempre da Trieste. Tre anni e mezzo di guerra totale, con 650 mila morti, avevano prodotto il frutto avvelenato di un nazionalismo intriso di tendenze violente e radicali. Queste tendenze, di lì a pochissimo, si sarebbero trasformate nel fascismo vero e proprio.

È dunque in questo clima surriscaldato e violento, nel quale gli italiani si producono continuamente in vessazioni e vere e proprie persecuzioni contro tutto ciò che non è italiano, che si giunge ai fatti del Narodni Dom. Fin da subito la comunità triestina più bersagliata dai nuovi padroni fu quella slovena. Dopo la Grande Guerra si scatenò, da parte dell’Italia e soprattutto a Trieste, una specie di guerra santa contro tutto ciò che era slavo e, in modo particolare sloveno.

Siamo, dunque, giunti per sommi capi al 13 luglio del 1920. Non dimentichiamo che la guerra è finita con la firma dell’armistizio vicino a Padova il 3 novembre 1918. Esso entra in vigore ufficialmente ventiquattro ore più tardi, nel pomeriggio del 4 novembre (fatto che, per inciso, causò la morte di molti altri soldati da entrambe la parti). Il conflitto, quindi, si è chiuso circa un anno e mezzo prima e i suoi strascichi si fanno sentire pesantemente. Il clima in città è pesante. Dal giorno dell’armistizio gli italiani sono impegnati nel tentativo di far sparire ogni traccia della presenza slovena a Trieste (senza dimenticare che l’italianizzazione forzata colpì anche i tedeschi dei quali, solitamente, si parla poco). Al Narodni Dom (la Casa del popolo degli sloveni) si trova, in un bel palazzo progettato da un famoso architetto, la sede delle organizzazioni slovene della città. Già da qualche tempo, mentre le tensioni tra italiani e sloveni, alimentate dalle squadre armate del nuovo fascismo nascente, salgono sempre di più, uno dei caporioni italiani, Francesco Giunta, parla di appiccare il fuoco al Narodni Dom. I fatti del 13 luglio, in effetti, lasciano pensare ad un’aggressione premeditata sebbene siano presenti alcuni punti mai chiariti nella dinamica degli eventi.

Il Narodni Dom in fiamme

La sera del 13 luglio gli squadristi guidati da Giunta assalgono il Narodni Dom e lo incendiano. Il fuoco divampa facilmente e l’intero edificio è in breve tempo in preda alle fiamme. Hugo Roblek, un farmacista e alpinista che si trova all’interno del Narodni Dom, si getta dalla finestra per non essere divorato dalle fiamme, schiantandosi sul selciato. Aveva quarantasei anni. Anche la moglie si getta fuori subito dopo, ma sopravvive miracolosamente.

Nel frattempo gli squadristi impediscono ai pompieri di avvicinarsi per domare le fiamme. A questo proposito va ricordato che il Narodni Dom era presidiato da più di quattrocento militari ma nessuno di loro riuscì ad impedire l’ingresso degli assalitori nell’edificio. Essi, indisturbati, girarono per le sale versando benzina e appiccando il fuoco in tutta tranquillità. Inoltre, i clienti e i dipendenti all’interno dell’edificio, quando uscirono dalla porta sul retro furono accolti dagli stessi assalitori che li presero a bastonate. I militari di presidio rimasero a guardare per tutto il tempo.

Alla fine della serata del Narodni Dom non restò che un rudere annerito dalle fiamme.

Quanto accaduto cent’anni fa a Trieste sotto gli occhi di militari, polizia e popolazione civile è uno dei più gravi fatti sanguinosi commessi dal fascismo nascente in Italia, dopo mesi di attentati e intimidazioni contro civili e organizzazioni slovene a Trieste. La città, infatti, a dispetto del passato multinazionale austro-ungarico, diventò subito un laboratorio all’avanguardia (e a cielo aperto) del nuovo fascismo squadrista che avrebbe imperversato, di lì a poco, in tutta Italia. È importante oggi non dimenticare i fatti del Narodni Dom, mentre vediamo attorno a noi continui rigurgiti e ripetizioni di prassi e politiche fasciste da parte di tutti i partiti politici e da parte di una significativa porzione della società civile italiana. Non bisogna mai dimenticare, né abbassare la guardia.

Infine, un ultimo cenno a un episodio che rende bene l’idea della metamorfosi incredibile conosciuta dalla società civile di Trieste in pochi anni.

L’imperatore d’Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe

È il 23 maggio 1915. L’Italia ha appena comunicato alle autorità della Duplice Monarchia che il giorno seguente avrebbe iniziato le ostilità contro l’ormai ex alleato. Francesco Giuseppe, il vecchio imperatore degli Asburgo, detta un proclama in cui lo sdegno e il disprezzo verso l’ex alleato sono a malapena celati. Tralasciamo qui i giochi politici reciproci tra le due nazioni. Certamente l’Austria-Ungheria non poteva pretendere di ricoprire il ruolo dell’innocente, ma questa è un’altra storia.

L’imperatore, dunque, diffonde il proclama ‘Ai miei popoli’. La sera del 23 maggio a Trieste una folla inferocita si dedica a saccheggiare e vandalizzare tutto ciò che trova a ricordare la presenza italiana in città. Negozi, scuole, sedi di associazioni, sedi di redazioni di giornali. Ma chi sono costoro? Soltanto sloveni e austriaci? Ci sono molti testimoni che riferiscono un fatto importante: molti dei manifestanti parlano in italiano o in dialetto triestino. Nessuno, allora, poteva immaginare quale ribaltamento delle parti si sarebbe verificato nell’arco di meno di quattro anni.

The Wall dei Pink Floyd, molto più di un capolavoro musicale

Oggi, da ex chitarrista, rispolvererò uno dei miei grandi amori e proporrò un’incursione nel mondo musicale, in particolare quello dei Pink Floyd. The Wall è uno dei loro album storici, sul quale è stato scritto un buon fiume d’inchiostro. È possibile che io non aggiunga nulla di nuovo a quanto già detto ma, trattandosi di un album e di un gruppo che amo profondamente e che, inoltre, hanno avuto una certa dose d’importanza in tutto ciò che ho scritto, vorrei comunque dire qualcosa al riguardo.

Ho sentito per la prima volta The Wall da piccolo, poiché mio padre aveva comprato il disco, quand’era uscito in Italia e lo ascoltava spesso. Da allora, erano i primi anni Ottanta del secolo scorso, ho riascoltato innumerevoli volte questo capolavoro e ogni volta ho avuto l’impressione di scoprirne una sfumatura nuova.

Roger Waters, principale compositore di The Wall

Non mi soffermerò più di tanto sulla storia di questo doppio, perché immagino che tanti già la conoscano. Non ripercorrerò, quindi, le vicissitudini dei Pink Floyd come gruppo e, in particolare, quelle dei due personaggi dal carattere più forte che da sempre hanno caratterizzato il gruppo, Roger Waters e David Gilmour. Basti dire, per chi non lo sapesse, che il disco fu registrato in un clima di tensione costante, con i membri del gruppo che quasi non si parlavano più mentre Waters, da sempre il più prolifico compositore della band, assumeva modalità di comportamento sempre più difficili da gestire per tutti.

Un’immagine tratta dal film omonimo di Alan Parker, in cui si vede Bob Geldof arringare la folla con termini non molto dissimili da quelli di Hitler

Veniamo dunque al disco vero e proprio. The Wall è la storia di Pink, una rockstar in crisi d’identità che deve presentarsi sul palco per forza, spinto dalle necessità improrogabili dell’industria dello spettacolo, nonostante i suoi evidenti problemi psicologici. Pink, infatti, passa da un’infanzia difficile, durante la quale il padre muore nel corso della seconda guerra mondiale, senza che lui l’abbia mai potuto conoscere e attraversa, poi, il turbolento periodo della scuola, vessato da insegnanti che non capiscono le sue velleità artistiche. Sviluppa, così, una serie di manie e fissazioni ossessive, mentre lo spettro della guerra che ha portato via suo padre incombe sempre minaccioso alle sue spalle. Senza voler ricordare tutti i dettagli, poiché ancora una volta immagino che molti li conoscano già, basti sottolineare che Pink sviluppa un’esistenza sempre più in preda al demone dell’autodistruzione finché, dopo essersi trasformato in una specie di novello Hitler (con il simbolo dei due martelli incrociati al posto della svastica), la sua stessa coscienza intenta contro di lui un processo, nel quale il giudice gli intima di abbattere il muro che lui stesso si è costruito intorno, per proteggersi da quanti gli hanno fatto del male, isolandosi completamente dal mondo esterno.

Una delle molte scene di animazione del film di Alan Parker, in questo caso ancora con i martelli in primo piano

Si tratta di un’opera nella quale i demoni e i fantasmi di Roger Waters, colui che ha quasi interamente composto i brani, escono clamorosamente allo scoperto ma, come in tutti i capolavori che si rispettino, assumendo una valenza universale. Waters, infatti, ha avuto la capacità di descrivere il suo lato oscuro consentendo a chiunque di immedesimarvisi. In questo aiuta molto la musica straordinaria che si ascolta durante tutti e due dischi che compongono The Wall, senza dimenticare il fondamentale contributo alla causa dato dal chitarrista, David Gilmour. Pur essendo i rapporti tra i due, all’epoca, vicinissimi alla rottura definitiva, Gilmour è stato capace di offrire un apporto assolutamente enorme all’efficacia del capolavoro di Waters, con parti chitarristiche e vocali rimaste nella storia del rock.

La storia di Pink messa in scena nel disco è, chiaramente, in larga parte (sebbene non integralmente) legata alle vicende autobiografiche di Waters. Suo padre, infatti, Eric Fletcher Waters, morì nel 1944 durante lo sbarco di Anzio, in Italia, quando gli Alleati tentavano di risalire il nostro paese per respingere i nazisti verso la Germania. Si può dire, probabilmente, che questo abbia costituito una delle principali fonti di dolore, ma anche di stimolo artistico, nella vita di Waters. La guerra permea completamente tutto The Wall, infatti, e questo l’ha reso una colonna sonora pressoché perfetta e inevitabile per entrambi i miei due romanzi, giacché uno è ambientato durante la Grande Guerra e l’altro ha invece a che fare con l’esperienza nazista. Da rilevare, tra l’altro, che la famiglia Waters fu pesantemente colpita da entrambe le guerre mondiali. Sebbene di solito si citi sempre e solo il padre di Waters, anche suo nonno, George Henry Waters, morì in guerra, in questo caso durante la prima guerra mondiale sul fronte occidentale.

Il dolore che si percepisce ad ogni nota e ad ogni parola, durante tutto il doppio album dei Pink Floyd, è qualcosa che colpisce come una rasoiata, quasi senza filtri, tanto Waters è riuscito a infilarlo dentro la storia del tormentato Pink. C’è, nei testi e nelle musiche di The Wall, l’essenza del dolore mentale di una persona che ha visto, senza averne alcuna responsabilità, la sua vita irrimediabilmente rivoluzionata e, in parte, distrutta dalla presenza della guerra. È certamente, questo, un tema universale che si ritrova anche nei miei libri, ragione in più che mi fa essere particolarmente legato a quest’opera di quel maledetto genio di Roger Waters.

Un’altra immagine di Bob Geldof, che nel film interpreta Pink

Va detto anche, per completezza, che dal doppio album dei Pink Floyd è stato tratto un film di Alan Parker con Bob Geldof come protagonista, alla cui realizzazione ha contribuito lo stesso Waters, e per il quale alcuni brani sono stati registrati nuovamente o sono stati aggiunti ex novo, rispetto alla versione su disco. Sebbene personalmente preferisca la versione con sola musica, si tratta comunque di un film notevole sotto molti punti di vista e che fa da perfetto corollario alla musica dell’album.

Recentemente, inoltre, Roger Waters ha imbastito qualche anno fa un tour mondiale durante il quale ha riproposto l’esecuzione integrale di tutto The Wall, traendone anche un DVD nel quale, oltre al concerto, ci sono alcune parti che mostrano Waters parlare del padre e del nonno scomparsi in guerra. Viene anche mostrata la visita fatta da Waters al cimitero militare inglese di Anzio, nel cui memoriale suo padre è ricordato.

Ci sarebbero infinite altre cose da dire su questo capolavoro inossidabile, ma lo spazio richiederebbe almeno qualche volume. Faccio solotanto un accenno, quindi, alla questione del finale del doppio album. Un finale che non è un finale, in realtà, poiché conduce ciclicamente a ritornare dall’ultimo brano, Outside the wall, al primo, In the flesh?. Se ascoltate bene l’inizio e la fine dei due brani, magari alzando il volume, si può sentire la voce di Waters pronunciare una frase spezzata in due, in cui la prima parte (Is there…) si trova alla fine di Outside the wall, mentre la sua conclusione si trova all’inizio di In the flesh? (e che suona: …where we came in?). La frase può essere ascoltata per intero, dunque, soltanto se, giunti alla fine del doppio album dei Pink Floyd, si torna al suo inizio, ricominciandone l’ascolto.

Chiudo, perciò, invitando semplicemente quanti non l’hanno mai ascoltato, a rimediare quanto prima. Per i molti, invece, che già conoscono The Wall, può sempre essere l’occasione per riascoltarlo e scoprirne nuovi elementi.

Racconti quasi d’amore, un nuovo libro prossimamente in uscita e una sfida al nero incombente sull’editoria italiana

Scrivere e pubblicare un libro in tempi di crisi si avvicina, ormai, ad essere una sorta di impresa. Il lavoro dello scrittore è notoriamente solitario ma, visto il clima che si respira là fuori, l’impressione è quella di essere completamente soli nel bel mezzo di una giungla sconosciuta, in piena notte. Si scrive sempre in solitudine, questo è vero, ma la situazione generale dell’editoria italiana, soprattutto quella piccola, è davvero preoccupante e, come se questo non fosse già un pessimo segnale, non si intravede alcuna luce in fondo al tunnel, al momento.

Scrivere ha ancora un senso?

Nel corso della cosiddetta ‘fase 1’ del coronavirus, quando in Italia si scivolava passivamente, sotto un bombardamento mediatico formidabile, dallo stare a casa alla coercizione dello stare in casa (ovvero stare chiusi in casa agli arresti domiciliari), l’editoria italiana ha conosciuto un calo di circa l’80% delle vendite di libri. Si tratta di dati ufficiali diffusi da tutti i principali editori italiani, quindi non sto inventando o ipotizzando nulla.

Detto questo, è chiaro che, se per un editore bello grosso ci può certamente essere (e c’è) un contraccolpo sensibile, per un editore piccolo e già privo di visibilità prima del virus, questo contraccolpo diventa potenzialmente letale. L’editore grosso, infatti, sopravvivrà di sicuro al cataclisma provocato dal virus e dalle politiche insensate del governo, il quale ha tenuto aperte le fabbriche di armi ma non ha previsto la benché minima soluzione per le librerie, considerate (in Italia, ormai, è una tesi che non abbisogna nemmeno di essere spiegata, a tal punto risulta ovvia) attività non essenziali. E le cose, ora che la riapertura selvaggia è in atto, non sono affatto cambiate. Nessun provvedimento per aiutare le librerie né, tanto meno, gli editori, specie quelli piccoli. Risultato: molti di essi rischiano di scomparire per sempre, se non sono già scomparsi in questi mesi.

Cosa significa questo, per l’ormai sparuto gruppo di lettori italiani che resiste all’estinzione di massa, già in atto prima della ‘fase 1’? Significa, innanzitutto, che la ricerca di autori nuovi subirà un brusco arresto, poiché gli editori non hanno più i soldi per investire in nuovi progetti. I grossi editori ne trarranno vantaggio, come sempre, poiché il mercato della lettura si accentrerà ancora di più nelle loro mani e, ovviamente, in quelle dei loro autori i quali, comunque, erano dei privilegiati già prima del cataclisma, a prescindere dalla loro qualità. Inoltre, significa una contrazione sicura delle traduzioni di testi stranieri in italiano, per lo stesso motivo di prima: mancano i fondi.

Sul versante delle presentazioni non spendo molte parole, a tal punto il quadro è avvilente. Prima del virus, quello delle presentazioni era già un mondo in agonia, ma ora pare incombere lo spettro della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, apparentemente pronto a trionfare su tutto.

Dunque, in questo quadro piuttosto fosco, pubblicare un libro appare sempre di più come una sfida, o forse come una lotta contro i mulini a vento. È con questo stato d’animo che, insieme all’editore, sto preparando l’uscita del mio terzo libro, che si intitolerà Racconti quasi d’amore. Anche l’editore con cui pubblico, Meligrana Editore, ha conosciuto pesanti problemi derivanti da questo crollo verticale delle vendite di libri. Inoltre, trattandosi di una realtà editoriale piccola e poco conosciuta, sebbene con copertura nazionale, le difficoltà si sono moltiplicate e siamo giunti con non poca difficoltà alla decisione di pubblicare questi Racconti quasi d’amore. Una sfida non esattamente trascurabile, nel mezzo di una notte senza luna e senza la minima traccia di un seppur fioco bagliore proveniente da un faro, ad indicare la presenza di un porto al quale attraccare.

Non è lo stato d’animo migliore, certo. Si affronta la pubblicazione con l’animo un po’ pesante, ben sapendo di dover lottare anche solo per trovare un singolo lettore in più, partendo da una situazione generale a tinte fosche e, per di più, senza la visibilità di cui possono godere le realtà editoriali più grandi. Ciononostante, ci si prova e si spera in qualche risultato che, almeno, possa dirsi accettabile.

Nel mio romanzo d’esordio mi sono occupato di tematiche affini a quelle del nuovo libro

Usciranno, quindi, tra un poco i miei Racconti quasi d’amore, una raccolta di racconti scritti negli ultimi tre anni che vanno a costituire una sorta di viaggio nel lato oscuro dell’amore, un tema del quale ho già avuto modo di occuparmi in passato. Un viaggio per tentare di dare voce alle forme di amore più tormentate e, forse per questo, meno popolari e che generano maggiori resistenze ad essere accettate da chi ne sente parlare (o con esse viene in contatto per vie indirette) e superate con esito positivo da chi le sperimenta.

Un libro, insomma, che vuole essere non solo il risultato del faticoso lavoro di un autore e del suo editore, ma anche una sorta di grido d’allarme per il mondo dei libri, che appare sempre più in pericolo e privo di sbocchi. Ci sarà ancora qualcuno in grado di captare questo SOS, o saremo destinati allo scontro con l’iceberg come il Titanic, più di un secolo fa?

Elmore Leonard, quando il noir diventa capolavoro

Ieri ho fatto un’incursione nelle storie di James Ellroy e in particolare nel suo romanzo Perfidia. Oggi, invece, dedico qualche riga a Elmore Leonard, un autore al quale lo stesso Ellroy deve molto.

Elmore Leonard, deceduto qualche anno fa, nel 2013

Elmore Leonard è uno tra gli autori americani contemporanei più prolifici, con decine di romanzi al suo attivo. Si tratta di storie dal carattere noir, nelle quali il protagonista viene a contatto con i peggiori delinquenti ma, allo stesso tempo, ha sempre la capacità di mantenere intatto tutto il suo sangue freddo. Trattandosi di un autore molto prolifico, attivo dal secondo dopoguerra fino a non molti anni fa (Leonard è morto nel 2013), è ovviamente impossibile fare un elenco completo dei suoi testi. Mi limito, quindi, a qualche cenno e a qualche titolo. Chi fosse incuriosito, constaterà facilmente quanti siano i suoi romanzi disponibili anche in italiano.
Le storie di Carl Webster, ad esempio, è un ottimo libro per cominciare a scoprire questo grande autore. Si compone di tre racconti, tutti con protagonista il Carl Webster del titolo, uno sceriffo federale nell’America degli anni ’30/’40. Webster è una specie di sceriffo in vero e proprio stile western, che non ha nessun timore di usare la pistola contro i criminali dei quali è incaricato di occuparsi. Ha una mira infallibile e un sangue freddo fuori dal comune. Un personaggio eccessivo, come del resto quasi tutti quelli tratteggiati da Leonard, compresi i cattivi delle sue storie. Carl Webster torna anche in altri testi di Leonard, tra traffico di droga, rapine, ex nazisti fuggiti dai campi di detenzione americani e personaggi vari di dubbia fama. In ogni caso, lui compare sempre ad indagare per fermarli e non esita un momento a tirare fuori la pistola, se se ne presenta l’occasione. È uno di quelli che sostengono la teoria secondo la quale se uno estrae la pistola, non deve farlo per finta ma per sparare. Come si vede, nonostante Webster rappresenti il “buono”, si tratta di un “buono” decisamente sopra le righe, in un’America a tinte forti, nella quale spesso non esistono i mezzi toni ma soltanto le tinte più accese, sia tra i “buoni”, come Carl Webster, sia tra i “cattivi”.

È quanto accade, ad esempio, in Hot Kid, un romanzo nel quale ricompare lo sceriffo federale Carl Webster, per dare la caccia a Jack Belmont, figlio di un magnate del petrolio, il quale ha deciso, in barba all’aria di rispettabilità che circonda suo padre, di commettere ogni sorta di reato, finché qualcuno non lo fermerà.

La copertina italiana di Tishomingo Bues

Anche in Tishomingo Blues si respira un’atmosfera a metà tra la perdizione verso la quale conduce il mondo delinquenziale in cui Leonard immerge i suoi personaggi e la resistenza opposta da alcuni di essi i quali, pur trovandosi invischiati nel gorgo di eventi più grandi di loro, non si lasciano trascinare del tutto dalla corrente. È il caso di Dennis Lenahan, un ex campione di tuffi un po’ avanti con gli anni, il quale sbarca il lunario facendo spettacoli di tuffo da un’altissima piattaforma, in piccoli alberghi della provincia americana. Quando Dennis assisterà, del tutto casualmente, ad un omicidio mentre si trova proprio sopra la sua piattaforma, prenderà l’avvio una sequenza imprevedibile di avvenimenti, mentre intorno a lui si materializzeranno una serie di personaggi intrisi del tipico razzismo degli stati del Sud, impegnati in una rievocazione di una battaglia della guerra tra Nordisti e Sudisti.

Si tratta, come si sarà forse intuito, di romanzi o racconti dove non si perde tempo in descrizioni superflue. Leonard, come del resto fa anche Ellroy, non spreca una riga in elementi inutili della storia. Tutto è pieno di azione e i personaggi ne escono tratteggiati con maestria, in modo sempre molto netto, come se fossero illuminati da una potente lampada al magnesio che ne fa percepire con immediatezza le caratteristiche. Inoltre Leonard, anche in questo caso come James Ellroy, è un vero maestro nella costruzione dei dialoghi, arrivando a un livello che pochi autori sono in grado di raggiungere. Attraverso le battute che si scambiano, Leonard riesce a far emergere in modo chiarissimo, ma sempre fluido ed interessante, molte peculiarità psicologiche dei suoi personaggi e può costituire un ottimo esempio di come dei dialoghi serrati e che vanno dritti al punto dovrebbero essere costruiti.

Lo sconosciuto n.89, copertina italiana

I motivi per avvicinarsi a questo grande autore americano sono molti, come penso si sia intuito anche in questa breve panoramica che ho tentato nelle poche righe di questo pezzo. Prima di chiudere, cito solamente qualche titolo di testi di Leonard che, personalmente, ho trovato particolarmente avvincenti e interessanti. Oltre a Le storie di Carl Webster, Hot Kid e Tishomingo Blues, citati in precedenza, indico almeno i seguenti: Lo sconosciuto n.89, Raylan e Tutti i racconti western.

In ogni caso, sono i suoi testi sono sempre di altissimo livello ed è improbabile restare delusi. Con Elmore Leonard si va sul sicuro.