Due storie a distanza di cent’anni una dall’altra, ma qual è quella più datata e quale quella più recente?

Ho affrontato recentemente la questione del perché esistano ancora ampi motivi per parlare di Grande Guerra oggi. Indubbiamente uno di questi motivi è: quanto poco è cambiato da allora.

Poche righe, allora, saranno sufficienti a rendere l’idea. Per dare un esempio chiaro a chiunque, qui sotto ciascuno potrà leggere due estratti che raccontano di altrettanti fatti accaduti in epoche diverse: uno nel 1920, subito dopo la prima guerra mondiale; l’altro nel 2019, come dire ieri. Volutamente non inserisco le fonti dalle quali sono tratti i due pezzi. Come distinguere, quindi, l’episodio risalente a cent’anni fa da quello più recente? Ancora una volta non bisogna mai stancarsi di tornare alle origini, spiegando cos’è stata la Grande Guerra di un secolo fa, passata a due passi dalle case di molti di noi.

Martedì 19 ottobre, più o meno alle 3 del pomeriggio, nel piccolo villaggio di Çay, vicino a Çanakkale (in Turchia), Ferhad (età 7 anni), un bambino muto, corre verso i suoi amici, gesticolando con grande eccitazione riguardo una granata che ha appena trovato nel cimitero. Un gruppo di 8 bambini segue Ferhad per esaminare la granata. Il diciassettenne Ismail, che ha portato con sé un’ascia, si posiziona sopra la granata e la colpisce. La conseguente esplosione lo uccide sul colpo, insieme a Hüseyn, figlio di Mehmed, e ferisce gravemente altri 5 suoi amici. Ismail e Hüseyn sono sopravvissuti alla guerra, ma essa li ha uccisi ugualmente.

E. e N. hanno 9 e 10 anni. La guerra si è portata via la loro infanzia in un secondo.
E. viene da un villaggio della Valle del Panshir. Stava giocando in un campo vicino a casa quando ha raccolto da terra un oggetto che è esploso poco dopo. Suo padre, poco dopo l’esplosione, lo ha portato al nostro ospedale di Anabah, dove gli abbiamo fornito le prime cure.
Una volta stabilizzato, lo abbiamo trasferito a Kabul. Per colpa di quel “gioco sbagliato”, E. ha perso l’occhio destro; sulla mano sinistra sono rimaste solo due dita e il suo corpo è ricoperto di ferite ad alto rischio di infezione.
Per questo motivo, ogni volta che viene medicato deve essere portato in sala operatoria: lì, sotto sedazione, ci prendiamo cura del suo corpo martoriato.
Anche N. è stato colpito da uno di quegli ordigni vigliacchi. È arrivato, anche lui insieme a suo padre, da un villaggio della provincia di Herat, vicino al confine con l’Iran. Ha perso entrambi gli occhi, il naso, parte della mandibola. Addome, braccia e gambe contano innumerevoli ferite

La risposta trovata in un libro. Storia di un uomo e del suo percorso accidentato verso la comprensione.

Tutto ciò che devia dalla linea ristretta e cosiddetta normale rende gli uomini prima curiosi e poi cattivi.

stefan zweig, l’impazienza del cuore

Accade, a volte, di cercare una risposta a tutti i costi. Una risposta dalla quale sembra dipendere tutta la tua vita. Una risposta alla quale uno sente di non poter rinunciare, altrimenti il suo equilibrio mentale e umano vacilla pericolosamente. In certe circostanze la vita presenta simili momenti e non c‘è niente da fare: o si identifica una risposta che l’istinto (prima) e il ragionamento (poi) certificano come valida oppure ci si rovina la vita.

Sembra forse impossibile ma quando, a dispetto di tutti gli sforzi profusi nel cercar di capire; nell’immedesimarsi nel punto di vista dell’altro per carpirne i moventi; nel tentar di vedere il mondo con gli occhi di un’altra persona le cui azioni ti risultano incomprensibili; ecco, in quel momento in cui fai tutti gli sforzi del mondo ma non riesci proprio a capire, eppure comprendi con la chiarezza e la forza del tuono che da questa stessa comprensione dipende ogni cosa, inizia il lento ma inesorabile processo col quale ti rovini la vita. Sì, non afferrare la risposta al perché proprio quella persona abbia assunto un preciso comportamento che ti ha causato tanto dolore, può distruggere. Certo, c’è chi può passarci sopra, può soprassedere senza tanti problemi, ma non tutti. Alcuni non possono farlo. Alcuni sono condannati alla necessità di scovare una risposta da qualche parte e finché non la trovano, seguitano inarrestabili a cercare ad ogni ora del giorno e della notte perché da ciò dipende la loro vita e, più precisamente, la loro sanità mentale.

Passano gli anni, dunque, e anche questo può apparire strano, può dare adito a sospetti giacché, inevitabile come la morte, giunge il quesito tanto stupido quanto impossibile da risolvere. Qualcuno, infatti, o probabilmente più di qualcuno, inizierà a domandarsi e a domandare: “Ma perché non pensi a qualcos’altro? Perché non ti distrai?”

Già, perché non pensare ad altro, perché non distrarsi? Impossibile offrire una replica efficace. A chi si arrovella nello strenuo tentativo di indovinare la risposta che determina la ragione di tanto dolore avvertito nell’intimo del proprio animo, la domanda suona inevitabilmente sciocca. Se potessi pensare ad altro e distrarmi – così uno pensa tra sé – tutto sarebbe magicamente risolto e non esisterebbero più problemi di alcun genere. Eppure, la domanda individua un punto dolente: perché autodistruggersi per trovare una risposta che sfugge continuamente non appena sembra di averla tra le mani, quando si potrebbe fare altro? Ma ecco che subito torna la consapevolezza. Cristallina e nitida come tutte le consapevolezze che si rispettino, ecco che appare di nuovo davanti agli occhi. Inutile insistere nel trovare argomentazioni logiche per rispondere a qualcosa di intimamente emotivo. Per un problema emotivo, ci vuole una soluzione che stia sul medesimo piano. Quando si ha la febbre, non si intima imperiosamente alla febbre di andarsene al diavolo perché abbiamo altro da fare. No, quando si ha la febbre si assume il farmaco adatto per farla andare via. Qui (chi l’ha vissuto lo sa perfettamente) è lo stesso. La necessità di trovare una risposta, la stessa risposta che la persona provocatrice di tanto dolore non vuole assolutamente darci, non si manda via dicendo: “Stupida fissazione di individuare una risposta, vattene! Ho altro da fare, io!”

Agire in questo modo sarebbe semplicemente da sciocchi. Se si vuole mandar via questa necessità che fagocita ogni cosa, bisogna trovare il rimedio corretto e, purtroppo, in questo caso il rimedio può constare solamente, appunto, in una risposta. Ma poiché la persona incriminata non la vuole fornire, occorrerà andare a cercarla altrove, la maledetta risposta, e il tragitto da compiere sarà inevitabilmente molto, molto più lungo e tortuoso.

Trascorrono gli anni, dunque, e un giorno un uomo (sì, proprio quello che si sta dannando l’anima per individuare la risposta che nessuno gli può, o vuole, dare) si ritrova a passeggiare tra gli scaffali di una grande libreria. L’uomo è sempre stato un grande lettore ed è, poi, diventato anche uno scrittore, sebbene non di quelli famosi. Insomma, egli vaga su e giù per la libreria. Ogni tanto prende in mano un libro, lo osserva davanti e dietro. Poi procede oltre, tanto ha già un paio di volumi in mano e ogni volta che entra in una libreria deve sforzarsi per non portarsene a casa una trentina, di volumi.

Ad un certo punto, quest’uomo tormentato (anche lì in libreria, infatti, la sua mente sovreccitata continua a cercare senza sosta la famosa risposta) passa accanto agli scaffali di uno dei reparti che solitamente frequenta di meno e, proprio su quello posto più in basso, è attirato dall’ultimo libro a destra. Si tratta di un romanzo di uno dei suoi autori preferiti. Un romanzo che egli non ha mai sentito nominare, prima. Dunque, incuriosito, si accuccia e tira fuori il libro. Ne osserva il titolo, lo soppesa, ne valuta la trama. Indubbiamente, pensa l’uomo, questo romanzo possiede qualcosa di interessante e non solo perché l’autore è uno tra i suoi preferiti. C’è qualcosa di indefinibile ad attrarlo verso il libro, sebbene egli stesso non sia in grado di definire esattamente cosa.

A questo punto, l’uomo si è quasi deciso ad acquistare il libro ma poi gli sovviene un pensiero: “Ho già molti libri arretrati, a casa, e anche oggi in libreria già ne tengo sotto braccio un altro paio… non posso acquistarne altri!”

E così, con un po’ di titubanza, l’uomo rimette giù il libro nello scaffale in basso, sulla destra, dove l’ha trovato. Dopo averlo riposto, riprende a camminare su e giù per la libreria ma il pensiero di quel libro abbandonato lì continua a non lasciarlo tranquillo. È così che l’uomo non si decide ad andare a pagare i libri che ha in mano e continua, incerto, ad aggirarsi tra gli scaffali degli altri reparti. Ogni tanto la spina di quel pensiero torna a visitarlo e allora si dirige nuovamente una, due, tre volte presso quello scaffale in basso, si accuccia e tira fuori ancora l’ormai noto libro individuato in precedenza. Alla fine, stanco di quel vagare e di tutta quell’incertezza, l’uomo prende una decisione: acquisterà il libro. E così, per l’ultima volta, torna davanti al ben noto scaffale, si accuccia ed estrae dall’angolo a destra il volume che ormai conosce tanto bene. Qualcosa, in quel libro, lo attira irresistibilmente e lui sa bene che, quando un libro chiama misteriosamente, bisogna rispondere al suo richiamo.

L’uomo, dunque, torna a casa e mette via i libri appena acquistati. Non leggerà subito quel romanzo che in modo tanto strano ha attirato la sua attenzione, in libreria. Deve finire altri libri, prima. E poi, a dire il vero, insieme all’attrazione sente anche un certo timore reverenziale nei confronti di quel libro. Dopo averne letta la trama, infatti, l’uomo ha pensato: “Decisamente interessante, sì, ma potrebbe farmi soffrire…” e così, per il momento, lo mette da parte.

Le cose, come chiunque sa, possono instradarsi lungo percorsi molto tortuosi. Anche pazzamente tortuosi, a volte. Accade, così, che il nostro uomo continui la sua vita tra alti e bassi, ma sempre tormentato irriducibilmente dalla sua domanda senza risposta e, nel frattempo, passino più di un paio d’anni. Anni a volte molto difficili, durante i quali l’urgenza di individuare la sua risposta si fa ancora più stringente.

Poi, mentre sta lavorando all’uscita di un suo libro, all’improvviso sente qualcosa nella sua mente. È come se il libro, proprio quel libro, d’un tratto lo chiamasse. Molto strano, pensa l’uomo. Sono passati più di due anni da quando l’ho comprato e finora non ho mai sentito nulla di particolare. Eppure, tendendo meglio l’orecchio, l’uomo avverte distintamente il richiamo: “Sono qui che ti aspetto” dice tranquillamente, con voce piana ma sicura, il libro “perché non vieni a leggermi? È giunto il momento di incontrarci.”

A dire il vero l’uomo è un po’ perplesso ma poi conclude: “In fondo che male c’è a leggere proprio quel libro? D’altronde sarebbe scortese ignorare un invito educato come il suo.”

E così l’uomo va nello scaffale dove sa di aver posato il libro, lo estrae, si siede e comincia a leggere. Un gran libro, si vede subito. Il romanzo lo coinvolge fin dalla prima pagina e lo stile di scrittura dell’autore, uno dei suoi preferiti, non lo delude nemmeno stavolta. Man mano che legge, l’uomo avverte una strana sensazione: è come se il libro producesse dentro di lui delle strane risonanze. Ancora non gli è chiaro il motivo per cui le avverte, ma capisce che sta accadendo qualcosa. Poi, poco oltre la metà del libro, l’uomo si blocca e capisce. Il libro, scritto un centinaio d’anni prima, parla di lui! Certo, i personaggi sono diversi, vivono in un mondo che oggi non esiste più e attraversano situazioni e circostanze molto diverse da quelle vissute da lui, ma non ci sono dubbi sul fatto che il libro parli di lui! Ciò che sperimentano i personaggi ha esattamente le medesime caratteristiche di ciò che ha vissuto lui; la dinamica umana e la psicologia della situazione descritta nel romanzo sono esattamente le stesse che ha attraversato lui. E così, finalmente, capisce! Dopo molti anni durante i quali quella persona, quella che l’ha fatto tanto soffrire, non ha mai voluto dargli una parola di spiegazione, l’uomo capisce, finalmente. Ha trovato la risposta a lungo cercata in ogni dove, giorno e notte. La risposta, incredibilmente, stava proprio in quel libro, spiegata con parole cristalline, sebbene applicata a personaggi e circostanze parzialmente diverse.

L’uomo, infine, si alza dal divano sul quale si era accomodato per leggere il suo libro e inizia a camminare lentamente su e giù per la stanza. Riflette. Si passa una mano tra i capelli, si accarezza una guancia sulla quale avverte qualche rigido pelo di barba e quasi non crede alle parole che ha appena letto. L’autore del libro, che lui ha sempre amato profondamente, sembra aver scritto proprio per lui quel romanzo. A distanza di circa cent’anni si è formato un ponte tra due uomini, due autori, due lettori. E, naturalmente, un ponte tra i personaggi del romanzo e un uomo che vive cent’anni dopo di loro. Un ponte che, finalmente, ha spalancato le porte della comprensione nella mente dell’uomo.

“Ecco perché le cose sono andate così” seguita a meditare fra sé.

“Ecco perché lei ha fatto quello che ha fatto, ormai molti anni fa” scandisce ad alta voce l’uomo, sebbene non ci sia nessuno in casa a sentirlo.

“Il dolore non può essere cancellato ormai, e nemmeno il ricordo” dichiara l’uomo, che ora si sente un po’ più tranquillo, sebbene una certa inquietudine ancora lo pervada, come sempre accade nei momenti di grande comprensione e di conseguente grande turbamento. “Eppure, adesso almeno so perché. Posso dire di aver finalmente capito qual era il punto e, cosa non meno rilevante, di aver capito lei.”

La risposta, come spesso accade, si trovava proprio dentro un libro. Quel libro che l’aveva richiamato in modo tanto strano e cortese più di due anni prima.

Il dovere della memoria sui crimini fascisti. Cent’anni fa l’incendio del Narodni Dom a Trieste.

Sono trascorsi cento anni esatti. Il 13 luglio 1920 accadeva uno dei più gravi fatti di sangue che portarono all’affermarsi del fascismo in Italia: l’incendio del Narodni Dom, a Trieste.

Il Narodni Dom (noto anche come Hotel Balkan) in una foto d’epoca

Non si può certo dire che sia un fatto noto ai più e questo è senz’altro un motivo in più per parlarne. Per comprendere a fondo l’importanza di questo evento, bisognerebbe spiegare a fondo la storia di Trieste partendo almeno dai primi anni del Novecento, quando era una città austro-ungarica. Cercherò, per ovvie ragioni di spazio, di dare un quadro sommario della questione, per poi arrivare ai fatti del Narodni Dom.

Trieste, dunque, era diventata una delle più importanti città dell’Impero d’Austria-Ungheria, tanto che alcuni la soprannominavano addirittura ‘la piccola Vienna’. La città, come del resto tutto il territorio imperiale, era multietnica e multinazionale. L’Impero austro-ungarico, infatti, era una sorta di contraddizione politica, amministrativa e sociale vivente. A differenza di qualsiasi altro stato dell’epoca, riuniva sotto la corona degli Asburgo una serie di stati molto diversi tra loro, ciascuno dei quali manteneva alcune strutture politiche e amministrative indipendenti (fino a un certo punto, ovviamente). Le ‘stranezze’ austro-ungariche proseguivano con la lunga lista delle lingue e delle nazionalità ufficialmente riconosciute nell’Impero. Tra esse figurava anche quella italiana. Ebbene sì, gli italiani erano una nazionalità ufficiale dell’Impero, la lingua italiana era anch’essa una delle lingue ufficiali e gli italiani avevano i loro parlamentari a Vienna (si possono citare, a questo proposito, due nomi divenuti illustri: Cesare Battisti e Alcide de Gasperi).

Anche a Trieste, dunque, si respirava un’aria di multinazionalità sebbene, come in altre zone del territorio imperiale, non mancassero le teste calde e, di conseguenza, gli scontri tra visioni politiche diverse e nazionalità diverse. Ad ogni modo, come prevedeva la struttura politica e sociale della Duplice Monarchia, a Trieste convivevano un folto gruppo maggioritario di italiani, suddivisi tra i cosiddetti italiani d’Austria (ovvero cittadini imperiali a tutti gli effetti, ma di origine e lingua italiana) e i cosiddetti regnicoli (ovvero cittadini del Regno d’Italia che risiedevano o lavoravano a Trieste), una numerosissima minoranza slovena (tra gli slavi c’era anche un numero molto minore di croati) e, naturalmente, la minoranza tedesca. Vi erano, com’è logico, anche altre minoranze ma queste erano senz’altro le più significative.

In questo clima multinazionale, dunque, la città di Trieste era diventata un grande centro economico con un porto fiorente. Nel frattempo, ciascuna nazionalità godeva di pari diritti con le altre e poteva disporre di organizzazioni, enti, giornali e scuole nella propria lingua. Tutto ciò sopravvisse, bene o male, fino al novembre del 1918, quando l’armistizio tra l’Impero degli Asburgo e il Regno d’Italia sancì quello che era divenuto evidente da almeno qualche mese: l’implosione e la conseguente sparizione dalle carte geografiche della potente Duplice Monarchia.

Quando gli italiani entrarono a Trieste, città che costituiva l’obiettivo della guerra italiana secondo le direttive della propaganda governativa fin dal 1915, le cose cambiarono per sempre. Accanto alla fuga precipitosa di quasi tutta la minoranza tedesca che costituiva il ceto amministrativo della città, fuggirono anche una grossa parte degli sloveni, i quali approdarono nel neocostituito Regno SHS (Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). Ma non finì qui. Gli italiani, nuovi padroni della città, manifestarono subito tendenze nazionaliste di tipo estremistico e, spesso, terroristico. In breve, gli italiani misero subito in chiaro, fin dai primi giorni, che tutto ciò che non era italiano avrebbe dovuto sparire per sempre da Trieste. Tre anni e mezzo di guerra totale, con 650 mila morti, avevano prodotto il frutto avvelenato di un nazionalismo intriso di tendenze violente e radicali. Queste tendenze, di lì a pochissimo, si sarebbero trasformate nel fascismo vero e proprio.

È dunque in questo clima surriscaldato e violento, nel quale gli italiani si producono continuamente in vessazioni e vere e proprie persecuzioni contro tutto ciò che non è italiano, che si giunge ai fatti del Narodni Dom. Fin da subito la comunità triestina più bersagliata dai nuovi padroni fu quella slovena. Dopo la Grande Guerra si scatenò, da parte dell’Italia e soprattutto a Trieste, una specie di guerra santa contro tutto ciò che era slavo e, in modo particolare sloveno.

Siamo, dunque, giunti per sommi capi al 13 luglio del 1920. Non dimentichiamo che la guerra è finita con la firma dell’armistizio vicino a Padova il 3 novembre 1918. Esso entra in vigore ufficialmente ventiquattro ore più tardi, nel pomeriggio del 4 novembre (fatto che, per inciso, causò la morte di molti altri soldati da entrambe la parti). Il conflitto, quindi, si è chiuso circa un anno e mezzo prima e i suoi strascichi si fanno sentire pesantemente. Il clima in città è pesante. Dal giorno dell’armistizio gli italiani sono impegnati nel tentativo di far sparire ogni traccia della presenza slovena a Trieste (senza dimenticare che l’italianizzazione forzata colpì anche i tedeschi dei quali, solitamente, si parla poco). Al Narodni Dom (la Casa del popolo degli sloveni) si trova, in un bel palazzo progettato da un famoso architetto, la sede delle organizzazioni slovene della città. Già da qualche tempo, mentre le tensioni tra italiani e sloveni, alimentate dalle squadre armate del nuovo fascismo nascente, salgono sempre di più, uno dei caporioni italiani, Francesco Giunta, parla di appiccare il fuoco al Narodni Dom. I fatti del 13 luglio, in effetti, lasciano pensare ad un’aggressione premeditata sebbene siano presenti alcuni punti mai chiariti nella dinamica degli eventi.

Il Narodni Dom in fiamme

La sera del 13 luglio gli squadristi guidati da Giunta assalgono il Narodni Dom e lo incendiano. Il fuoco divampa facilmente e l’intero edificio è in breve tempo in preda alle fiamme. Hugo Roblek, un farmacista e alpinista che si trova all’interno del Narodni Dom, si getta dalla finestra per non essere divorato dalle fiamme, schiantandosi sul selciato. Aveva quarantasei anni. Anche la moglie si getta fuori subito dopo, ma sopravvive miracolosamente.

Nel frattempo gli squadristi impediscono ai pompieri di avvicinarsi per domare le fiamme. A questo proposito va ricordato che il Narodni Dom era presidiato da più di quattrocento militari ma nessuno di loro riuscì ad impedire l’ingresso degli assalitori nell’edificio. Essi, indisturbati, girarono per le sale versando benzina e appiccando il fuoco in tutta tranquillità. Inoltre, i clienti e i dipendenti all’interno dell’edificio, quando uscirono dalla porta sul retro furono accolti dagli stessi assalitori che li presero a bastonate. I militari di presidio rimasero a guardare per tutto il tempo.

Alla fine della serata del Narodni Dom non restò che un rudere annerito dalle fiamme.

Quanto accaduto cent’anni fa a Trieste sotto gli occhi di militari, polizia e popolazione civile è uno dei più gravi fatti sanguinosi commessi dal fascismo nascente in Italia, dopo mesi di attentati e intimidazioni contro civili e organizzazioni slovene a Trieste. La città, infatti, a dispetto del passato multinazionale austro-ungarico, diventò subito un laboratorio all’avanguardia (e a cielo aperto) del nuovo fascismo squadrista che avrebbe imperversato, di lì a poco, in tutta Italia. È importante oggi non dimenticare i fatti del Narodni Dom, mentre vediamo attorno a noi continui rigurgiti e ripetizioni di prassi e politiche fasciste da parte di tutti i partiti politici e da parte di una significativa porzione della società civile italiana. Non bisogna mai dimenticare, né abbassare la guardia.

Infine, un ultimo cenno a un episodio che rende bene l’idea della metamorfosi incredibile conosciuta dalla società civile di Trieste in pochi anni.

L’imperatore d’Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe

È il 23 maggio 1915. L’Italia ha appena comunicato alle autorità della Duplice Monarchia che il giorno seguente avrebbe iniziato le ostilità contro l’ormai ex alleato. Francesco Giuseppe, il vecchio imperatore degli Asburgo, detta un proclama in cui lo sdegno e il disprezzo verso l’ex alleato sono a malapena celati. Tralasciamo qui i giochi politici reciproci tra le due nazioni. Certamente l’Austria-Ungheria non poteva pretendere di ricoprire il ruolo dell’innocente, ma questa è un’altra storia.

L’imperatore, dunque, diffonde il proclama ‘Ai miei popoli’. La sera del 23 maggio a Trieste una folla inferocita si dedica a saccheggiare e vandalizzare tutto ciò che trova a ricordare la presenza italiana in città. Negozi, scuole, sedi di associazioni, sedi di redazioni di giornali. Ma chi sono costoro? Soltanto sloveni e austriaci? Ci sono molti testimoni che riferiscono un fatto importante: molti dei manifestanti parlano in italiano o in dialetto triestino. Nessuno, allora, poteva immaginare quale ribaltamento delle parti si sarebbe verificato nell’arco di meno di quattro anni.

La pace per fare la guerra. Breve racconto sull’11 novembre 1918

L’11 novembre 1918, alle ore 11 del mattino, entra in vigore l’armistizio, dopo quattro interminabili anni di guerra. Ci troviamo in uno dei molti ospedali militari sparsi per la Germania, appena sconfitta. Alcuni soldati in convalescenza si trascinano stancamente qua e là, mentre leggono i giornali e ascoltano le notizie provenienti dalla radio. Altri seguono attentamente le novità riferite da chi è riuscito a parlare con qualcuno, fuori dal sanatorio. L’atmosfera generale è quella di una grande massa di uomini spezzati, che paiono destinati ad un avvenire incerto, tra molte sofferenze.

La guerra è finita, dunque, e la Germania del Kaiser è sconfitta. Qualcuno accoglie la novità con sarcasmo, qualcun altro con gioia. Le bestemmie si mescolano alle esclamazioni di giubilo, sebbene nemmeno queste ultime riescano a raddrizzare la situazione, alleggerendo il gigantesco peso che grava sulle spalle di questi uomini confinati nel sanatorio. Per la maggior parte di loro l’importante, comunque, è aver voltato le spalle agli orrori della trincea.

Una delle numerose fotografie che mostrano il paesaggio desolato che i soldati incontravano sul fronte occidentale

Uno dei soldati, mentre apprende incredulo come la Germania per la quale combatte fin dal lontano 1914 sia capitolata a tutti gli effetti di fronte alla Francia e all’Inghilterra, si sente scosso dalla rabbia. Com’è possibile che tutto finisca in quel modo? Come può avvenire che una nazione gloriosa come quella tedesca sia stata sconfitta, pur trovandosi ancora il suo esercito in territorio nemico? Come può essere accaduta una cosa simile, dal momento che una porzione non indifferente del fronte occidentale è ancora sotto occupazione tedesca? Come può essersi verificato tutto ciò, dopo la trionfale pace di Brest-Litovsk con la Russia dei bolscevichi e lo zar fuori combattimento per sempre? Il soldato sente qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò e inizia ad essere posseduto da un pensiero fisso: la guerra non deve finire quel giorno. Non deve concludersi in quel nefasto 11 novembre 1918. No. La guerra deve proseguire, finché la Germania non tornerà forte e vincente.

Il giovane soldato, poco più che ventenne, si trova in ospedale perché alcuni mesi prima è stato ferito sul fronte occidentale, durante un bombardamento inglese a gas. Quando è stato raccolto dai barellieri e portato davanti al medico, questi l’ha ficcato immediatamente su un convoglio ferroviario diretto in Germania, per farlo curare. Il ferito, infatti, era inabile a qualsiasi tipo di servizio militare, in quelle condizioni. Ecco perché oggi, giorno dell’armistizio, si trova in mezzo ad altri derelitti come lui, in precarie condizioni di salute, i quali gli comunicano in modo ancora più netto l’impressione di vacuità di tutti i suoi sforzi di soldato. Proprio lui, dopo essersi sentito finalmente qualcuno durante la guerra, ora si sente inutile. Dopo le miserie profonde della sua giovinezza viennese, l’indigenza e la depressione, era riuscito a dare un senso alla propria vita, con l’arruolamento volontario nell’esercito nell’estate del fatidico 1914, l’anno che avrebbe cambiato per sempre il mondo. Per quattro anni egli ha combattuto senza fermarsi mai. Solo una o due licenze, in quanto non aveva parenti, né amici, da andare a trovare, in Germania. Ha fatto il portaordini nell’inferno di fuoco della Somme (lo stesso nel quale hanno combattuto Robert Graves, Ernst Jünger e J. R. R. Tolkien), incurante delle pallottole che gli fischiavano ad un centimetro dall’elmetto. Si è anche beccato qualche pallottola, ma ha guadagnato l’ambita Croce di Ferro, una rarità per un soldato di basso grado come lui. Tutto per niente.

Il nostro caporale di fanteria si guarda intorno. Si sente come inebetito dalle notizie apprese dalla radio e dagli altri degenti. Capisce, istintivamente, di dover fare qualcosa. Sa di non poter assolutamente stare a guardare, mentre ogni cosa intorno a lui si svuota di significato. E così il buon caporale uscirà, qualche settimana più tardi, dal sanatorio e inizierà effettivamente a fare qualcosa. Qualcosa di grande, anche se all’inizio le sue azioni paiono destinate ad un sicuro ed inevitabile oblio. Il giovane, però, ha dalla sua, non soltanto quattro lunghi anni di guerra. Ha dalla sua anche un nome: lui si chiama Adolf Hitler, caporale di fanteria dell’esercito del Kaiser. Farà molta strada, una volta fuori dall’ospedale. Certo, in realtà lui ci è entrato abusivamente nell’esercito tedesco. Nel 1914 aveva tentato di arruolarsi in quello austro-ungarico (lui, infatti, è austriaco) ma era stato respinto. Senza arrendersi, aveva attraversato la frontiera e, con qualche trucco, si era arruolato nell’esercito imperiale tedesco di Guglielmo II.  

Hitler con alcuni compagni di trincea durante la Grande Guerra. Hitler è quello seduto, sulla destra, con i baffi

L’ex caporale Hitler, un volta dimesso dall’ospedale, qualche settimana dopo l’armistizio della Grande Guerra, non ha avuto molti dubbi, nel scegliere la sua strada. La percorrerà, anzi, fino alla fine, quando si suiciderà nel bunker sotterraneo fatto costruire al di sotto del Reichstag mentre, a brevissima distanza, le truppe dell’Armata Rossa stanno per arrivare da lui, dopo aver reso Berlino un cumulo di macerie durante i combattimenti con gli ultimi resti della Wehrmacht e dei reparti armati superstiti delle SS. Una strada che manterrà sempre solidi e vistosi legami con quella della sua giovinezza miseranda a Vienna e con quella, per lui indimenticabile, della Grande Guerra.

Per noi uomini moderni, se vogliamo davvero capire come sia nato Hitler come Führer del Terzo Reich, bisogna ripartire da qui: dal 1914, l’anno che ha rivoluzionato il mondo.

Perché è importante parlare, oggi, di Grande Guerra

Una volta, in relazione al mio primo romanzo La Morte attende tranquilla, mi è stato chiesto come mai, a mio parere, la Grande Guerra rappresenti il fulcro della storia contemporanea europea e mondiale. La persona che mi ha posto la domanda riteneva un dato sostanzialmente acquisito che lo spartiacque storico fosse dato dalla seconda guerra mondiale, con l’esperienza nazista e con i lager.

Credo valga la pena di soffermarsi sugli innumerevoli spunti che un quesito simile offre, anche per chiarire, spero, perché la prima guerra mondiale sia il punto nodale della storia contemporanea, non solo europea.

Ebbene, vorrei chiarire, come piccola premessa, che quanto andrò ad illustrare non è solamente una mia opinione, ma è un elemento considerato abbastanza pacificamente tra gli storici di tutto il mondo.

L’argomento, come si può facilmente intuire, è di tale portata che potrebbe occupare un’intera enciclopedia, quindi farò, qui, solamente qualche cenno che, almeno spero, potrebbe incuriosire qualcuno verso letture e argomenti un po’ diversi dal solito.

Una mappa dell’Europa nel 1914

L’Europa: noi uomini e donne della modernità ci svegliamo la mattina dando per acquisite una serie di cose che, in realtà, non lo sono affatto, sebbene a noi sembri così. Ad esempio, noi pensiamo all’Europa come a un insieme di stati democratici con una fisionomia abbastanza precisa. C’è l’Italia, dove molti di noi risiedono, poi la Francia, l’Austria, la Germania, i piccoli stati tra la Francia e la Germania come il Belgio, il Lussemburgo e i Paesi Bassi; a nord abbiamo i paesi scandinavi e, infine, ad est gli stati come ad esempio la Polonia, la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria e anche quelli balcanici del blocco della ex Jugoslavia.

Le cose, però, non sono sempre state così. Un centinaio d’anni fa esisteva un’Europa completamente diversa che, dopo la fatidica estate del 1914, sarebbe cambiata irrimediabilmente per sempre. Fino alla Grande Guerra, l’Europa consisteva di una serie di nazioni di stampo monarchico con caratteristiche più o meno assolutistiche a seconda della situazione di ognuno. Nella carta geografica dell’Europa pre-Grande Guerra trovavano posto il giovanissimo Regno d’Italia, l’Impero austro-ungarico degli Asburgo (il quale federava una serie di nazionalità molto diverse tra loro e contemplava svariate lingue ufficiali e un esercito altrettanto multinazionale), l’Impero prussiano della Germania col Kaiser (sì, l’assonanza col nome del mitico Cesare dei romani non è casuale) Guglielmo II, la Francia repubblicana (unico caso in Europa, grazie alla Rivoluzione Francese), l’Impero britannico, il più vasto e potente impero coloniale del pianeta e, infine, sebbene non sia del tutto uno stato di stampo europeo, non dimentichiamo la Russia zarista di Nicola II Romanov (e anche qui la parola zar deriva dal solito Cesare dei romani, per dire quanto si sentissero invulnerabili i sovrani dell’epoca).

Insomma, un centinaio d’anni fa, quindi non tantissimi, a conti fatti, esistevano ancora re, regine, imperatori, zar, imperi coloniali giganteschi e apparati statali di derivazione fondamentalmente ottocentesca. Certo, c’era già allora una grossa differenza tra l’impero britannico col suo sistema parlamentare molto evoluto e quello tedesco, dove il parlamento contava enormemente meno e i militari contavano enormemente di più. E, certo, non possiamo dimenticare che anche gli stati meno potenti avevano le loro famiglie regnanti e le loro corti.

Noi, oggi, non ce ne rendiamo conto, il più delle volte, poiché il mondo nel quale viviamo e ci alziamo la mattina ogni giorno ci sembra fondamentalmente stabile e determinato da categorie precise, che abbiamo interiorizzato fin da bambini, ma la questione di fondo rimane: un centinaio d’anni fa, il mondo che conosciamo oggi non esisteva quasi per niente. Cosa l’ha creato, quindi? Sebbene la risposta, logicamente, sarebbe molto complessa (e lunga) da srotolare, si può individuare un evento di proporzioni inaudite che ha avuto una portata di cambiamento epocale generale e che ha prodotto il mondo come noi oggi lo vediamo con i nostri occhi: la Grande Guerra.

Se nell’estate del 1914, 106 anni fa, esisteva il mondo dei regni e degli imperi appena descritto, compreso l’antico Impero ottomano, e se questo mondo appariva inscalfibile e destinato a durare per sempre (non diversamente da come oggi appare a noi il nostro mondo), soltanto quattro anni più tardi, nell’autunno del 1918, questo stesso mondo con tutto il suo sistema di valori, alleanze, famiglie reali e società civili, non esisteva più. Tutto questo era caduto definitivamente, o quasi, nel baratro aperto da quattro anni di guerra totale (e anche qui va sottolineato come la prima guerra totale moderna non sia stata la seconda guerra mondiale, ma la prima). Alla fine del 1918, l’Impero austro-ungarico con la reggenza degli Asburgo non esisteva più; al suo posto era stata instaurata la nuova Repubblica d’Austria. L’impero prussiano non esisteva più; al suo posto era sorta, anche qui, una Repubblica, la cosiddetta Repubblica di Weimar, un esperimento di stampo semi-democratico destinato ad un tragico fallimento nel giro di una decina d’anni. L’Impero ottomano non esisteva più; al suo posto nasceva lo stato della Turchia, come ancora oggi è chiamata e che paga ancora un carissimo prezzo per i disastri prodotti dalla Grande Guerra anche in quelle regioni. Accanto a questi stati profondamente modificati, e che ritroviamo, però, ancora oggi, nella forma assunta dopo il 1918, si sono formati anche i vari stati nazionali dell’est, così come oggi siamo abituati a conoscerli: l’Ungheria, la Polonia, la Jugoslavia (dopo il 1918 e fino all’invasione fascio-nazista italo-tedesca del 1941 si chiamava Regno SHS, ovvero regno degli sloveni, serbi e croati) e via dicendo. Siamo ancora sicuri, dopo questa pur sommaria panoramica a volo d’uccello sull’Europa prima e dopo la Grande Guerra, che lo spartiacque sia davvero la seconda guerra mondiale?

Hitler durante la Grande Guerra, quando prestava servizio nell’esercito tedesco. Hitler è il primo da sinistra, seduto.

Hitler: diventa necessario, a questo punto, dare almeno un cenno sulla questione di Hitler. La nefanda portata del personaggio ha condotto, senza nemmeno che ci si accorgesse di tutto ciò, ad un gigantesco processo di sovrascrittura della storia. In parole semplici, ciò avviene quando un evento di portata emotivamente pesantissima, eclissa tutto quanto è accaduto prima, quasi come se gli eventi precedenti non avessero importanza. È esattamente quanto è accaduto con Hitler e con l’esperienza nazista (e con i lager). La portata emotiva di questi fatti ha indotto istintivamente il mondo intero a considerare automaticamente questi come i fatti che costituiscono il punto di non ritorno della storia contemporanea europea e mondiale. Il problema è che, sebbene il meccanismo sia del tutto comprensibile, si basa su un presupposto emotivo e non storico. Se vogliamo capire qualcosa di quanto è successo negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, dobbiamo sempre necessariamente tornare alla Grande Guerra, perché è allora che il mondo moderno, lo stesso che si sono trovati di fronte Hitler, Mussolini e i loro accoliti, si è formato. L’esperienza nazista e quella fascista sono nate entrambe dentro le trincee della Grande Guerra e senza quelle trincee non avrebbero potuto svilupparsi. Non è un caso, sebbene non abbia lo spazio, qui, per affrontare il discorso (l’ho fatto, in parte, nel mio secondo romanzo, La crepa), che sia Hitler sia Mussolini siano stati soldati durante la Grande Guerra. Certo, lo sono stati con esiti diversi, tanto che è stato Hitler a rimanere sempre legato in modo indissolubile ai suoi quattro anni da caporale portaordini nel fango del fronte occidentale ma, cionondimeno, il fascismo italiano ha fondato il proprio potere sulla rielaborazione e sulla monopolizzazione del ricordo e dell’elaborazione del lutto della Grande Guerra italiana. Se, dunque, non ripartiamo da lì, non sarà mai possibile farsi un quadro preciso degli eventi successivi.

Italia: il discorso, ancora una volta, sarebbe lungo e complesso ma un paio di cenni vorrei comunque darli. Abbiamo assistito, durante l’emergenza virus, ad un proliferare di linguaggio bellico e di unità nazionale, in Italia. Chiunque può facilmente rendersi conto, aprendo un libro sulla Grande Guerra, di quanto parole e toni siano inquietantemente simili, tra i due casi. Una coincidenza? No, visto anche che l’Italia non ha mai affrontato i nodi scomodi del suo passato, dalla Grande Guerra al fascismo. Inoltre, il modo in cui l’Italia è entrata in guerra, nel famoso 24 maggio 1915, la dice molto lunga sulla tradizione di mercanteggiamento sconsiderato tipica del modo ‘all’italiana’ di affrontare i problemi. Discorso a parte meriterebbe, poi, la presa di possesso da parte del fascismo di tutto il discorso inerente il ricordo e l’elaborazione del lutto nazionale (ma anche privato) della prima guerra mondiale, non esclusa la soppressione dei cimiteri militari italiani per erigere giganteschi e, il più delle volte, tronfi mausolei al loro posto.

Infine, riguardo, al caso italiano, mi limito ad un’ultima domanda, volutamente provocatoria. Pur non avendo lo spazio, in questo intervento, per dare una risposta, credo valga comunque la pena almeno porla: come mai tutti i monumenti italiani ai caduti mostrano i nomi di Trieste, Fiume, Gorizia ecc. (ovvero i nomi cari alla propaganda governativa di ogni epoca) e nemmeno uno mostra il nome del fiume Isonzo, dove per due anni e mezzo si sono svolte dodici sanguinosissime battaglie che sono costate centinaia di migliaia di morti, sia italiani sia austro-ungarici?

Nelle immagini qui sotto, le placche presenti sul monumento ai caduti della Grande Guerra della mia città:

Spero di aver dato almeno qualche spunto nel comprendere perché è ancora di fondamentale importanza, oggi, parlare di Grande Guerra. E spero di aver dato qualche spunto anche per comprendere come sia rilevante farlo proprio in Italia, dove le pagine nere della guerra non sono quasi mai state affrontate e, spesso, non sono nemmeno note al grande pubblico. Abbiamo appena superato il centenario della Grande Guerra, tra l’altro, e in Italia, come al solito, il tutto si è risolto in una gigantesca bolla di sapone che, sul piano della coscienza nazionale, si è rivelato la consueta occasione persa. Sarebbe importante, per una volta, non fare l’abitudine a questa folle politica dell’occasione persa alla quale siamo sempre più assuefatti (a partire dal virus, passando per la scuola, la sanità, i crolli durante i terremoti e quant’altro), proprio perché se, oggi, l’Italia è quella che è ed è in mano ad un’accozzaglia peggio di un’armata Brancaleone come i moderni pd-lega-5 stelle ecc., una buona parte del merito va ascritto a quanto accaduto un centinaio d’anni fa e al modo in cui (non) è stato affrontato a livello nazionale.

L’arte come di solito non la conosciamo – viaggio in due parti tra furti e musei (parte due)*

Per dare una risposta alle domande esposte nella prima parte di questo viaggio nell’arte può essere utile, prima, dire due parole su un altro furto eccellente, quello della Natività di Caravaggio, avvenuto proprio in Italia. Questo furto aiuta, infatti, a chiarire alcuni punti di importanza non trascurabile.

Natività di Caravaggio

Questo di Caravaggio è un dipinto anomalo per una Natività, tanto che nessuno dei personaggi è avvolto da segnali di gloria legati alla nascita di Gesù. Il bambino, per primo, appare buttato sul pavimento e sembra più un bambino morto che una divinità incarnata, appena venuta al mondo; Maria sembra avere una stanchezza infinita addosso e i personaggi che la circondano, a loro volta, sembrano a metà tra l’angosciato e il disperato, al punto che l’angelo che scende dal cielo, recante la scritta “Gloria in excelsis deo” pare quasi fuori luogo, in una scena tanto drammatica. La Natività è un dipinto a tema religioso di notevole portata, un po’ come il Seppellimento di Santa Lucia, sempre di Caravaggio. Quest’ultimo, però, non è stato rubato e giace ancora, pressoché dimenticato da tutti, in attesa che un furto lo faccia diventare un’opera degna di studio.

Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio

Ma torniamo a noi. Della Natività di Caravaggio non si era mai occupato nessuno, tanto da essere praticamente caduta nel dimenticatoio. Tutto cambia in seguito al furto, quando diviene un’opera celebrata, analizzata e rimpianta. C’è da dire, infatti, che della Natività di Caravaggio non si è più saputo nulla dalla notte del 17 ottobre del 1969, quando è stata portata via.

Si tratta di un furto in cui molte testimonianze e dichiarazioni sono nebulose, quando non contraddittorie, il che non aiuta a capire cosa sia successo effettivamente e allontana, ovviamente, la possibilità di ritrovare l’opera e individuare i ladri. Dopo molti decenni, è ormai sempre più improbabile venire a capo del mistero.

I fatti certi sono pochi. I ladri trovano la strada spianata, visto che l’oratorio di san Lorenzo a Palermo, dove il dipinto era custodito, aveva una porta d’ingresso difettosa: un trincetto e un piccolo coltello sono bastati per entrare nell’edificio. A quel punto, il gioco era fatto: bastava asportare la tela di Caravaggio e portarla via, considerato che l’oratorio non aveva nessun sistema di sicurezza e nessun custode. Un’opera di Caravaggio semi dimenticata da tutti e lasciata in balia di chiunque. Come se ciò non bastasse, le due sorelle che si occupavano dell’oratorio, quando si sono accorte del furto, hanno avvertito il prete e non la polizia. Nemmeno quest’ultimo, don Benedetto Rocco, ha minimamente pensato a chiamare le forze dell’ordine. Don Benedetto, infatti, avverte soltanto l’arcivescovo e così la polizia viene allertata con quasi due giorni di ritardo. Questo lasso di tempo è stato probabilmente fatale (insieme alla faciloneria con la quale l’oratorio custodiva il Caravaggio) per le indagini, consentendo ai ladri di disperdere le proprie tracce e far sparire la tela chissà dove. Come detto, ad oggi, nonostante una montagna di dichiarazioni e controdichiarazioni, moltissime indagini e il fatto che la Natività rientri tra le 10 opere d’arte rubate più ricercate al mondo, della tela non si è saputo nulla, così come dell’identità dei ladri.

Qual è, dunque, la situazione italiana riguardo ai furti d’arte? Sicuramente è una situazione complessa, ma alcune cose si possono dire. Innanzitutto si tratta di una situazione che mostra molte circostanze ai due estremi delle possibili opzioni: grandi eccellenze, unite a grandi deficienze.

Le eccellenze risiedono per prima cosa nel Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico, una sezione dei Carabinieri specializzata nelle indagini sui furti d’arte, nel recupero delle opere trafugate e nella prevenzione del traffico illegale di opere. Questa è davvero una grande eccellenza italiana, all’avanguardia in tutto il mondo, tanto che i Carabinieri di questa sezione speciale sono consultati da musei e forze dell’ordine di tutto il mondo e mettono ogni anno a disposizione un catalogo aggiornato delle opere rubate consultato ovunque, in tutto il pianeta.

Un altro aspetto in cui l’Italia è avanti rispetto a tanti altri paesi è il fatto che da noi esiste una legislazione specifica dedicata ai furti d’arte e alle acquisizioni illegali di opere da parte dei musei. Certo, è una legge imperfetta, con diversi vuoti e problemi aperti, ma esiste. Nella maggior parte delle altre nazioni, molto semplicemente, furti e acquisizioni irregolari sono a malapena sanzionati. Da noi c’è, insomma, perlomeno un dibattito che si è tradotto in legge. È grazie a questa legislazione che l’Italia ha potuto portare in tribunale, per citare due casi famosi, il Getty Museum e il Metropolitan Museum di New York, ottenendo la restituzione di diverse opere acquisite in modo illegale. È, questo, un caso praticamente unico al mondo: senza leggi, nessun altro paese ha potuto ambire a risultati simili.

Purtroppo, però, non è tutto oro quello che luccica. I musei italiani, infatti, pur contenendo alcune delle collezioni d’arte più importanti e di alto valore a livello internazionale, sono quasi sempre insicuri. Pochi (o rudimentali) sistemi d’allarme; quasi inesistenti sono misure di sicurezza come inferriate, porte blindate, verifica di chi possiede le chiavi d’accesso ai musei e alle sale con le opere più preziose, controllo sull’affidabilità di chi viene assunto nei musei ed ha accesso alle sale più “sensibili”. È già accaduto, infatti, che qualche furto sia andato a segno grazie a un complice dentro il museo, il quale, fingendosi vittima dei ladri, era in realtà d’accordo con loro. Accade, dunque, che alcune opere recuperate in seguito a furti, oppure restituite da musei di altre nazioni grazie a difficilissime azioni legali, giungano in Italia e restino virtualmente incustodite in strutture incapaci tecnicamente (o prive di mezzi) di garantirne la sicurezza.

Ed ora sorge spontanea la domanda: ma all’estero come vanno le cose? I musei sono gestiti in modo più attento, quanto alla sicurezza, rispetto a quelli italiani?

L’urlo di Edvard Munch, versione del 1893

Camminavo lungo la strada con due amici – poi il sole è tramontato.

A un tratto il cielo è diventato rosso sangue e ho avvertito un brivido di angoscia. Una morsa di dolore al petto.

Mi sono bloccato – appoggiandomi al passamano perché avvertivo una stanchezza mortale.

Sopra al fiordo blu scuro e alla città colava sangue in lingue fiammeggianti.

I miei amici continuavano a camminare – e mi hanno abbandonato tremante di paura.

E io ho sentito un enorme sconfinato urlo percorrere la natura.

Con queste parole Edvard Munch descrisse il suo celeberrimo dipinto L’urlo (realizzato, tra l’altro, in numerose versioni). L’urlo non è solo l’opera più famosa di Munch (artista ultra prolifico, che realizzò decine e decine di quadri, incisioni, stampe e perfino qualche scultura, senza dimenticare una lunghissima serie di appunti e di disegni abbozzati ovunque, perfino su pezzi di carta volante), ma è il dipinto di gran lunga più noto e rilevante dell’intero movimento dell’Espressionismo. In ogni caso, si tratta sicuramente di uno dei più rilevanti dipinti del Novecento, e non solo. Mi astengo dal parlare del suo significato, in quanto il testo si allungherebbe a dismisura.

Eppure, nonostante l’importanza di assoluto primo piano di questo quadro, il 12 febbraio del 1994 avviene il suo furto presso la Nasjonalgalleriet di Oslo che, insieme al famoso Munchmuseet, forma la coppia dei due più grandi musei norvegesi. La facilità con la quale L’urlo viene asportato lascia sconcertati. Si tratta di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Natività di Caravaggio. I ladri appoggiano una scala alla parete esterna del museo, forzano una finestra, entrano e, senza il minimo disturbo, portano via il quadro.

Subito dopo, viene chiesto un milione di dollari di riscatto per la restituzione del dipinto. La polizia, immediatamente allertata, riesce, però, a ritrovare il quadro in un albergo di Åsgarstrand, una località vicina ad Oslo dove, tra l’altro, Munch visse a lungo.

La storia dei furti di opere di Munch, però, non finisce qui. Come se la lezione di questo primo episodio non fosse stata recepita, il 22 agosto del 2004 avviene un altro furto.

Una delle versioni di Madonna di Munch

Stavolta viene svaligiato il Munchmuseet, sempre ad Oslo. I ladri portano via, ancora una volta completamente indisturbati, una diversa versione de L’urlo e un secondo dipinto, Madonna (che, a scanso di equivoci, non è un quadro a tema religioso e non rappresenta Maria). I ladri vengono perfino ritratti in una fotografia mentre depositano nel bagagliaio di un’auto le due tele, prima di dileguarsi. Per due anni non si saprà più nulla delle opere rubate, finché uno dei ladri stessi, dopo aver contattato la polizia, offrirà la restituzione del maltolto, nel tentativo di negoziare una riduzione della pena per una condanna a 19 anni di carcere, per una rapina a mano armata (rimediata prima del furto) durante la quale è morto un poliziotto. È così che L’urlo e Madonna vengono ritrovati e tornano in esposizione al Munchmuseet.

Una delle varianti di Vampiro di Munch

Ma non è ancora finita. Nel febbraio del 1988 viene rubato Vampiro, altro importante quadro del pittore norvegese, mentre nel 2005 è la volta di un acquerello intitolato Il vestito blu e di due litografie (un autoritratto e un ritratto del drammaturgo August Strindberg).

Tutte queste opere, nessuna esclusa, sono state rubate per motivi banalissimi: carenze nella sorveglianza e sistemi di allarme. In una parola, faciloneria. Anzi, faciloneria internazionale, giacché questa situazione si ripropone ovunque nel mondo.

Anche al di fuori dell’Italia, dunque, le cose non vanno meglio e, anzi, si può perfino dire che forse sono peggiori. All’estero, infatti, manca una legislazione seria contro i furti d’arte e il commercio di opere rubate e, cosa non meno rilevante, non c’è un equivalente del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico.

Ed ora, un’ultima nota prima di chiudere. Innanzitutto i furti eccellenti dei quali è possibile ricostruire la storia sono davvero parecchi e, se si volesse farne una mappatura completa, ne emergerebbe una lista lunghissima. Varrebbe la pena, ad esempio, soffermarsi un po’ sul furto decisamente più famoso di tutti e del quale si finisce sempre col parlare: quello, nel 1911, della Monna Lisa di Leonardo da Vinci. Ne varrebbe la pena anche per dire qualche parola sul significato del dipinto e sulle modalità con le quali è divenuto famoso, sebbene la cosa richiederebbe molto spazio. Tra l’altro, per i curiosi, esiste perfino un libro tradotto in moltissime lingue che spiega, passo per passo, come rubare il quadro dal Louvre.

Ad ogni modo, per gettare un occhio non solo sull’impressionante quantità di soldi che circonda il mondo dell’arte, ma per porsi qualche domanda sui desideri oscuri e, spesso, difficili da inquadrare e comprendere dei collezionisti, basti la considerazione fatta di seguito.

Nel 2012 da Sotheby’s, a New York, è andata all’asta una delle versioni de L’urlo di Edvard Munch. La base d’asta era di 40 milioni di dollari, ma il dipinto è stato venduto a 120 milioni a un uomo, la cui collezione pare sfiori il miliardo di dollari di valore. Anche se apparentemente sembra così, però, bisogna sempre ricordare che, quando si parla di furti d’arte, non è mai solo e soltanto una questione di soldi.

* Ulteriori informazioni su questi argomenti si possono trovare anche nel libro “Capolavori rubati” di Luca Nannipieri (Skira Editore)

L’arte come di solito non la conosciamo – viaggio in due parti tra furti e musei (parte uno)*

Facendo ricerche per un possibile nuovo romanzo, a volte ci si imbatte in fatti e argomenti mai presi prima in considerazione. Ad esempio: i furti d’arte e come si sono formate le collezioni presenti nei più famosi musei italiani e internazionali.
Partiamo dalla fine, ovvero da un caso di furto d’arte anomalo il quale, però, apre la via a una serie di questioni di primo piano per chiunque si interessi di arte, anche da semplice appassionato, e che quasi mai vengono prese in considerazione.

Siamo nell’agosto del 2003 in Scozia, nel castello di Drumlanrig, costruito sul finire del Seicento. Il castello non è famoso per la sua architettura, né per altri suoi elementi costruttivi, ma perché contiene un’importante collezione d’arte. È a questa che i ladri puntano e, in particolare, a una delle due opere più rilevanti dell’intera collezione. Esse sono: La vecchia leggente di Rembrandt e La Madonna dei fusi, attribuita a Leonardo da Vinci.

Qui sotto i due dipinti:

Rembrandt, La vecchia che legge
La Madonna dei fusi, di dubbia attribuzione, forse di Leonardo da Vinci

Vediamo, brevemente, le caratteristiche di entrambi i dipinti.
Il dipinto di Rembrandt, come molti dell’artista, ha nella luce l’aspetto fuori dall’ordinario. Pur raffigurando un’anziana signora con tutte le caratteristiche dell’età avanzata, sembra quasi di essere portati ad ignorarle, tanto l’occhio e la mente si concentrano quasi subito sulla luce del libro che, per traslato, è la luce che proviene dalla lettura (un tema, questo, di pressante attualità, vista la situazione dell’editoria italiana).
La seconda opera, invece, è una Madonna che tiene in braccio il bambino, il quale gioca con due assi di legno a formare una croce, prefigurando la Passione. Quest’opera, della quale esistono varie versioni, contiene sicuramente diversi elementi nello stile di Leonardo (tra l’altro nel 1501 Leonardo stava effettivamente realizzando una Madonna con bambino che gioca con i fusi), ma tra gli studiosi i dubbi sono sempre stati numerosi e il sospetto che sia stata realizzata da artisti della scuola di Leonardo (o da qualche ignoto ammiratore) resta ad oggi elevatissimo. Non è, quindi, di per sé, un’opera di Leonardo da Vinci, ma soltanto un suo possibile lavoro.
Torniamo, ora ai ladri. Arrivano a bordo di una golf bianca e sono in quattro: due di loro entrano nel castello di Drumlanrig come normalissimi turisti, per guardare la collezione d’arte qui custodita, attraverso una visita guidata (l’accesso alle sale non è consentito senza guida). A quel punto, una volta giunti davanti all’opera di loro interesse, intimano alla ragazza che fa la guida di stendersi a terra, altrimenti sarà uccisa. Poi staccano la Madonna dei fusi e, appena l’allarme suona, fuggono da una finestra, salgono nella golf, dove li attendono i due complici che non sono entrati nel castello, e si dileguano. Le forze dell’ordine vengono allertate subito, anche perché la commessa addetta alla biglietteria ha visto tutta la scena, ma dell’opera sottratta paiono non esserci tracce. Viene anche chiesto il pagamento di un riscatto di più di quattro milioni di sterline per la restituzione della Madonna, poco dopo il furto.
Per quattro anni, poi, non se ne sa più nulla finché, all’improvviso, avviene una svolta. I dettagli non sono chiari, poiché le autorità non hanno, ad oggi, svelato come sono giunte a rintracciare l’opera rubata e chi sono i ladri. Ad ogni modo, nel 2007, presso l’ufficio di uno studio legale di Glasgow, viene ritrovata la Madonna dei fusi.

Questa la cronaca del furto, ma una domanda salta subito all’attenzione: perché i ladri, che indubbiamente sapevano il fatto loro, rubano un’opera di dubbia attribuzione e lasciano lì un capolavoro che sicuramente è di un famosissimo artista come Rembrandt? Tra le altre cose, Rembrandt è uno degli artisti più rubati del mondo.

La Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci

Il dipinto, come abbiamo detto, è di attribuzione incerta, forse è di Leonardo da Vinci ma, più probabilmente, è di qualche altro artista (o più artisti). Certamente ci sono elementi per collegarlo al famosissimo genio italiano: il paesaggio dietro le due figure in primo piano, ad esempio, è affine a quello presente nella famosa Monna Lisa (e in altri dipinti di Leonardo), così come la mano della Madonna è indubbiamente di stile leonardesco (vedasi la mano di Maria ne La Vergine delle rocce, di attribuzione certa, per esempio). Senza contare che Leonardo fece un vero e proprio studio delle mani e che il suo modo di rappresentarle fu imitato da numerosi artisti, alcuni anche molto famosi. L’opera ha a che fare con Leonardo, quindi, ma resta il fatto che, con buona probabilità, non è sua.

Tornando all’analisi del furto e delle ragioni che possono aver spinto i ladri a dedicare la loro attenzione alla Madonna piuttosto che al Rembrandt, innanzitutto va fatta una precisazione legata alla cronaca: come accennavo ieri, le autorità hanno mantenuto il silenzio su molti importanti particolari circa le modalità di recupero dell’opera e non è, dunque, possibile dare risposte sicure al 100% alla domanda che ci interessa. È, però, possibile fare qualche ipotesi sensata.
Esistono due elementi rilevanti da considerare: 1. I ladri non erano sprovveduti, ma sapevano esattamente ciò che facevano: non è, dunque, ipotizzabile che credessero la Madonna dei fusi realmente di Leonardo; ovviamente, essendosi diretti con sicurezza verso quel dipinto e avendo organizzato la rapina in modo perfetto, non è nemmeno pensabile che non sapessero della presenza del Rembrandt. 2. Esiste un elemento chiamato, in latino, consensus gentium che potrebbe spiegare bene gli eventi riguardanti questo furto.
L’espressione consensus gentium si traduce letteralmente come: consenso delle genti, ovvero una sorta di consenso di un gran numero di persone su un certo argomento. Applicato all’arte, il consensus gentium indica il consenso di cui un determinato artista (o una determinata opera) gode.
Proviamo a metterlo in pratica al caso specifico di Drumlanrig. Rembrandt: è chiaro che, trattandosi di un artista decisamente famoso e importante, il consenso che raggiunge è sicuramente molto elevato. Inoltre, La vecchia leggente è un capolavoro dell’artista olandese e questo rende il suo consenso ancora più vasto. Un colpo sicuro, quindi, in caso di furto.
Veniamo a Leonardo da Vinci. La Madonna dei fusi non è certamente un’opera famosa o ambita di Leonardo ma, se dall’opera ci spostiamo all’autore, il discorso cambia radicalmente. Leonardo non è solo un artista, inventore, disegnatore e chi più ne ha, più ne metta. Leonardo è molto di più. È un’icona universale che tutti conoscono, anche chi di arte non sa nulla. È il simbolo stesso dell’arte, dell’ingegno e di una capacità intellettuale virtualmente infinita. Risulta chiaro che (Rembrandt non me ne voglia, anche perché io sono un suo ammiratore) se l’olandese è un eccezionale e grandissimo artista, Leonardo è l’arte (e molte altre cose) personificata. Dunque, chiunque può subito capire come il consensus gentium di Leonardo da Vinci sia spropositatamente superiore a quello di Rembrandt. Anche se pensiamo ad un qualche possibile calcolo economico, varrebbe di più un Rembrandt o un Leonardo?
A questo punto, col consensus gentium, potremmo aver avvicinato il punto della rapina della Madonna dei fusi. Con buona probabilità, si tratta di un furto su commissione, come nella maggioranza dei furti d’arte e il committente ha fatto una scelta: meglio possedere un Leonardo dubbio, che un Rembrandt certo. Perché? Perché il Leonardo, pur se dubbio, riveste molta più importanza del grande Rembrandt. Possedere un’opera che potrebbe essere di Leonardo è più gratificante per il committente, in quanto può fregiarsi di avere per le mani un dipinto su cui potrebbe benissimo essersi posata la mano del più grande genio di tutti i tempi, secondo il consensus gentium. L’arte non produce soltanto stimoli positivi e volti al bello, come a scuola ci fanno credere. L’arte produce anche numerosissimi stimoli oscuri ed egoistici come questi, come il desiderio di possedere privatamente delle opere di enorme valore a puro titolo egoistico. Forse è difficile entrare in questo tipo di mentalità, ma spesso coloro che commissionano furti d’arte si muovono anche sulla base di simili argomentazioni, ovvero del godimento privato nel possedere opere inestimabili. E se, ad esempio, un giorno (sebbene la cosa sia un po’  improbabile) giungesse la certezza sull’attribuzione a Leonardo della Madonna dei fusi? Il committente di un suo furto proverebbe una perversa gioia interiore ineguagliabile, sebbene incomprensibile ai più, nel possedere il dipinto.
Ma anche così, con l’attribuzione dubbia e con buona probabilità da riferirsi ad artisti diversi da Leonardo (sebbene comunque a lui collegati), qualcuno ha ritenuto di ordinare il furto di una Madonna di incerto autore, pur di avere la possibilità di stringere tra le mani un potenziale dipinto di Leonardo e ha lasciato al suo posto un’opera straordinaria, il cui autore è il celeberrimo Rembrandt la quale, ad ogni modo, varrebbe svariati milioni di dollari.
E con questo, veniamo a collegarci con quanto espongono molti musei famosi nel mondo, dal British Museum alla National Gallery, dal Getty Museum fino al Museo Egizio di Torino. Tra ladri, furti e musei, ce n’è in abbondanza per qualche altro discorso interessante, per chi vuole seguire questo excursus anomalo sul mondo dell’arte.

Dopo aver parlato del furto della Madonna dei fusi di incerta attribuzione, quindi, veniamo ai musei. Quando andiamo a visitarne uno, ci concentriamo a guardare e apprezzare le opere esposte, dando per scontato che il materiale sia giunto lì, davanti ai nostri occhi, in modo del tutto trasparente. I musei, però, non funzionano sempre così.
Se qualcuno si è mai chiesto come funzionino, ecco qualche indicazione. Certamente ci sono tutta una serie di opere acquisite in modo perfettamente regolare e trasparente, ma una parte ingente di queste non lo è per niente. Vediamo, dunque, qualche dettaglio in più.
Premessa necessaria: quando dico “opere” contenute in un museo, non intendo solamente i dipinti, ma intendo anche una lunghissima serie di oggetti preziosi, più o meno antichi, come, a titolo di esempio, gioielli, oggetti d’arredamento in materiale prezioso, vasi, suppellettili varie, statue o porzioni di statue e via dicendo.

Prendiamo, ora, un caso piuttosto estremo ma che illustra bene la situazione di quasi tutti i musei, compresi quelli più famosi del mondo: il famosissimo museo Getty, negli Stati Uniti. Com’è nato questo museo?
Jean Paul Getty era un magnate del petrolio che nel corso del secolo scorso è diventato l’uomo più ricco del pianeta. Getty si è dedicato, principalmente, a due attività: accumulare soldi e fare il collezionista d’arte.
Negli anni Conquanta ha fondato il Jean Paul Getty Museum, il quale ha due sedi: una a Malibù e una Los Angeles. Del museo fa parte anche il Getty Research Institute, dedicato allo studio e alla ricerca, come indica il nome.
Alla sua morte, avvenuta nel 1976, lasciò un’eredità di 2 miliardi di dollari (non è un refuso, si tratta proprio di 2 miliardi di dollari). La gran parte di questa cifra fu destinata, per sua volontà, proprio al museo che porta il suo nome, con lo scopo di utilizzarla per ampliarne la collezione e acquisire quanto di meglio si potesse trovare in tutto il mondo per un museo d’arte.
A questo punto, si sarebbe portati a dire qualcosa di simile a: molto bello, un petroliere che dedica tutte queste risorse per la cura e lo sviluppo di un grande museo dedicato all’arte di tutti i paesi del mondo. Sì, sarebbe bello, se non accadesse frequentemente che i musei non hanno un funzionamento del tutto trasparente, come noi erroneamente riteniamo.
Tutti i musei del mondo, quasi nessuno escluso, hanno acquisito le proprie collezioni in modi spesso, quanto meno, opachi. Parliamo di razzie avvenute nel corso dei secoli durante scavi archeologici, oppure di oggetti preziosi trafugati e giunti ai musei attraverso l’opera di mercanti d’arte specializzati nel commercio in nero, i quali, poi, rivendono questi oggetti ai musei. Parliamo, insomma, di oggetti che gli addetti dei musei sanno benissimo essere di origine illegale, ma vengono pagati milioni di euro o di dollari, pur di essere portati nelle sale dove noi li ammiriamo. Qualcuno si è mai chiesto come mai, ad esempio, il Museo Egizio di Torino sia uno dei maggiori musei specializzati nel periodo dell’antico Egitto, con una collezione sterminata, pur trovandosi a Torino, ovvero una città che non ha niente a che fare con l’Egitto? Come ci sono arrivati, a Torino, tutti quegli oggetti? A questo punto avrete capito che molti di essi sono giunti lì tramite razzie, furti, azioni di tombaroli e intermediazione di mercanti d’arte specializzati in questo genere di cose.
Ma torniamo al Getty Museum. Il museo, grazie alla donazione astronomica garantita dal suo fondatore, può contare su una potenza di fuoco economica virtualmente infinita. In questo modo, i curatori del museo, nel corso dei decenni, si sono accaparrati ogni sorta di oggetti preziosi e dipinti di grandi artisti. Solo una parte di queste opere è stata ottenuta tramite transazioni legali. Tutto il resto deriva da transazioni con mercanti d’arte specializzati nel reperire e valutare l’autenticità di opere ottenute illegalmente. È ovvio che chi può permettersi di pagare di più, avrà la capacità di accaparrarsi le opere migliori e quindi, da questo punto di vista, il Getty Museum è al primo posto nel mondo. La quantità di opere ed oggetti accumulata dal museo americano è praticamente impossibile da quantificare. Fate una ricerca online di qualche opera o oggetto prezioso e, presto o tardi, qualsiasi motore di ricerca vi restituisce almeno un risultato inerente il Getty Museum.
Alcune opere acquisite da questo museo americano hanno visto aprirsi un contenzioso legale tra il museo e le autorità italiane, le quali sostenevano che esse fossero di proprietà italiana e andassero, dunque, restituite. Si parla, per dare un’idea, di centinaia di oggetti, non di due o tre pezzi. Uno di questi, la Venere di Morgantina, una statua greca che è anche l’oggetto più famoso richiesto dalle autorità italiane, mostra bene il funzionamento del meccanismo.

La Venere di Morgantina

Ecco, dunque, la storia della statua della Venere di Morgantina.
Un tombarolo si impossessa, attraverso uno scavo illegale in Sicilia, della statua e la rivende a un noto ricettatore d’arte italiano. Questo la fa arrivare in Svizzera senza problemi, probabilmente spezzandola in più parti per trasportarla meglio e qui la rivende a un mercante d’arte inglese specializzato in questo tipo di traffici, Robert Symes. Symes, compreso il valore dell’oggetto, lo compra dal ricettatore italiano per un milione e mezzo di dollari. Con ogni probabilità, Symes ha già un acquirente pronto, altrimenti pare un po’ improbabile che si sarebbe esposto per una cifra simile (tra l’altro siamo a metà anni Ottanta, con il relativo valore che avevano allora un milione e mezzo di dollari). In effetti, il compratore è pronto: si tratta del solito Getty Museum, il quale sborsa la cifra incredibile di 18 milioni di dollari per la Venere di Morgantina, senza interessarsi (o quasi) di indagare la provenienza dell’oggetto. Se si pensa che il tombarolo, che per primo l’ha recuperata, può aver guadagnato, se gli è andata bene, al più qualche milione di vecchie lire, ci si fa un’idea del giro di soldi che circonda il commercio d’arte. Da pochi milioni di lire a 18 milioni di dollari.
A questo punto, a seguito di alcune dichiarazioni di un esperto del Metropolitan Museum di New York  e di indagini del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, del Ministero dei beni culturali e dell’Interpol, si apre un contenzioso legale tra il Getty e lo stato italiano. Nel 2011, la Venere di Morgantina torna in Italia, insieme a numerose altre opere illegalmente acquisite dal museo americano. La curatrice del Getty Museum finita sotto processo per la storia della Venere non è stata condannata a causa della prescrizione del reato.
A questo punto, però, si aprono nuovi problemi: la Venere restituita (ma il discorso vale per molte altre opere con un destino simile) è più sicura ora che si trova in Italia, oppure lo era di più prima, quando era esposta nelle sale del Getty? E ancora: qual è la situazione dei furti d’arte in Italia? Ci sono leggi per contrastarli? I musei italiani sono sicuri? E nel resto del mondo come ci si regola al riguardo?

* Ulteriori informazioni su questi argomenti si possono trovare anche nel libro “Capolavori rubati” di Luca Nannipieri (Skira Editore)

The Wall dei Pink Floyd, molto più di un capolavoro musicale

Oggi, da ex chitarrista, rispolvererò uno dei miei grandi amori e proporrò un’incursione nel mondo musicale, in particolare quello dei Pink Floyd. The Wall è uno dei loro album storici, sul quale è stato scritto un buon fiume d’inchiostro. È possibile che io non aggiunga nulla di nuovo a quanto già detto ma, trattandosi di un album e di un gruppo che amo profondamente e che, inoltre, hanno avuto una certa dose d’importanza in tutto ciò che ho scritto, vorrei comunque dire qualcosa al riguardo.

Ho sentito per la prima volta The Wall da piccolo, poiché mio padre aveva comprato il disco, quand’era uscito in Italia e lo ascoltava spesso. Da allora, erano i primi anni Ottanta del secolo scorso, ho riascoltato innumerevoli volte questo capolavoro e ogni volta ho avuto l’impressione di scoprirne una sfumatura nuova.

Roger Waters, principale compositore di The Wall

Non mi soffermerò più di tanto sulla storia di questo doppio, perché immagino che tanti già la conoscano. Non ripercorrerò, quindi, le vicissitudini dei Pink Floyd come gruppo e, in particolare, quelle dei due personaggi dal carattere più forte che da sempre hanno caratterizzato il gruppo, Roger Waters e David Gilmour. Basti dire, per chi non lo sapesse, che il disco fu registrato in un clima di tensione costante, con i membri del gruppo che quasi non si parlavano più mentre Waters, da sempre il più prolifico compositore della band, assumeva modalità di comportamento sempre più difficili da gestire per tutti.

Un’immagine tratta dal film omonimo di Alan Parker, in cui si vede Bob Geldof arringare la folla con termini non molto dissimili da quelli di Hitler

Veniamo dunque al disco vero e proprio. The Wall è la storia di Pink, una rockstar in crisi d’identità che deve presentarsi sul palco per forza, spinto dalle necessità improrogabili dell’industria dello spettacolo, nonostante i suoi evidenti problemi psicologici. Pink, infatti, passa da un’infanzia difficile, durante la quale il padre muore nel corso della seconda guerra mondiale, senza che lui l’abbia mai potuto conoscere e attraversa, poi, il turbolento periodo della scuola, vessato da insegnanti che non capiscono le sue velleità artistiche. Sviluppa, così, una serie di manie e fissazioni ossessive, mentre lo spettro della guerra che ha portato via suo padre incombe sempre minaccioso alle sue spalle. Senza voler ricordare tutti i dettagli, poiché ancora una volta immagino che molti li conoscano già, basti sottolineare che Pink sviluppa un’esistenza sempre più in preda al demone dell’autodistruzione finché, dopo essersi trasformato in una specie di novello Hitler (con il simbolo dei due martelli incrociati al posto della svastica), la sua stessa coscienza intenta contro di lui un processo, nel quale il giudice gli intima di abbattere il muro che lui stesso si è costruito intorno, per proteggersi da quanti gli hanno fatto del male, isolandosi completamente dal mondo esterno.

Una delle molte scene di animazione del film di Alan Parker, in questo caso ancora con i martelli in primo piano

Si tratta di un’opera nella quale i demoni e i fantasmi di Roger Waters, colui che ha quasi interamente composto i brani, escono clamorosamente allo scoperto ma, come in tutti i capolavori che si rispettino, assumendo una valenza universale. Waters, infatti, ha avuto la capacità di descrivere il suo lato oscuro consentendo a chiunque di immedesimarvisi. In questo aiuta molto la musica straordinaria che si ascolta durante tutti e due dischi che compongono The Wall, senza dimenticare il fondamentale contributo alla causa dato dal chitarrista, David Gilmour. Pur essendo i rapporti tra i due, all’epoca, vicinissimi alla rottura definitiva, Gilmour è stato capace di offrire un apporto assolutamente enorme all’efficacia del capolavoro di Waters, con parti chitarristiche e vocali rimaste nella storia del rock.

La storia di Pink messa in scena nel disco è, chiaramente, in larga parte (sebbene non integralmente) legata alle vicende autobiografiche di Waters. Suo padre, infatti, Eric Fletcher Waters, morì nel 1944 durante lo sbarco di Anzio, in Italia, quando gli Alleati tentavano di risalire il nostro paese per respingere i nazisti verso la Germania. Si può dire, probabilmente, che questo abbia costituito una delle principali fonti di dolore, ma anche di stimolo artistico, nella vita di Waters. La guerra permea completamente tutto The Wall, infatti, e questo l’ha reso una colonna sonora pressoché perfetta e inevitabile per entrambi i miei due romanzi, giacché uno è ambientato durante la Grande Guerra e l’altro ha invece a che fare con l’esperienza nazista. Da rilevare, tra l’altro, che la famiglia Waters fu pesantemente colpita da entrambe le guerre mondiali. Sebbene di solito si citi sempre e solo il padre di Waters, anche suo nonno, George Henry Waters, morì in guerra, in questo caso durante la prima guerra mondiale sul fronte occidentale.

Il dolore che si percepisce ad ogni nota e ad ogni parola, durante tutto il doppio album dei Pink Floyd, è qualcosa che colpisce come una rasoiata, quasi senza filtri, tanto Waters è riuscito a infilarlo dentro la storia del tormentato Pink. C’è, nei testi e nelle musiche di The Wall, l’essenza del dolore mentale di una persona che ha visto, senza averne alcuna responsabilità, la sua vita irrimediabilmente rivoluzionata e, in parte, distrutta dalla presenza della guerra. È certamente, questo, un tema universale che si ritrova anche nei miei libri, ragione in più che mi fa essere particolarmente legato a quest’opera di quel maledetto genio di Roger Waters.

Un’altra immagine di Bob Geldof, che nel film interpreta Pink

Va detto anche, per completezza, che dal doppio album dei Pink Floyd è stato tratto un film di Alan Parker con Bob Geldof come protagonista, alla cui realizzazione ha contribuito lo stesso Waters, e per il quale alcuni brani sono stati registrati nuovamente o sono stati aggiunti ex novo, rispetto alla versione su disco. Sebbene personalmente preferisca la versione con sola musica, si tratta comunque di un film notevole sotto molti punti di vista e che fa da perfetto corollario alla musica dell’album.

Recentemente, inoltre, Roger Waters ha imbastito qualche anno fa un tour mondiale durante il quale ha riproposto l’esecuzione integrale di tutto The Wall, traendone anche un DVD nel quale, oltre al concerto, ci sono alcune parti che mostrano Waters parlare del padre e del nonno scomparsi in guerra. Viene anche mostrata la visita fatta da Waters al cimitero militare inglese di Anzio, nel cui memoriale suo padre è ricordato.

Ci sarebbero infinite altre cose da dire su questo capolavoro inossidabile, ma lo spazio richiederebbe almeno qualche volume. Chiudo, perciò, invitando semplicemente quanti non l’hanno mai ascoltato, a rimediare quanto prima. Per i molti, invece, che già conoscono The Wall, può sempre essere l’occasione per riascoltarlo e scoprirne nuovi elementi.

Racconti quasi d’amore, un nuovo libro prossimamente in uscita e una sfida al nero incombente sull’editoria italiana

Scrivere e pubblicare un libro in tempi di crisi si avvicina, ormai, ad essere una sorta di impresa. Il lavoro dello scrittore è notoriamente solitario ma, visto il clima che si respira là fuori, l’impressione è quella di essere completamente soli nel bel mezzo di una giungla sconosciuta, in piena notte. Si scrive sempre in solitudine, questo è vero, ma la situazione generale dell’editoria italiana, soprattutto quella piccola, è davvero preoccupante e, come se questo non fosse già un pessimo segnale, non si intravede alcuna luce in fondo al tunnel, al momento.

Scrivere ha ancora un senso?

Nel corso della cosiddetta ‘fase 1’ del coronavirus, quando in Italia si scivolava passivamente, sotto un bombardamento mediatico formidabile, dallo stare a casa alla coercizione dello stare in casa (ovvero stare chiusi in casa agli arresti domiciliari), l’editoria italiana ha conosciuto un calo di circa l’80% delle vendite di libri. Si tratta di dati ufficiali diffusi da tutti i principali editori italiani, quindi non sto inventando o ipotizzando nulla.

Detto questo, è chiaro che, se per un editore bello grosso ci può certamente essere (e c’è) un contraccolpo sensibile, per un editore piccolo e già privo di visibilità prima del virus, questo contraccolpo diventa potenzialmente letale. L’editore grosso, infatti, sopravvivrà di sicuro al cataclisma provocato dal virus e dalle politiche insensate del governo, il quale ha tenuto aperte le fabbriche di armi ma non ha previsto la benché minima soluzione per le librerie, considerate (in Italia, ormai, è una tesi che non abbisogna nemmeno di essere spiegata, a tal punto risulta ovvia) attività non essenziali. E le cose, ora che la riapertura selvaggia è in atto, non sono affatto cambiate. Nessun provvedimento per aiutare le librerie né, tanto meno, gli editori, specie quelli piccoli. Risultato: molti di essi rischiano di scomparire per sempre, se non sono già scomparsi in questi mesi.

Cosa significa questo, per l’ormai sparuto gruppo di lettori italiani che resiste all’estinzione di massa, già in atto prima della ‘fase 1’? Significa, innanzitutto, che la ricerca di autori nuovi subirà un brusco arresto, poiché gli editori non hanno più i soldi per investire in nuovi progetti. I grossi editori ne trarranno vantaggio, come sempre, poiché il mercato della lettura si accentrerà ancora di più nelle loro mani e, ovviamente, in quelle dei loro autori i quali, comunque, erano dei privilegiati già prima del cataclisma, a prescindere dalla loro qualità. Inoltre, significa una contrazione sicura delle traduzioni di testi stranieri in italiano, per lo stesso motivo di prima: mancano i fondi.

Sul versante delle presentazioni non spendo molte parole, a tal punto il quadro è avvilente. Prima del virus, quello delle presentazioni era già un mondo in agonia, ma ora pare incombere lo spettro della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, apparentemente pronto a trionfare su tutto.

Dunque, in questo quadro piuttosto fosco, pubblicare un libro appare sempre di più come una sfida, o forse come una lotta contro i mulini a vento. È con questo stato d’animo che, insieme all’editore, sto preparando l’uscita del mio terzo libro, che si intitolerà Racconti quasi d’amore. Anche l’editore con cui pubblico, Meligrana Editore, ha conosciuto pesanti problemi derivanti da questo crollo verticale delle vendite di libri. Inoltre, trattandosi di una realtà editoriale piccola e poco conosciuta, sebbene con copertura nazionale, le difficoltà si sono moltiplicate e siamo giunti con non poca difficoltà alla decisione di pubblicare questi Racconti quasi d’amore. Una sfida non esattamente trascurabile, nel mezzo di una notte senza luna e senza la minima traccia di un seppur fioco bagliore proveniente da un faro, ad indicare la presenza di un porto al quale attraccare.

Non è lo stato d’animo migliore, certo. Si affronta la pubblicazione con l’animo un po’ pesante, ben sapendo di dover lottare anche solo per trovare un singolo lettore in più, partendo da una situazione generale a tinte fosche e, per di più, senza la visibilità di cui possono godere le realtà editoriali più grandi. Ciononostante, ci si prova e si spera in qualche risultato che, almeno, possa dirsi accettabile.

Nel mio romanzo d’esordio mi sono occupato di tematiche affini a quelle del nuovo libro

Usciranno, quindi, tra un poco i miei Racconti quasi d’amore, una raccolta di racconti scritti negli ultimi tre anni che vanno a costituire una sorta di viaggio nel lato oscuro dell’amore, un tema del quale ho già avuto modo di occuparmi in passato. Un viaggio per tentare di dare voce alle forme di amore più tormentate e, forse per questo, meno popolari e che generano maggiori resistenze ad essere accettate da chi ne sente parlare (o con esse viene in contatto per vie indirette) e superate con esito positivo da chi le sperimenta.

Un libro, insomma, che vuole essere non solo il risultato del faticoso lavoro di un autore e del suo editore, ma anche una sorta di grido d’allarme per il mondo dei libri, che appare sempre più in pericolo e privo di sbocchi. Ci sarà ancora qualcuno in grado di captare questo SOS, o saremo destinati allo scontro con l’iceberg come il Titanic, più di un secolo fa?

Elmore Leonard, quando il noir diventa capolavoro

Ieri ho fatto un’incursione nelle storie di James Ellroy e in particolare nel suo romanzo Perfidia. Oggi, invece, dedico qualche riga a Elmore Leonard, un autore al quale lo stesso Ellroy deve molto.

Elmore Leonard, deceduto qualche anno fa, nel 2013

Elmore Leonard è uno tra gli autori americani contemporanei più prolifici, con decine di romanzi al suo attivo. Si tratta di storie dal carattere noir, nelle quali il protagonista viene a contatto con i peggiori delinquenti ma, allo stesso tempo, ha sempre la capacità di mantenere intatto tutto il suo sangue freddo. Trattandosi di un autore molto prolifico, attivo dal secondo dopoguerra fino a non molti anni fa (Leonard è morto nel 2013), è ovviamente impossibile fare un elenco completo dei suoi testi. Mi limito, quindi, a qualche cenno e a qualche titolo. Chi fosse incuriosito, constaterà facilmente quanti siano i suoi romanzi disponibili anche in italiano.
Le storie di Carl Webster, ad esempio, è un ottimo libro per cominciare a scoprire questo grande autore. Si compone di tre racconti, tutti con protagonista il Carl Webster del titolo, uno sceriffo federale nell’America degli anni ’30/’40. Webster è una specie di sceriffo in vero e proprio stile western, che non ha nessun timore di usare la pistola contro i criminali dei quali è incaricato di occuparsi. Ha una mira infallibile e un sangue freddo fuori dal comune. Un personaggio eccessivo, come del resto quasi tutti quelli tratteggiati da Leonard, compresi i cattivi delle sue storie. Carl Webster torna anche in altri testi di Leonard, tra traffico di droga, rapine, ex nazisti fuggiti dai campi di detenzione americani e personaggi vari di dubbia fama. In ogni caso, lui compare sempre ad indagare per fermarli e non esita un momento a tirare fuori la pistola, se se ne presenta l’occasione. È uno di quelli che sostengono la teoria secondo la quale se uno estrae la pistola, non deve farlo per finta ma per sparare. Come si vede, nonostante Webster rappresenti il “buono”, si tratta di un “buono” decisamente sopra le righe, in un’America a tinte forti, nella quale spesso non esistono i mezzi toni ma soltanto le tinte più accese, sia tra i “buoni”, come Carl Webster, sia tra i “cattivi”.

È quanto accade, ad esempio, in Hot Kid, un romanzo nel quale ricompare lo sceriffo federale Carl Webster, per dare la caccia a Jack Belmont, figlio di un magnate del petrolio, il quale ha deciso, in barba all’aria di rispettabilità che circonda suo padre, di commettere ogni sorta di reato, finché qualcuno non lo fermerà.

La copertina italiana di Tishomingo Bues

Anche in Tishomingo Blues si respira un’atmosfera a metà tra la perdizione verso la quale conduce il mondo delinquenziale in cui Leonard immerge i suoi personaggi e la resistenza opposta da alcuni di essi i quali, pur trovandosi invischiati nel gorgo di eventi più grandi di loro, non si lasciano trascinare del tutto dalla corrente. È il caso di Dennis Lenahan, un ex campione di tuffi un po’ avanti con gli anni, il quale sbarca il lunario facendo spettacoli di tuffo da un’altissima piattaforma, in piccoli alberghi della provincia americana. Quando Dennis assisterà, del tutto casualmente, ad un omicidio mentre si trova proprio sopra la sua piattaforma, prenderà l’avvio una sequenza imprevedibile di avvenimenti, mentre intorno a lui si materializzeranno una serie di personaggi intrisi del tipico razzismo degli stati del Sud, impegnati in una rievocazione di una battaglia della guerra tra Nordisti e Sudisti.

Si tratta, come si sarà forse intuito, di romanzi o racconti dove non si perde tempo in descrizioni superflue. Leonard, come del resto fa anche Ellroy, non spreca una riga in elementi inutili della storia. Tutto è pieno di azione e i personaggi ne escono tratteggiati con maestria, in modo sempre molto netto, come se fossero illuminati da una potente lampada al magnesio che ne fa percepire con immediatezza le caratteristiche. Inoltre Leonard, anche in questo caso come James Ellroy, è un vero maestro nella costruzione dei dialoghi, arrivando a un livello che pochi autori sono in grado di raggiungere. Attraverso le battute che si scambiano, Leonard riesce a far emergere in modo chiarissimo, ma sempre fluido ed interessante, molte peculiarità psicologiche dei suoi personaggi e può costituire un ottimo esempio di come dei dialoghi serrati e che vanno dritti al punto dovrebbero essere costruiti.

Lo sconosciuto n.89, copertina italiana

I motivi per avvicinarsi a questo grande autore americano sono molti, come penso si sia intuito anche in questa breve panoramica che ho tentato nelle poche righe di questo pezzo. Prima di chiudere, cito solamente qualche titolo di testi di Leonard che, personalmente, ho trovato particolarmente avvincenti e interessanti. Oltre a Le storie di Carl Webster, Hot Kid e Tishomingo Blues, citati in precedenza, indico almeno i seguenti: Lo sconosciuto n.89, Raylan e Tutti i racconti western.

In ogni caso, sono i suoi testi sono sempre di altissimo livello ed è improbabile restare delusi. Con Elmore Leonard si va sul sicuro.