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La donna che attendeva il crepuscolo, un nuovo libro da leggere disponibile da oggi

Una strana sensazione di urgenza mi spingeva a camminare verso la donna vestita di bianco, come se un impulso improvvisamente sorto dentro di me mi spingesse a conoscerne ad ogni costo l’identità. Avvertivo chiaramente la necessità premere sul mio cervello e trasferirsi al centro del petto, in un tumulto di strane emozioni che mi spingevano a camminare verso di lei. Mi sforzai di non lasciare spazio al dubbio che, piano piano, sentivo insinuarsi nella mente: e se lei fosse sparita prima che fossi riuscito ad avvicinarla? E se non l’avessi mai più rivista?

GABRIELE CHIAROLANZA, LA DONNA CHE ATTENDEVA IL CREPUSCOLO

Ci siamo, dunque! Per un autore c’è sempre un po’ di emozione all’uscita di un nuovo libro. Da oggi, infatti, è disponibile il mio ultimo libro, La donna che attendeva il crepuscolo, una raccolta di racconti scritti negli ultimi tre anni. Il libro è reperibile da subito sul sito di Meligrana Editore, dove tra l’altro si può avere col 15% di sconto, altri due libri gratis, spese di spedizione anch’esse gratuite e un cd, il che non è affatto poco. Nei prossimi giorni sarà acquistabile anche sui vari store online di vendita di libri e sarà ordinabile nelle migliori (ma volendo anche nelle peggiori!) librerie fisiche.

La copertina del libro La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

La donna che attendeva il crepuscolo rappresenta un viaggio nel lato oscuro dell’amore poiché spesso, sebbene in pochi lo ammettano, l’amore non è un dono scintillante ma una maledizione. Il confine tra amore e dramma, infatti, è molto difficile da tracciare nelle cinque storie che compongono questa raccolta di racconti. Non sempre, però, il risultato finale è ovvio come sembra a prima vista. Ecco, quindi, un percorso tra le forme di amore meno ovvie ma non per questo meno autentiche, narrate con stili, ambientazioni e sbocchi molto diversi tra loro.

Spendo solo una breve parola per sottolineare ancora una volta quanto sia importante, per chi può ed è interessato a dare un piccolo contributo alla cultura, dare fiducia e mostrare interesse verso autori ed editori poco noti, ma non per questo di scarso valore. Scegliete attentamente, se siete amanti della lettura, ma non disdegnate l’acquisto di libri curati dai piccoli editori e dai loro autori! Date un occhio agli estratti, se volete avere le idee più chiare, ma non limitatevi agli autori blasonati col grande marchio alle spalle, altrimenti difficilmente vedrete voci nuove farsi avanti poiché esse non hanno, solitamente, la possibilità di farsi notare dai lettori, non disponendo della visibilità dei grandi editori e non potendo permettersi di pagare agenti letterari a peso d’oro. Abbiate un po’ di fiducia, dunque, e vedrete che sarà possibile trovare anche tra gli scrittori poco noti, a volte con diverse pubblicazioni alle spalle, delle vere e proprie perle.

Concludo queste poche prime righe, dicendo che nelle prossime settimane pubblicherò gli incipit dei cinque racconti che compongono La donna che attendeva il crepuscolo con una breve presentazione per ognuno dei testi, proprio per dare un’idea di massima delle caratteristiche del libro, soprattutto a chi non si fa scoraggiare dai nomi poco noti dell’editore e dell’autore. Buona lettura, dunque, a quanti dimostreranno un interesse verso questo nuovo libro!

Qui l’incipit del primo racconto: Non omnis moriar

Qui l’incipit del secondo racconto: Macerie

Qui l’incipit del terzo racconto: 86

Qui l’incipit del quarto racconto: Bodak e la profezia nel bosco

Qui l’incipit del quinto racconto: La donna che attendeva il crepuscolo

Quinto incipit – il racconto La donna che attendeva il crepuscolo

La figura femminle aveva un viso diafano. Nonostante ciò, la grazia dei suoi occhi e del sorriso che mi rivolse mi riempirono di emozione.

La donna che attendeva il crepuscolo

Eccoci giunti, questa settimana, all’ultimo racconto, La donna che attendeva il crepuscolo dal mio libro omonimo, e all’ultimo incipit. Questo racconto si svolge in un’epoca passata non meglio identificata. Sta al lettore collocarla con precisione, anche se io ho immaginato un contesto vagamente riferibile ai primi del Novecento.

In un’atmosfera un po’ decadente di fine estate, dunque, Elio, la voce narrante, si trova nella sua abitazione, una villa isolata e dotata di un ampio parco, nella quale risiede insieme alla sorella Esther. Una sera, mentre Elio passeggia nel parco, farà un incontro inaspettato, che cambierà per sempre la sua vita e quella di sua sorella. Elio, infatti, incontra Eleonora, la donna che attendeva il crepuscolo la quale dona il titolo all’intera raccolta di racconti.

La storia dell’incontro con questa misteriosa donna si svolge nell’arco di tre giorni, che costituiscono anche la suddivisione dei capitoli nel racconto. Durante questo breve arco di tempo, Elio apprenderà alcuni fatti ai quali stenterà a credere, inizialmente, ma che si riveleranno determinanti nello stabilire il corso di tutta la sua vita futura e la stessa cosa varrà anche per l’amata sorella Esther. Esther, infatti, nasconde da molti anni un tragico e oscuro segreto, ignorato da tutti, perfino da Elio. Pochi segreti, però, durano per sempre.

Si dipana, così, in questi tre giorni, la storia dei fratelli Elio ed Esther, fino al risolutivo finale. Ecco, dunque, l’incipit del racconto ambientato durante il primo giorno:

Primo giorno

Fu durante una serata di fine estate che la vidi per la prima volta. Nonostante ci stessimo avvicinando a grandi passi alla metà di settembre, si poteva avvertire ancora piacevolmente il tepore tardo estivo, anche quando la luce del sole calava d’intensità. La giornata era trascorsa solamente con qualche nuvola passeggera ad oscurare, per pochi minuti, uno splendido sole che scaldava le membra e non faceva presagire affatto l’arrivo dell’autunno, ormai alle porte.

La villa, immersa nella calda aria del giorno che andava spegnendosi, si trovava immersa in un boschetto i cui alberi presentavano, ormai, un colore bronzeo a segnalare l’incipiente avvicendarsi delle stagioni. Sul davanti, invece, ai lati di un lungo viale d’ingresso, sui cui lati stazionavano maestosi due filari di cipressi, si apriva un ampio prato accuratamente rasato, nel quale trovavano posto delle belle aiuole contenenti fiori dei più bei colori immaginabili, dal rosso al giallo, dall’indaco fino al viola scuro, quasi nero. Non sono mai stato un esperto di fiori e tuttora non sarei in grado di descriverne i nomi, ma posso garantire che i due giardinieri presenti svolgevano un lavoro ammirato da tutti. Lungo la parte di prato sulla sinistra del viale, poco distante dalla villa, giaceva un placido stagno in riva al quale mi ero sovente seduto a leggere i miei amati libri.

Fu proprio lì, nei pressi dello stagno, che la vidi per la prima volta, quella sera di settembre. Ero uscito dalla villa per stare un po’ da solo, mentre mia sorella parlava con la domestica, la quale ci aiutava a prenderci cura della casa. Mia sorella ed io, entrambi soli, avevamo stabilito di vivere insieme nell’antica villa di campagna della nostra famiglia, qualche anno prima. Ci volevamo bene e così avevamo trovato il modo di non abbandonare la villa e, allo stesso tempo, di prenderci cura l’uno dell’altra.

Quella sera, dunque, uscii a godermi la tiepida aria ancora estiva, nel parco. Mentre alle mie spalle la villa giaceva quasi sonnolenta, con soltanto un paio di stanze illuminate ad indicare la presenza di mia sorella e della domestica, mi avviai lungo il viale a lenti passi. Osservavo affascinato gli alti cipressi che delimitavano il viale. Essi apparivano imbevuti della delicata e rosea luce serale emessa dal sole calante e, in quell’atmosfera silenziosa, mi parvero come dei lunghissimi pennelli rivolti al cielo, anch’esso roseo sopra di me, pronti a dipingere linee celesti in attesa della comparsa delle stelle, che avrebbero fatto capolino di lì a poco.

Ferdinand Knab, Villa italiana sul mare (1887)

Mentre camminavo, assorto in tale rapimento e ammirazione, vidi con la coda dell’occhio qualcosa che attirò la mia attenzione. Fu soltanto un attimo e pensai subito d’essermi ingannato, ma l’automatismo mi portò a voltare la testa, per controllare. Con mia grande sorpresa, mi avvidi di non essermi sbagliato affatto. Un’ombra bianca la quale, osservando con più attenzione, si rivelò una figura femminile, sostava ai bordi dello stagno. La donna era ferma e si trovava di spalle rispetto a me. Indossava una veste bianca, mentre i lunghi capelli color del rame parevano quasi emettere una fioca luce intorno a lei. Non potevo nemmeno vederle le mani poiché, a quanto potevo notare, la donna le teneva giunte davanti a sé.

Ero stupefatto. Cosa ci faceva lì, sulla riva dello stagno, quella misteriosa presenza femminile? E a quell’ora, poi. Mi voltai per un attimo verso la villa, ma né mia sorella, né la domestica si fecero vedere. Evidentemente erano ancora intente a parlare all’interno della casa. In effetti erano molto amiche, e probabilmente sarebbero rimaste a parlare ancora a lungo. Quando tornai ad osservare in direzione dello stagno, per un attimo la donna in bianco sembrò scomparsa. Con un tuffo al cuore ebbi il tempo di chiedermi se per caso non mi fossi immaginato tutto, ma un momento più tardi la rividi. Si era spostata di qualche passo sulla destra, ecco perché non l’avevo individuata subito. La luce del sole si stava attenuando e, di lì a non molto, sarebbe stato quasi buio. Riflettei brevemente, e con una certa agitazione, sul da farsi. Conclusi rapidamente che non potevo certo starmene lì, fermo, senza nemmeno tentare di avvicinare la donna misteriosa.

Bodak e la profezia nel bosco – incipit del quarto racconto tratto da La donna che attendeva il crepuscolo

Prima di muovermi, però, tornai a fissare per un’ultima volta il buio niveo che regnava all’esterno del forte.

Da Bodak e la profezia nel bosco

Ecco il quarto racconto tratto dal libro La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020) uscito da qualche settimana. Bodak e la profezia nel bosco è stato scritto circa tre anni fa, poco dopo aver ultimato la stesura del mio primo romanzo, La Morte attende tranquilla e quando ancora la prospettiva di pubblicare dei libri a livello professionale era di là da venire.

Si tratta di un testo con un’ambientazione storica autentica, ma caratterizzato dalla presenza di un motivo che si potrebbe forse definire (pur non amando io le definizioni letterarie classiche) di tipo onirico-quasi-fantasy, in un certo senso. Ci troviamo, dunque, nel dicembre del 1915. La prima guerra mondiale infuria già da più di un anno in Europa e anche al di fuori. Non dimentichiamoci, ad esempio, dell’Impero ottomano che, con gli alleati tedeschi e austro-ungarici, combatte contro gli inglesi e i francesi; oppure non dimentichiamoci l’Africa, messa a ferro e fuoco in diverse sue parti e prosciugata ancora più del solito di risorse e uomini per la guerra degli europei; e non dimentichiamoci della guerra sui mari che vede anche il Giappone piuttosto attivo.

Nel mezzo di questa guerra sempre più incontrollabile Franz Bodak, un sottotenente austro-ungarico, si ritrova in servizio in quello che oggi è il Trentino ma che allora era l’estremo sud del Tirolo, laddove si trovava il confine tra Impero d’Austria-Ungheria e Regno d’Italia, dopo che nella primavera del 1915 i due alleati del giorno prima si erano trasformati in nemici acerrimi.

Bodak presta servizio in un luogo e in una condizione molto particolare, ovvero quella della cosiddetta ‘guerra dei forti’ sull’altopiano di Lavarone. Meno famoso del vicino altopiano di Asiago (che era in mano italiana), Lavarone è un altopiano ancora oggi molto bello da visitare, dove le tracce lasciate dalla Grande Guerra sono ovunque. A Lavarone, infatti, fu costruita una cintura di fortificazioni da montagna (che comprendeva anche dei forti nelle vicine zone di Folgaria e Luserna) allo scopo di difendere l’altopiano da un eventuale attacco italiano per penetrare all’interno del territorio austro-ungarico, magari tentando di arrivare fino a Vienna.

Il forte Gschwent/Belvedere, sull’altopiano di Lavarone come appare oggi.

È qui, dunque, in una di questa fortezze, precisamente il forte Gschwent/Belvedere (perfettamente conservato ancora oggi e sede di un ottimo museo) che Bodak si trova, sul finire dell’autunno del 1915 insieme al suo compagno d’armi ed amico Frederick Schenck, la voce narrante del racconto. Nel mezzo dell’ambiente di montagna completamente immerso nella neve, nel quale perfino la guerra viene sospesa per l’impossibilità di combattere dovuta alle proibitive condizioni atmosferiche, i due compagni e amici si ritroveranno a vivere una strana avventura mentre si trovano in perlustrazione fuori dal forte. Incontreranno, infatti, alcuni incredibili abitanti dei boschi che ricoprono quasi interamente l’altopiano di Lavarone e che cambieranno in modo imprevisto le loro vite. Il centro del racconto non è dunque la guerra in se stessa, ma soprattutto ciò che la circonda e, soprattutto, una particolare forma di amore ovvero quella che potremmo definire dell’amore amicale. Quale scenario si delinea quando due amici sviluppano un rapporto molto stretto e condividono un contatto ravvicinato con la morte, che in guerra è sempre in agguato dietro ad ogni angolo? Questo è il contesto nel quale il racconto Bodak e la profezia nel bosco prende avvio.

Ecco dunque, qui sotto, l’incipit del racconto:

Nei pressi del forte Gschwent – Lavarone, metà dicembre 1915

Un soldato nella neve, foto dell’Imperial War Museum di LOndra

La prima volta che vedemmo le luci, fu un paio di settimane circa prima del Natale del 1915. In quel periodo le attività belliche erano sospese. La neve aveva già ricoperto col suo pesante manto ogni cosa. Tutto appariva candidamente bianco, ovunque lo sguardo si posasse. Montagne, alberi, edifici. La neve si era appropriata del paesaggio naturale e, senza badare a noi uomini impegnati a fare la guerra, aveva imposto a tutti la sua legge. Con la neve alta a dominare la scena, infatti, perfino la guerra aveva dovuto arrendersi e ritirare i suoi taglienti artigli. Gli obici, finalmente, tacevano e, fatta eccezione per le consuete attività di guardia e manutenzione del forte, nulla avrebbe consentito d’intuire che fossimo nel bel mezzo di un conflitto di vaste proporzioni. Anche per gli italiani doveva valere lo stesso, poiché i loro bombardamenti erano cessati proprio in concomitanza con l’inizio delle pesanti nevicate di dicembre. Era proprio vero, come soleva ripetere Bodak, che la neve non guardava in faccia nessuno. Quando cominciava a scendere dal cielo, diceva, tutti dovevano inchinarsi alla sua maestosità.

Bodak, io e un piccolo gruppo di soldati, stavamo camminando lungo la strada che dal forte conduceva verso l’interno dell’altopiano, per perlustrare la zona al fine di individuare un punto dove fosse possibile impiantare un osservatorio avanzato fortificato, magari munito di qualche tratto trincerato. Il comandante pareva essere molto preoccupato di dimostrare al comando che il forte era integralmente protetto, in caso di attacco diretto da parte della fanteria italiana. Noi, a dire il vero, ritenevamo che si trattasse più che altro di una formalità, per proteggersi le spalle in caso di guai. Dopo gli eventi che avevano coinvolto i forti di Verle e Luserna, nei primissimi tempi della guerra infatti, nessuno credeva più all’impenetrabilità dello sbarramento fortificato di Lavarone.

Ci trovavamo, dunque, in pieno dicembre, a dover svolgere questo incarico di ricognizione. A dire il vero, secondo il calendario, l’inverno ancora non era iniziato. Le temperature estremamente rigide e le poche ore di luce diurne disponibili, però, ci fecero capire presto come, di fatto, per noi la stagione fredda si fosse già palesata. Verso le due e mezza del pomeriggio, appena usciti dal forte, il freddo intenso ci colpì subito con forza. Una leggera brezza gelida ci sferzava, nonostante avessimo avuto cura di imbacuccarci per bene nei nostri cappotti. Il sole splendeva luminoso in un cielo di un blu così intenso che sembrava di poterlo penetrare con un dito, se solo avessimo avuto il coraggio di allungare una mano verso l’alto.

Ci incamminammo, quindi, allontanandoci dal forte, accompagnati dall’insistente preoccupazione di ritrovarci presto mezzi congelati. Eravamo in cinque a comporre la nostra piccola pattuglia. Tre soldati semplici, infatti, accompagnavano Bodak e me, entrambi sottotenenti. Lungo il primo tratto della strada rimanemmo in silenzio. Soltanto qualche breve scambio tra i tre soldati che erano con noi si frapponeva al rumore scricchiolante dei nostri passi sulla neve. Era nevicato anche la sera precedente e, stando alle testimonianze delle sentinelle, andò avanti così fin quasi al mattino. La strada, dunque, era invasa dalla neve e, al momento, si poteva percorrere soltanto a piedi, con una certa fatica.

“Non so se sentirmi contento per il diversivo di questa uscita o se maledire il comandante, o chi per lui, di aver avuto quest’idea” sentenziò Bodak, ad un tratto.

Immerso com’ero ad ammirare la bellezza del niveo nitore che permeava ogni cosa attorno a me, stridendo apertamente con il contesto di guerra del quale facevamo parte, rimasi quasi scosso nell’udire la voce del mio compagno d’armi. Non riuscii, infatti, a controbattere nulla alla sua osservazione.

“Ehi, Schenck, mi hai sentito? A cosa stai pensando? Sembri essere in un’altra dimensione” sbottò Bodak, dopo qualche istante.

“Scusami, hai ragione. Stavo soltanto ammirando il panorama ricoperto di neve. Tutto qui.”

“È molto bello, infatti. La neve cambia le prospettive, quando riesce ad attecchire dappertutto. Con tutto questo bianco, pare incredibile che qui si combatta un conflitto, in fin dei conti.”

Bodak, come sempre, aveva colto alla perfezione la capacità della neve di evocare pensieri e sensazioni che, con qualsiasi altra condizione atmosferica, mai avrebbero toccato la mente di qualcuno.

86 – terzo incipit da La donna che attendeva il crepuscolo

Urlare, mentre nessuno ti sente. La mascherata della Morte Rossa. Chiedere aiuto.

86, tratto da La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

Questo terzo racconto non richiede molte parole di presentazione, in effetti. È un racconto da leggere, più che da discutere. 86, il più breve tra i cinque racconti che compongono La donna che attendeva il crepuscolo, rappresenta una sorta di istantanea scattata inquadrando una mente in preda al dolore per un amore finito male. Si tratta di un’istantanea vista dal di dentro, in cui la voce narrante è la stessa persona che vive la situazione e lo stile di scrittura si discosta anche di molto rispetto agli altri racconti, proprio per marcare la differenza insanabile tra questo testo e gli altri.

Non ci sono spiegazioni particolari, non si sa nulla di quanto è accaduto prima e non si sa nulla di quanto, esattamente, avverrà dopo. Il punto del racconto è, almeno nelle intenzioni, mostrare il dolore mentale ‘allo stato solido’, senza mediazioni di alcun genere; il punto è mostrare quanto l’amore possa trasformarsi in una condanna, in certe condizioni, nonostante la narrazione dominante voglia sempre mostrarci il lato romantico e sdolcinato di questo sentimento. L’amore, però, non si lascia ingabbiare facilmente in definizioni e stereotipi, a dispetto del continuo tentativo di ricondurlo su binari ordinari e banalizzanti.

Ecco dunque, senza aggiungere altre parole, l’incipit di 86:

Sono un folle. Sì, folle! Soltanto un folle può scrivere lettere che non saranno mai lette. Lettere che non giungeranno mai a destinazione. La persona cui sono indirizzate non scorrerà mai tra le mani i fogli di queste lettere.

Lettere. Tante. Ho perso il conto, ormai. A occhio e croce, posso supporre siano almeno una decina, ma forse – forse – sono molte di più. Potrebbero essere anche una trentina, oppure ottantasei. Già, ottantasei. Perché no? Ottantasei è una bella parola. Suona bene. Ottantasei. Lo senti com’è completa, in sé stessa? Non ha bisogno d’altro. Ottantasei. Né troppo lunga, né troppo corta. Quant’è, ottantasei? Un bel pacco di fogli, pieno di tante belle parole. Belle. Parole. No, non belle. Parole, incise in lettere che non saranno mai lette, non possono essere belle. Dunque, non sono belle. Ma sono tante.

Sono vuote. Ecco, sì, vuote. Questo, sono: vuote. Ottantasei e vuote. Parole, destinate a cadere nel nulla di un immenso buco nero dal quale sarà impossibile uscire, come ogni buco nero che si rispetti. Un buco nero ingoiante e fagocitante. Scrivo le mie parole vuote per le mie ottantasei lettere, ingurgitate dai bit della memoria fisica del disco rigido. Ingurgitate e mai più risputate fuori. Chiuse lì dentro, asettiche, ad attendere un campo magnetico capace di soffiarle via per sempre, come se non fossero mai state scritte. Come se le mie dita non avessero mai premuto questi dannati tasti. Come se la mia mente, distrutta, non avesse mai partorito le mie ottantasei lettere vuote.

Dover dire qualcosa ma sapere già, ancora prima di averlo pensato, che il destinatario non riceverà mai il mio pensiero. Tutto ciò schiaccia il cervello e tutto l’essere umano dentro di me. Umano? Non lo so più, in realtà. Di umano, in me, ormai è rimasto davvero molto poco. Non un granché, ecco. Un essere umano poco umano, schiacciato da ottantasei lettere vuote.

Come uscirne? Non se ne esce. Ricordi il buco nero ingoiante? Ecco, da quello è impossibile uscire. Assolutamente, mia cara.

Macerie – incipit del secondo racconto tratto da La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

Il mediatore tra cervello e mani dev’essere il cuore.

Metropolis, 1927

Questo secondo racconto, il più lungo della raccolta La donna che attendeva il crepuscolo trae ispirazione dal famoso film Metropolis del regista tedesco Fritz Lang. Ho già parlato di Metropolis in precedenza e anche a proposito del mio secondo romanzo La crepa, nel quale il protagonista maschile del film, Gustav Fröhlich, ha un ruolo abbastanza importante.

Uno dei manisfesti per il film Metropolis di Fritz Lang

Senza quindi ripercorrere le vicende relative al film, che si possono trovare nel precedente articolo al riguardo, mi limito a spiegare che il racconto Macerie inizia il suo percorso laddove il film di Fritz Lang si conclude, riprendendone alcuni dei personaggi chiave. All’interno del libro La donna che attendeva il crepuscolo, in ogni caso, c’è una breve premessa nella quale vengono spiegate le note salienti relative al capolavoro di Lang, per chi non l’avesse visto e non ne conoscesse la trama.

Ma torniamo al racconto. Siamo dunque a Metropolis, l’immensa città ipertecnologica edificata ormai molti anni addietro da Joh Fredersen, divenuto il suo Dittatore e ci troviamo nell’anno 2046. Sono passati vent’anni dalle vicende narrate nel film di Lang (il quale si svolge nel 2026, un secolo dopo l’anno in cui furono ultimate le riprese, quindi). Protagonista del mio racconto non è più Freder, il figlio del Dittatore di Metropolis, come nel film, ma lo Smilzo. Egli rappresenta quello che oggi definiremmo ‘il cattivo’ della storia. È attraverso il suo punto di vista che il mio racconto si dipana.

Lo Smilzo, interpretato da Fritz Rasp

Ho voluto, infatti, farne un personaggio più complesso e animato da moventi che, seppure non sempre cristallini, vanno ben al di là dello stereotipo del cattivo totale. È così, dunque, che una sera lo Smilzo incontra inaspettatamente, sebbene di sfuggita, Hel, la madre di Freder deceduta decenni prima mentre dava alla luce lo stesso Freder. Lo Smilzo, dopo questo incredibile incontro, decide di cominciare ad indagare per scoprire se davvero la donna incontrata per caso sia Hel e, in ogni caso, cosa lei nasconda e quali scopi si prefigga. Ha inizio, così, un misterioso viaggio nella città alla ricerca prima di Freder e poi di Hel stessa, da parte dello Smilzo. Egli tornerà in contatto con alcuni personaggi facenti parte anche del film, come Josaphat (l’amico di Freder che molti anni prima lo Smilzo aveva messo sotto torchio, mentre faceva la spia per il Dittatore), il quale deciderà di aiutarlo a rintracciare Freder e Maria, scomparsi da molto tempo dalla circolazione. Nel corso della sua indagine per scoprire i moventi della rediviva Hel, lo Smilzo farà poi diverse scoperte sul suo vecchio e defunto datore di lavoro, il Dittatore Joh Fredersen, e su Rotwang, lo scienziato inventore delle sofisticate macchine che tenevano in vita la città di Metropolis.

Qui sotto, infine, ecco l’incipit del racconto Macerie, nel quale lo Smilzo si reca allo Yoshiwara (un altro nome relativo al film di Lang) per assistere allo spettacolo di una nuova ballerina di cui tutti parlano e che sembra mandare in visibilio la platea di clienti del lussuoso locale. Lo Smilzo, dunque, entra nel locale e sta per assistere all’esibizione della misteriosa ballerina che si fa chiamare ‘la Regina in bianco’.

Metropolis, 2046

Erano quasi le undici di sera quando lo Smilzo entrò allo Yoshiwara. Ancora una volta, la tentazione era stata irresistibile e l’aveva attratto inesorabilmente verso quel luogo di lussuria e perdizione. Non era stato per questo, del resto, che aveva accettato di fare la spia per Joh Fredersen, anni addietro? Non era stato per questo che aveva intascato quella montagna di soldi, messigli nelle tasche dal vecchio? Sì, certo: era stato per questo. Lo Smilzo lo sapeva perfettamente, anche se preferiva tentare un’ormai inutile dissimulazione. La verità era semplice. Lui non voleva più essere un banale impiegato di cui il Dittatore di Metropolis poteva servirsi a piacimento, soprattutto per i lavori sporchi, quelli che nessuno avrebbe voluto accettare. Incarichi come quello, ad esempio, di seguire come un segugio le tracce del Mediatore, corrompendo chiunque, pur di ottenere informazioni sulle sue mosse e i suoi spostamenti. Fredersen sapeva fin troppo bene come lui fosse la persona perfetta per quel lavoro e l’aveva chiamato senza indugio. Nessun dubbio, nessun tentennamento. Lo Smilzo aveva visto il vecchio estrarre un mazzo di banconote di dimensioni inusitate e, un attimo più tardi, il voluminoso pacchetto era nelle sue mani tremanti. Non aveva mai visto tanti soldi tutti insieme. Non era possibile opporre alcuna resistenza a una cosa del genere. Lo Smilzo aveva accettato l’incarico, prima ancora di conoscerne i dettagli.

“Ora basta con questi pensieri” si disse, mentre varcava la soglia dello Yoshiwara. “Inutile lambiccarsi il cervello, quando sto per entrare in questo magnifico luogo dove ogni lusso e capriccio sono consentiti.”

Lo Smilzo, dunque, si fece strada, lentamente, verso il suo solito tavolo riservatogli all’angolo, sulla destra del vasto locale. Da lì si godeva una vista perfetta sul palco ed era possibile, al contempo, starsene tranquilli e non essere quasi disturbati dall’ammasso di persone stipate in quello spazio.

Dopo pochi passi, un attendente in livrea lo riconobbe e, rivoltogli un cenno d’inchino, lo accompagnò al tavolo, aprendosi la via tra i ricchi ospiti, che diventavano sempre più numerosi minuto dopo minuto, poiché l’ora dell’attrazione principale si avvicinava. Lo Smilzo non si affrettò. Camminò con calma, guardandosi intorno e godendosi l’atmosfera esuberante del locale ad ogni passo. Lo Yoshiwara era sempre stato il luogo dove i ricchi abitanti di Metropolis si riunivano per interminabili serate, durante le quali tutto era permesso, ma ultimamente la febbre lussuriosa degli astanti pareva in vertiginoso aumento anche per gli abituali canoni di un luogo come quello. Lo Smilzo vi si era recato meno del solito, di recente, a causa di qualche malanno di salute, per via del quale era stato costretto a rimanere più del dovuto nel suo lussuoso e altissimo palazzo. Ciò non gli aveva impedito, però, di tenersi informato su quanto avveniva in città ed era stato così, tramite qualche informatore, che aveva ricevuto notizia del rinnovato fervore che circondava lo Yoshiwara. Merito di una nuova ballerina, comparsa durante l’esibizione del giovedì sera, la quale, a quanto si diceva, sembrava più brava di tutte le altre. Sulla base delle relazioni dei suoi informatori, lo Smilzo apprese come la nuova ballerina facesse impazzire la folla di ricchi uomini accorsi al locale. Con movenze sinuose e un viso angelico, la ballerina si esibiva in danze di successo sempre crescente. Se la cosa non fosse stata palesemente impossibile, lo Smilzo avrebbe creduto di avere a che fare con la descrizione degli spettacoli cui aveva dato vita Maria, l’incredibile e frenetica danzatrice creata anni prima dal vecchio scienziato Rotwang, per vendicarsi del Dittatore. L’avrebbe certamente creduto, sì, se solo non fosse stato personalmente testimone della fine di quella donna.

Ad ogni buon conto, i rapporti ricevuti costantemente dagli informatori attizzarono la curiosità dello Smilzo e gli fecero assumere la determinazione di recarsi allo Yoshiwara ogni giovedì, finché la misteriosa nuova ballerina non si fosse presentata alla ribalta.

Ed eccolo lì, dunque, elegantemente vestito, mentre si accomodava sulla sedia al solito tavolo, in attesa che le luci si abbassassero e lo spettacolo della sera avesse inizio. Lo Smilzo notò subito come la tensione sembrasse quasi palpabile, attorno a lui. Tutti parlavano febbrilmente uno con l’altro, lanciando occhiate furtive verso il palco, mentre puntavano con bruschi gesti la mano in quella stessa direzione. Dai dialoghi smozzicati udibili tutt’intorno, lo Smilzo apprese, concordemente con quanto aveva sospettato fin dal principio, come i numerosissimi astanti stessero confabulando per indovinare se quella sera la nuova ballerina sarebbe ricomparsa davanti a loro. Anche lui era in preda agli stessi pensieri e consultava nervosamente l’orologio, per vedere quanto tempo ancora lo separasse dall’apertura del sipario. Nessuno, infatti, sapeva chi sarebbe stata la protagonista dell’esibizione, perché la direzione dello Yoshiwara aveva preso l’abitudine di mantenere il più stretto riserbo sull’identità della ballerina dello spettacolo del giovedì, con l’evidente intenzione di aumentare l’aspettativa del pubblico e attrarre ancora più spettatori.

A mezzanotte esatta, quando la tensione aveva ormai raggiunto il culmine e il locale traboccava di gente, le luci finalmente si abbassarono e con esse anche il chiasso delle mille voci del pubblico, ridottosi in pochi secondi a un timido brusio, per poi placarsi del tutto e trasformarsi in un rapito silenzio, quando il sipario iniziò ad aprirsi.

Non omnis moriar – incipit del primo racconto tratto dal libro La donna che attendeva il crepuscolo

In the villa of Ormen

in the villa of Ormen

stands a solitary candle

in the centre of it all

in the centre of it all

your eyes

david bowie, blackstar

Il mio nuovo libro uscito la scorsa settimana, La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020), è composto da cinque racconti scritti nel corso degli ultimi tre anni. Come già anticipato qualche giorno fa, il libro costituisce un viaggio nel lato oscuro dell’amore attraverso storie e stili abbastanza diversi tra di loro. Ciascuno di questi cinque racconti presenta uno sbocco differente poiché un amore segnato da aspetti non sempre luminosi e brillanti non implica necessariamente sempre una conclusione ovvia o banale.

Con questo primo pezzo, dunque, vado ad introdurre il testo che apre il libro. Il racconto è intitolato Non omins moriar (in latino significa: non morirò del tutto) e, tra le sue varie fonti di ispirazione, ci sono lo scrittore danese Stig Dagerman e il musicista rock David Bowie. Sebbene non siano gli unici punti di riferimento del testo, vorrei citarli perché chi avrà occasione di leggere l’intero racconto si accorgerà subito del nesso tra questi due nomi e il mio testo.

David Bowie nel video del brano Blackstar

Nel brano omonimo del suo ultimo album Blackstar, inciso subito prima della morte, David Bowie parla, infatti, di un personaggio di nome Ormen. Si tratta indubbiamente di uno strano nome. Esso ha, con tutta evidenza, origini letterarie dato che non si tratta di una parola inglese. A questo proposito, lo scrittore danese Stig Dagerman pubblicò il suo primo romanzo nel 1945, mentre il mondo era ancora sconvolto dalla guerra, e lo intitolò proprio Ormen. Il romanzo non è stato mai tradotto in italiano ma è possibile leggerlo nell’edizione inglese col titolo The snake (Il serpente). Senza entrare nei dettagli del romanzo, basti dire che il serpente (Ormen) di cui parla Dagerman ha a che fare con la paura e la depressione che fagocita la vita. È, in sostanza, quanto accade al protagonista del libro e allo stesso autore. Dagerman, infatti, si suicidò il 5 ottobre 1954 a soli 31 anni, vinto anch’egli dal medesimo Ormen di cui parlava nel suo primo romanzo: la depressione.

Non è certamente un caso, dunque, che David Bowie abbia voluto citare Dagerman e Ormen in Blackstar, il suo ultimo album realizzato quando già sapeva che di lì a poco sarebbe morto. Non sapremo mai con precisione cosa Bowie volesse intendere attraverso la citazione di Ormen, ma il legame con Stig Dagerman pare decisamente plausibile.

Anche nel mio racconto Non omins moriar, nel quale l’atmosfera notturna e il colore nero sono ovunque, comparirà un misterioso personaggio avvolto da un mantello, anch’esso nero, il quale si presenterà alla voce narrante come Ormen. Ed ora, come promesso nel titolo di questo pezzo, passiamo all’incipit del racconto. Chi, invece, è curioso di sapere qualcosa di più sull’oscuro Ormen, troverà la soluzione all’interno del libro La donna che attendeva il crepuscolo, appena pubblicato da Meligrana Editore.

NON OMNIS MORIAR

Partenza

Fu durante una delle mie crisi più oscure che finii a vagabondare, errando nella notte e senza una meta precisa, nei dintorni della mia abitazione. Ogni cosa mi rimbombava nel cervello, con una possanza inaudita. Non ero in grado di riprendere il controllo di me stesso. I pensieri parevano bombardarmi e mi trafiggevano ogni volta in modo diverso, ma sempre più efficace, man mano che i secondi ticchettavano inesorabilmente. La notte, oscura al punto da sembrare in procinto di inghiottire ogni cosa, rappresentava il perfetto controcanto al tumulto della mia mente in subbuglio. Mi era impossibile riportare su binari anche solo vagamente ordinari le mie elucubrazioni sovreccitate. Tutto, e intendo dire davvero ogni singolo elemento della mia vita, implodeva davanti ai miei occhi, risucchiato in un immenso buco nero dalle dimensioni stellari.

L’unica cosa che riuscii a fare fu mettermi in cammino. Uscii dunque da casa, diretto non si sa dove. Non me ne importava. L’unica cosa che contava era muovermi, allontanarmi dalla mia abitazione e sperare, tramite quel movimento convulso ma privo di meta, di giungere in qualche posto migliore di quello attuale. Non era un programma altisonante, lo so, ma era l’unico che la mia mente fosse in grado di concepire, in quei momenti.

Mi avviai lungo la strada che si dipartiva da casa mia, nel buio della notte. Non rammento l’ora, a dire il vero. So soltanto che il buio regnava sovrano, intorno a me. C’era solo la luna, ad illuminare parzialmente la via, ma la mia mente allucinata non se ne diede per inteso per lungo tempo. Essendo privo di una meta precisa, non feci altro se non vagabondare lungo le strade quasi deserte, lì in collina, pur di allontanarmi da casa e tornarci più tardi possibile.

Dopo un tempo impossibile da quantificare, giunsi nei pressi di un punto panoramico, in corrispondenza di una curva verso sinistra. Da lì si poteva godere di una vista abbastanza ampia sulle colline intorno, costellate qua e là di piccoli puntini chiari, ad identificare le poche case illuminate nella notte. Lasciando scorrere lo sguardo mi resi conto della presenza, più in alto, sempre sulla sinistra, di una grande casa che non avevo mai notato in precedenza; aveva l’aspetto di un piccolo castello, almeno stando al profilo che si poteva intuire, nonostante l’oscurità e gli alberi che la circondavano come numerose sentinelle di guardia.

Sebbene i pensieri seguitassero a ricordarmi la mia crisi irreversibile, sperimentata subito prima dell’uscita di casa, constatai con sorpresa come la visione della misteriosa dimora in mezzo al bosco, sopra di me, attirasse inesorabilmente la mia attenzione. Qualcosa mi richiamava in quella direzione, pur non sapendo esattamente cosa. Dopo qualche attimo d’incertezza, mi risolsi a procedere innanzi, nel tentativo di individuare una possibile via d’accesso al piccolo castello appena avvistato.

Fu così che, dopo pochi minuti di cammino, vidi chiaramente, alla luce lunare, un sentiero che si discostava dalla strada, salendo lungo il medesimo versante della collina sul quale si trovava il castello. M’inerpicai senza indugio, notando con piacere che il percorso era ben segnato e riconoscibile, nel mezzo della boscaglia. Soltanto una volta ebbi un’incertezza, ma mi ripresi in fretta, individuando rapidamente la direzione corretta lungo la quale proseguire la salita.

Ogni tanto alzavo gli occhi per verificare se la misteriosa casa si vedesse finalmente un po’ meglio ma, con mio grande nervosismo, dovetti riconoscere di non riuscire a scorgere più di qualche guglia o di qualche finestra, che inquadravo qua e là. Non mi restava altro da fare se non procedere innanzi, nella speranza che l’obiettivo della mia camminata non si trovasse troppo lontano.

Procedetti lungo il sentiero nel bosco per molto tempo, tanto da domandarmi, a un certo punto, se mai sarei riuscito a giungere nei pressi del castello. Mi venne perfino il dubbio che, forse, il sentiero portasse in tutt’altra direzione. Fui preso da una grande meraviglia quando, d’improvviso, mi ritrovai fuori dal bosco e davanti a me osservai il possente muro di cinta, intorno al piccolo castello cercato con tanto zelo.

La luna faceva capolino a tratti tra le nuvole, consentendomi di inquadrare qualche dettaglio in più. Potei così rilevare che il castello, all’esterno, era illuminato soltanto da un paio di luci fioche, poste subito sotto il tetto. Due torrette, una a ciascun angolo dell’edificio, chiudevano la facciata che avevo davanti. Esso era completamente immerso nell’oscurità, fatta eccezione per due finestre sulla sinistra, all’ultimo piano, vicino a una delle torrette.

Mentre ancora il mio sguardo scorreva qua e là, lungo la facciata del castello, mi colpì l’assurdità di quella situazione. Mi trovavo dinanzi a quel piccolo edificio, nel bel mezzo della notte, senza la più vaga idea di chi vi abitasse; inoltre non sapevo nemmeno come avrei potuto giustificare il fatto di trovarmi lì, qualora avessi individuato un campanello o un batacchio da qualche parte, per segnalare la mia presenza ai suoi abitanti. Stavo ancora rimuginando su quei dubbi, mentre il cervello non smetteva di gettarmi addosso, alla rinfusa, scorci di me stesso immerso nella crisi di non molto tempo prima, quando adocchiai la vaga sagoma di una porta di legno, a qualche metro da me. Feci i pochi passi che mi separavano da essa con molta circospezione, quasi nel timore di disturbare qualcuno con un rumore di troppo, finché mi trovai finalmente davanti alla porta. Si trattava di una banale porta di legno, con una maniglia di scarso pregio. Nessuno stemma, nessuna targa con inciso sopra un nome. Allungai una mano per afferrare la maniglia, ma l’improvviso e inatteso nitrito di un paio di cavalli mi fece fare un balzo indietro, mentre il cuore batteva all’impazzata. Il nitrito sembrava provenire dall’interno del castello. Dopo qualche attimo i cavalli si acquietarono, mentre io non ero più così certo di voler saggiare nuovamente quella maniglia. Nonostante una forte indecisione mi attanagliasse il cervello, mi risolsi infine a tentare di aprire la porta. Allungai la mano, afferrai la maniglia e la spinsi verso il basso, trattenendo il respiro. La porta si aprì senza difficoltà. Strano che non fosse chiusa a chiave, annotai con rapidità, mentre sgusciavo all’interno del castello.

Norimberga, una città con un passato nazista poco noto

La città di Norimberga è generalmente nota per via degli ormai famosi processi tenutisi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale contro i crimini dei dirigenti nazisti. Essi, tra l’altro, hanno costituito uno dei primi casi di evento coperto con una massiccia ed organizzatissima copertura mediatica in tutto il mondo, ma non rappresentano l’unico aspetto rilevante della città di Norimberga dal punto di vista storico.

Norimberga (ne parlo anche nel mio libro La crepa), com’è accaduto con tanti aspetti della seconda guerra mondiale e degli anni che ad essa hanno portato, è stata vittima di un processo di sovrascrittura della storia. In pratica, un evento che colpisce in modo molto forte l’immaginario collettivo, va a cancellare tutto (o quasi) quanto c’è stato prima. In questo caso il fatto storico che ha provocato la sovrascrittura sono stati i processi. Non mi soffermerò, quindi, su questi processi, sul loro impatto storico, mediatico e giuridico e non parlerò delle inevitabili molte storture a cui essi diedero luogo. Parlerò brevemente, invece, di un paio di aspetti scivolati in secondo piano nella storia della città che sono, al contrario, di grande importanza sebbene, forse, non siano troppo noti.

Quando si pensa al Terzo Reich, a Hitler e all’esperienza nazista la mente va istintivamente, o quasi, a Berlino, al Reichstag e a quanto ha a che fare con la capitale. C’è un elemento, però, che spesso sfugge all’attenzione e contribuisce a spostare l’obiettivo in un’altra zona della Germania: la sede nazionale dell’NSDAP (è la sigla del partito nazionalsocialista dei lavoratori di Hitler, quello che comunemente chiamiamo partito nazista) non si trovava a Berlino. Fin dal 1933, infatti, la sede del partito si trovava a Norimberga. La città fu sempre, fin dagli esordi del partito come attore importante sulla scena tedesca, una roccaforte nazista di importanza indiscutibile, tanto che nessuno pensò mai di spostarne la sede, magari a Berlino.

Panoramica di un raduno del partito nazista

A Norimberga si tennero diversi raduni nazionali del partito durante i quali Hitler non badava a spese e faceva sfoggio di ogni eccesso, mentre per giorni le organizzazioni paramilitari naziste invadevano la città e venivano celebrate con parate, bande militari e folla festante alle finestre e ai lati delle strade. Uno dei raduni più grandi, caratterizzato da coreografie complicatissime studiate personalmente da Hitler con tanto di scenografie frutto di ore di preparazione e di numerosi disegni preparati sempre da Hitler stesso, fu quello tenutosi nel 1937.

Ci troviamo, dunque, subito prima dell’inizio dell’espansione del Terzo Reich in mezza Europa. L’anno successivo, il 1938, vedrà l’annessione dell’Austria avviare questo processo apparentemente inarrestabile; poi verranno i Sudeti, la Cecoslovacchia e la macchina bellica nazista, di pari passo con quella poliziesca e concentrazionaria di Heinrich Himmler e Reinhard Heydrich, conquisterà quasi senza colpo ferire buona parte del continente. Nel 1940 capitolerà anche la Francia, vendicando l’onta del novembre 1918 che ossessionerà i dirigenti nazisti fin dentro al bunker, a Berlino, nei giorni del tragico finale autodistruttivo del Reich nell’aprile 1945.

Un anno prima di tutto ciò a Norimberga si tenne, dunque, un mega raduno nazionale dell’NSDAP il cui momento culminante fu una giornata intera, o quasi, di parate militari e sfilate di tutte le organizzazioni e i corpi militari e paramilitari dell’apparato nazista. Hitler tenne dei discorsi durante la giornata, fino alla conclusione serale durante la quale il suo discorso infiammò la folla, mentre gigantesche torce illuminavano altrettanto giganteschi stendardi nazisti che sventolavano nell’aria crepuscolare.

Hitler durante un raduno

Esistono alcuni filmati di questo raduno ed è di fondamentale importanza, oggi, guardarli con attenzione. Ho parlato del raduno del 1937 anche nel mio libro La crepa, tentando di spiegarne l’importanza, l’impatto sull’immaginario popolare nazista dell’epoca e mettendo a fuoco un aspetto cruciale di tutta la questione: Hitler e la ristretta cerchia dei dirigenti dell’NSDAP non erano una sorta di gruppetto di ‘uomini soli’ al comando della Germania. Erano, anzi, sostenuti da milioni di comuni cittadini tedeschi che approvavano le loro politiche poliziesche e credevano di vivere una sorta di esperienza mistica, che li rendeva parte di un grande e maestoso progetto di vaste dimensioni per ricreare la grandezza del loro paese. Questi raduni oceanici avevano anche lo scopo di cementare questa consapevolezza nella popolazione, nei militari, nei membri delle organizzazioni paramilitari e, certamente, anche negli stessi quadri dirigenti del partito. Ecco perché è così importante guardare, oggi, questi filmati con attenzione: è necessario comprendere di quale appoggio popolare godesse Hitler ed è necessario avere chiaro davanti agli occhi cosa può accadere quando milioni di persone si lasciano guidare senza spirito critico da qualche ‘uomo forte’ apparso al momento giusto sulla scena. In fondo, qualcosa di simile accadde in Italia con Mussolini e le conseguenze furono altrettanto disastrose. Oggi, in proporzioni diverse, continuano ad esserci infatuazioni pericolose come quelle per i vari Trump, leghisti assortiti e la loro pressoché infinita schiera di imitatori che coprono tutto l’arco parlamentare.

Oggi più che mai è fondamentale non chiudere gli occhi e, anzi, ricordare il passato collegandolo agli eventi del presente, per non rischiare di andare a visitare Auschwitz inneggiando ai porti chiusi sulle nostre coste. I porti chiusi negli Stati Uniti all’epoca, infatti, provocarono numerosissimi morti nei campi di sterminio nazisti, una volta che le navi contenenti i fuggiaschi ebrei furono tornate nei porti tedeschi. In Libia non avvengono cose molto diverse.

Alcune persone assistono rapite ad un raduno del partito

Invito, per concludere, a guardare questi pochi minuti di filmato d’epoca del raduno dell’NSDAP del 1937 a Norimberga con un occhio aperto sul presente ricordando, per inciso, che a Norimberga (altro fatto poco noto) era attivo durante il Terzo Reich un piccolo campo satellite in piena città dove i prigionieri dei grandi campi di sterminio venivano condotti per il lavoro coatto, sotto gli occhi dei comuni cittadini tedeschi.

Qui il link per vedere il filmato: https://archive.org/details/Der-Reichsparteitag-der-NSDAP-Nuernberg-1937

Gli italiani d’Austria durante la Grande Guerra, una storia quasi dimenticata.

Quando si parla di italiani in guerra sul fronte orientale solitamente si pensa sempre alla seconda guerra mondiale e alla ritirata dalla Russia. Qualcuno preferisce dimenticare che gli italiani erano stati mandati lì da Mussolini e che combattevano al fianco dei nazisti, ma questa è un’altra storia.

Una storia, invece, costantemente dimenticata è quella degli italiani d’Austria durante la prima guerra mondiale sul fronte orientale. Una storia che, tra l’altro, mostra in modo clamorosamente chiaro quanto la propaganda governativa italiana fosse costituita da pure e semplici invenzioni adatte a far presa sul grande pubblico, per coprire i veri scopi imperialistici verso i Balcani della guerra.

La vicenda degli italiani d’Austria durante la Grande Guerra ha finalmente attirato, negli ultimi anni, l’attenzione di diversi storici e gli studi sul tema iniziano ad essere più numerosi, facendo almeno in parte terminare il colpevole oblio nel quale l’esperienza di questi italiani era stata gettata per molti decenni.

L’aquila bicipite austriaca, uno dei simboli dell’Impero austro-ungarico

Ecco, dunque, qualche cenno su questo pezzo di storia dimenticata o quasi. L’Impero d’Austria-Ungheria era, com’è noto, multinazionale e comprendeva, quindi, numerose nazionalità e lingue al suo interno. Ciò che è meno noto, forse, è l’esistenza di una minoranza italiana di cittadini austro-ungarici. Si trattava di persone nate in Austria-Ungheria, e quindi cittadini imperiali a pieno titolo, ma di origini italiane. Spesso, infatti, portavano nomi italiani e parlavano la lingua italiana. L’italiano, infatti, era una delle lingue ufficialmente riconosciute dalle autorità austro-ungariche e la minoranza italiana era altrettanto ufficialmente riconosciuta, potendo contare anche su propri parlamentari a Vienna. A questo proposito, si possono citare due nomi divenuti famosi, per motivi molto diversi, di parlamentari austro-ungarici italiani a Vienna: Cesare Battisti e Alcide de Gasperi (sebbene i loro percorsi siano stati divergenti in ogni particolare).

Nel 1914, dunque, scoppia la guerra e l’Impero combatte contemporaneamente contro i russi e contro i serbi, a oriente. All’inizio per gli italiani d’Austria le difficoltà sono legate alle tipiche tragedie della guerra: una moltitudine di persone, perlopiù di estrazione contadina, viene sbalzata dalle tranquille vallate del Tirolo (allora il Trentino non esisteva, ovviamente) alle desolate lande della Galizia, sul confine russo. Poi, però, le cose peggiorano quando nella primavera del 1915 il Regno d’Italia decide di rompere gli indugi e scende in campo contro l’ex alleato austro-ungarico, col quale era in vigore un’alleanza (seppur traballante, per certi versi) fin dal 1882, rinnovata ogni anno.

È a questo punto che la situazione si fa molto complicata, per gli italiani riconosciuti come cittadini austro-ungarici. Le autorità dell’Impero, infatti, si fanno subito diffidenti nei loro confronti, temendo una presenza numerosa di irredentisti. Questa paura della quale le autorità, soprattutto militari, austro-ungariche non si libereranno mai, sarà sostanzialmente infondata e frutto più che altro della propaganda martellante del governo italiano in tema di irredentismo. È proprio per timore che gli italiani in divisa austro-ungarica non combattano con sufficiente determinazione, che essi vengono mandati in massa fare la guerra in Galizia, sul confine russo. Il timore delle autorità, infatti, è che gli italiani avvertano troppo fortemente la tentazione di disertare.

Soldati austro-ungarici sul fronte orientale

Inizia così, per molti italiani cittadini imperiali l’odissea della guerra a migliaia di chilometri da casa. Sul fronte russo finiscono la maggior parte degli italiani residenti in Tirolo e anche a Trieste. Essi, bersagliati dalle condizioni allucinanti della vita di trincea (peggiorate notevolmente dal clima durissimo del fronte orientale) ma anche dalla diffidenza di molti superiori e compagni d’armi, combatteranno una guerra perfino più complicata di molti altri, senza dimenticare che gli ordini venivano generalmente impartiti in tedesco, lingua che molti di loro non conoscevano. Nonostante ciò, gli italiani combattono facendosi onore soprattutto perché, a dispetto delle idee delle autorità, avvertono l’Impero come la loro casa e vogliono rappresentarlo degnamente nell’esercito. A questo proposito, vi sono anche testimonianze di italiani d’Austria che manifestano sentimenti anti italiani, dichiarando il proprio impegno a far vincere il conflitto alla Duplice Monarchia.

Distruzione sul fronte orientale

La storia di queste persone, però, diventerà spesso una vera e propria odissea, specie per coloro che saranno fatti prigionieri dai russi. Qui, infatti, oltre alle condizioni di vita molto dure, saranno anche sottoposti nuovamente a pressioni ideologiche quando, dopo il 1916, le autorità del Regno d’Italia daranno il via, d’accordo con l’alleato russo, ad un programma per far rientrare in Italia come liberi cittadini gli italiani che avessero accettato di riarruolarsi nell’esercito italiano per combattere i loro ex compatrioti. La missione italiana risulterà alquanto caotica ma, in sostanza, abbastanza fallimentare e non solo per motivi burocratici ed amministrativi. Uno dei motivi principali di insuccesso, infatti, risiederà proprio nella fedeltà all’Impero austro-ungarico da parte di una buona parte degli italiani detenuti nei campi russi. Solo una minima parte, infatti, sposerà la causa italiana.

A questo proposito va detto che per diversi di coloro che scelsero di rientrare in Italia le delusioni erano dietro l’angolo. Se, infatti, in Austria-Ungheria c’era una diffidenza marcata verso gli italiani, la stessa cosa valeva anche nel Regno d’Italia, dove si sospettava che questi italiani non si sarebbero rivelati politicamente affidabili. Ed ecco, quindi, svelato, uno dei più grandi inganni della propaganda italiana: per invogliare i giovani ad arruolarsi si calcava molto la mano sulla questione dei fratelli italiani intrappolati dentro i confini austro-ungarici e che attendevano di essere finalmente liberati ma, poi, quando questi stessi fratelli entravano in Italia, diventavano spie, nemici, finti italiani. Gente da guardare con sospetto, insomma, e da emarginare quanto prima.

Per gli altri italiani, quelli che avevano scelto la fedeltà alla Duplice Monarchia, si apriva la strada dell’incertezza, invece. Quando, infatti, l’impero asburgico si ritroverà dalla parte degli sconfitti, nell’autunno del 1918, gli italiani dovranno affrontare un’odissea infinita per rientrare in Italia, compiendo un viaggio che li porterà ad attraversare buona parte del globo, prima di giungere a destinazione. Alcuni di loro, ad ogni modo, faranno perdere le proprie tracce in Russia, ricostruendosi una famiglia lì e, a volte, entrando nelle milizie dell’esercito bolscevico per combattere contro i resti dell’esercito zarista durante la rivoluzione del 1917.

In conclusione, per coloro i quali riescono a rientrare in Italia dopo mille peripezie, ci sarà da fare i conti con la realtà dell’Italia disastrata del dopoguerra, ma anche con la diffidenza enorme da parte dei ‘veri’ italiani. Una diffidenza che comporterà la chiusura nel silenzio da parte dei reduci italiani in divisa austro-ungarica e la cancellazione quasi completa della loro memoria. Essi erano stati troppo italiani per le autorità asburgiche e diventavano, ora, troppo austriaci per quelle italiane e, quindi, doppiamente inaffidabili. A mettere una pietra tombale sulle possibilità di accettazione della loro memoria di guerra, poi, ci penserà il fascismo nascente che, dopo breve tempo dopo l’armistizio, prenderà ovunque il sopravvento. Un oblio, quello degli italiani che avevano combattuto dalla parte ‘sbagliata’, che dura ancora oggi, sebbene come detto all’inizio, si stiano finalmente aprendo degli spiragli positivi grazie al lavoro di diversi storici della prima guerra mondiale e che, si spera, potranno forse ampliarsi ancora.

Due storie a distanza di cent’anni una dall’altra, ma qual è quella più datata e quale quella più recente?

Ho affrontato recentemente la questione del perché esistano ancora ampi motivi per parlare di Grande Guerra oggi. Indubbiamente uno di questi motivi è: quanto poco è cambiato da allora.

Poche righe, allora, saranno sufficienti a rendere l’idea. Per dare un esempio chiaro a chiunque, qui sotto ciascuno potrà leggere due estratti che raccontano di altrettanti fatti accaduti in epoche diverse: uno nel 1920, subito dopo la prima guerra mondiale; l’altro nel 2019, come dire ieri. Volutamente non inserisco le fonti dalle quali sono tratti i due pezzi. Come distinguere, quindi, l’episodio risalente a cent’anni fa da quello più recente? Ancora una volta non bisogna mai stancarsi di tornare alle origini, spiegando cos’è stata la Grande Guerra di un secolo fa, passata a due passi dalle case di molti di noi.

Martedì 19 ottobre, più o meno alle 3 del pomeriggio, nel piccolo villaggio di Çay, vicino a Çanakkale (in Turchia), Ferhad (età 7 anni), un bambino muto, corre verso i suoi amici, gesticolando con grande eccitazione riguardo una granata che ha appena trovato nel cimitero. Un gruppo di 8 bambini segue Ferhad per esaminare la granata. Il diciassettenne Ismail, che ha portato con sé un’ascia, si posiziona sopra la granata e la colpisce. La conseguente esplosione lo uccide sul colpo, insieme a Hüseyn, figlio di Mehmed, e ferisce gravemente altri 5 suoi amici. Ismail e Hüseyn sono sopravvissuti alla guerra, ma essa li ha uccisi ugualmente.

E. e N. hanno 9 e 10 anni. La guerra si è portata via la loro infanzia in un secondo.
E. viene da un villaggio della Valle del Panshir. Stava giocando in un campo vicino a casa quando ha raccolto da terra un oggetto che è esploso poco dopo. Suo padre, poco dopo l’esplosione, lo ha portato al nostro ospedale di Anabah, dove gli abbiamo fornito le prime cure.
Una volta stabilizzato, lo abbiamo trasferito a Kabul. Per colpa di quel “gioco sbagliato”, E. ha perso l’occhio destro; sulla mano sinistra sono rimaste solo due dita e il suo corpo è ricoperto di ferite ad alto rischio di infezione.
Per questo motivo, ogni volta che viene medicato deve essere portato in sala operatoria: lì, sotto sedazione, ci prendiamo cura del suo corpo martoriato.
Anche N. è stato colpito da uno di quegli ordigni vigliacchi. È arrivato, anche lui insieme a suo padre, da un villaggio della provincia di Herat, vicino al confine con l’Iran. Ha perso entrambi gli occhi, il naso, parte della mandibola. Addome, braccia e gambe contano innumerevoli ferite

La risposta trovata in un libro. Storia di un uomo e del suo percorso accidentato verso la comprensione.

Tutto ciò che devia dalla linea ristretta e cosiddetta normale rende gli uomini prima curiosi e poi cattivi.

stefan zweig, l’impazienza del cuore

Accade, a volte, di cercare una risposta a tutti i costi. Una risposta dalla quale sembra dipendere tutta la tua vita. Una risposta alla quale uno sente di non poter rinunciare, altrimenti il suo equilibrio mentale e umano vacilla pericolosamente. In certe circostanze la vita presenta simili momenti e non c‘è niente da fare: o si identifica una risposta che l’istinto (prima) e il ragionamento (poi) certificano come valida oppure ci si rovina la vita.

Sembra forse impossibile ma quando, a dispetto di tutti gli sforzi profusi nel cercar di capire; nell’immedesimarsi nel punto di vista dell’altro per carpirne i moventi; nel tentar di vedere il mondo con gli occhi di un’altra persona le cui azioni ti risultano incomprensibili; ecco, in quel momento in cui fai tutti gli sforzi del mondo ma non riesci proprio a capire, eppure comprendi con la chiarezza e la forza del tuono che da questa stessa comprensione dipende ogni cosa, inizia il lento ma inesorabile processo col quale ti rovini la vita. Sì, non afferrare la risposta al perché proprio quella persona abbia assunto un preciso comportamento che ti ha causato tanto dolore, può distruggere. Certo, c’è chi può passarci sopra, può soprassedere senza tanti problemi, ma non tutti. Alcuni non possono farlo. Alcuni sono condannati alla necessità di scovare una risposta da qualche parte e finché non la trovano, seguitano inarrestabili a cercare ad ogni ora del giorno e della notte perché da ciò dipende la loro vita e, più precisamente, la loro sanità mentale.

Passano gli anni, dunque, e anche questo può apparire strano, può dare adito a sospetti giacché, inevitabile come la morte, giunge il quesito tanto stupido quanto impossibile da risolvere. Qualcuno, infatti, o probabilmente più di qualcuno, inizierà a domandarsi e a domandare: “Ma perché non pensi a qualcos’altro? Perché non ti distrai?”

Già, perché non pensare ad altro, perché non distrarsi? Impossibile offrire una replica efficace. A chi si arrovella nello strenuo tentativo di indovinare la risposta che determina la ragione di tanto dolore avvertito nell’intimo del proprio animo, la domanda suona inevitabilmente sciocca. Se potessi pensare ad altro e distrarmi – così uno pensa tra sé – tutto sarebbe magicamente risolto e non esisterebbero più problemi di alcun genere. Eppure, la domanda individua un punto dolente: perché autodistruggersi per trovare una risposta che sfugge continuamente non appena sembra di averla tra le mani, quando si potrebbe fare altro? Ma ecco che subito torna la consapevolezza. Cristallina e nitida come tutte le consapevolezze che si rispettino, ecco che appare di nuovo davanti agli occhi. Inutile insistere nel trovare argomentazioni logiche per rispondere a qualcosa di intimamente emotivo. Per un problema emotivo, ci vuole una soluzione che stia sul medesimo piano. Quando si ha la febbre, non si intima imperiosamente alla febbre di andarsene al diavolo perché abbiamo altro da fare. No, quando si ha la febbre si assume il farmaco adatto per farla andare via. Qui (chi l’ha vissuto lo sa perfettamente) è lo stesso. La necessità di trovare una risposta, la stessa risposta che la persona provocatrice di tanto dolore non vuole assolutamente darci, non si manda via dicendo: “Stupida fissazione di individuare una risposta, vattene! Ho altro da fare, io!”

Agire in questo modo sarebbe semplicemente da sciocchi. Se si vuole mandar via questa necessità che fagocita ogni cosa, bisogna trovare il rimedio corretto e, purtroppo, in questo caso il rimedio può constare solamente, appunto, in una risposta. Ma poiché la persona incriminata non la vuole fornire, occorrerà andare a cercarla altrove, la maledetta risposta, e il tragitto da compiere sarà inevitabilmente molto, molto più lungo e tortuoso.

Trascorrono gli anni, dunque, e un giorno un uomo (sì, proprio quello che si sta dannando l’anima per individuare la risposta che nessuno gli può, o vuole, dare) si ritrova a passeggiare tra gli scaffali di una grande libreria. L’uomo è sempre stato un grande lettore ed è, poi, diventato anche uno scrittore, sebbene non di quelli famosi. Insomma, egli vaga su e giù per la libreria. Ogni tanto prende in mano un libro, lo osserva davanti e dietro. Poi procede oltre, tanto ha già un paio di volumi in mano e ogni volta che entra in una libreria deve sforzarsi per non portarsene a casa una trentina, di volumi.

Ad un certo punto, quest’uomo tormentato (anche lì in libreria, infatti, la sua mente sovreccitata continua a cercare senza sosta la famosa risposta) passa accanto agli scaffali di uno dei reparti che solitamente frequenta di meno e, proprio su quello posto più in basso, è attirato dall’ultimo libro a destra. Si tratta di un romanzo di uno dei suoi autori preferiti. Un romanzo che egli non ha mai sentito nominare, prima. Dunque, incuriosito, si accuccia e tira fuori il libro. Ne osserva il titolo, lo soppesa, ne valuta la trama. Indubbiamente, pensa l’uomo, questo romanzo possiede qualcosa di interessante e non solo perché l’autore è uno tra i suoi preferiti. C’è qualcosa di indefinibile ad attrarlo verso il libro, sebbene egli stesso non sia in grado di definire esattamente cosa.

A questo punto, l’uomo si è quasi deciso ad acquistare il libro ma poi gli sovviene un pensiero: “Ho già molti libri arretrati, a casa, e anche oggi in libreria già ne tengo sotto braccio un altro paio… non posso acquistarne altri!”

E così, con un po’ di titubanza, l’uomo rimette giù il libro nello scaffale in basso, sulla destra, dove l’ha trovato. Dopo averlo riposto, riprende a camminare su e giù per la libreria ma il pensiero di quel libro abbandonato lì continua a non lasciarlo tranquillo. È così che l’uomo non si decide ad andare a pagare i libri che ha in mano e continua, incerto, ad aggirarsi tra gli scaffali degli altri reparti. Ogni tanto la spina di quel pensiero torna a visitarlo e allora si dirige nuovamente una, due, tre volte presso quello scaffale in basso, si accuccia e tira fuori ancora l’ormai noto libro individuato in precedenza. Alla fine, stanco di quel vagare e di tutta quell’incertezza, l’uomo prende una decisione: acquisterà il libro. E così, per l’ultima volta, torna davanti al ben noto scaffale, si accuccia ed estrae dall’angolo a destra il volume che ormai conosce tanto bene. Qualcosa, in quel libro, lo attira irresistibilmente e lui sa bene che, quando un libro chiama misteriosamente, bisogna rispondere al suo richiamo.

L’uomo, dunque, torna a casa e mette via i libri appena acquistati. Non leggerà subito quel romanzo che in modo tanto strano ha attirato la sua attenzione, in libreria. Deve finire altri libri, prima. E poi, a dire il vero, insieme all’attrazione sente anche un certo timore reverenziale nei confronti di quel libro. Dopo averne letta la trama, infatti, l’uomo ha pensato: “Decisamente interessante, sì, ma potrebbe farmi soffrire…” e così, per il momento, lo mette da parte.

Le cose, come chiunque sa, possono instradarsi lungo percorsi molto tortuosi. Anche pazzamente tortuosi, a volte. Accade, così, che il nostro uomo continui la sua vita tra alti e bassi, ma sempre tormentato irriducibilmente dalla sua domanda senza risposta e, nel frattempo, passino più di un paio d’anni. Anni a volte molto difficili, durante i quali l’urgenza di individuare la sua risposta si fa ancora più stringente.

Poi, mentre sta lavorando all’uscita di un suo libro, all’improvviso sente qualcosa nella sua mente. È come se il libro, proprio quel libro, d’un tratto lo chiamasse. Molto strano, pensa l’uomo. Sono passati più di due anni da quando l’ho comprato e finora non ho mai sentito nulla di particolare. Eppure, tendendo meglio l’orecchio, l’uomo avverte distintamente il richiamo: “Sono qui che ti aspetto” dice tranquillamente, con voce piana ma sicura, il libro “perché non vieni a leggermi? È giunto il momento di incontrarci.”

A dire il vero l’uomo è un po’ perplesso ma poi conclude: “In fondo che male c’è a leggere proprio quel libro? D’altronde sarebbe scortese ignorare un invito educato come il suo.”

E così l’uomo va nello scaffale dove sa di aver posato il libro, lo estrae, si siede e comincia a leggere. Un gran libro, si vede subito. Il romanzo lo coinvolge fin dalla prima pagina e lo stile di scrittura dell’autore, uno dei suoi preferiti, non lo delude nemmeno stavolta. Man mano che legge, l’uomo avverte una strana sensazione: è come se il libro producesse dentro di lui delle strane risonanze. Ancora non gli è chiaro il motivo per cui le avverte, ma capisce che sta accadendo qualcosa. Poi, poco oltre la metà del libro, l’uomo si blocca e capisce. Il libro, scritto un centinaio d’anni prima, parla di lui! Certo, i personaggi sono diversi, vivono in un mondo che oggi non esiste più e attraversano situazioni e circostanze molto diverse da quelle vissute da lui, ma non ci sono dubbi sul fatto che il libro parli di lui! Ciò che sperimentano i personaggi ha esattamente le medesime caratteristiche di ciò che ha vissuto lui; la dinamica umana e la psicologia della situazione descritta nel romanzo sono esattamente le stesse che ha attraversato lui. E così, finalmente, capisce! Dopo molti anni durante i quali quella persona, quella che l’ha fatto tanto soffrire, non ha mai voluto dargli una parola di spiegazione, l’uomo capisce, finalmente. Ha trovato la risposta a lungo cercata in ogni dove, giorno e notte. La risposta, incredibilmente, stava proprio in quel libro, spiegata con parole cristalline, sebbene applicata a personaggi e circostanze parzialmente diverse.

L’uomo, infine, si alza dal divano sul quale si era accomodato per leggere il suo libro e inizia a camminare lentamente su e giù per la stanza. Riflette. Si passa una mano tra i capelli, si accarezza una guancia sulla quale avverte qualche rigido pelo di barba e quasi non crede alle parole che ha appena letto. L’autore del libro, che lui ha sempre amato profondamente, sembra aver scritto proprio per lui quel romanzo. A distanza di circa cent’anni si è formato un ponte tra due uomini, due autori, due lettori. E, naturalmente, un ponte tra i personaggi del romanzo e un uomo che vive cent’anni dopo di loro. Un ponte che, finalmente, ha spalancato le porte della comprensione nella mente dell’uomo.

“Ecco perché le cose sono andate così” seguita a meditare fra sé.

“Ecco perché lei ha fatto quello che ha fatto, ormai molti anni fa” scandisce ad alta voce l’uomo, sebbene non ci sia nessuno in casa a sentirlo.

“Il dolore non può essere cancellato ormai, e nemmeno il ricordo” dichiara l’uomo, che ora si sente un po’ più tranquillo, sebbene una certa inquietudine ancora lo pervada, come sempre accade nei momenti di grande comprensione e di conseguente grande turbamento. “Eppure, adesso almeno so perché. Posso dire di aver finalmente capito qual era il punto e, cosa non meno rilevante, di aver capito lei.”

La risposta, come spesso accade, si trovava proprio dentro un libro. Quel libro che l’aveva richiamato in modo tanto strano e cortese più di due anni prima.