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Delirium – Cronaca di un’ossessione: cosa accade quando si ama la persona sbagliata?

Dicono che il colpevole torni sempre sul luogo del delitto. Non so se sia vero, ma di certo, almeno in alcuni casi, ciò vale anche per gli artisti. Era prassi, infatti, che i pittori dipingessero numerose versioni di alcuni loro quadri, vuoi perché diversi committenti ne desideravano una copia, vuoi perché erano gli autori stessi a voler affrontare nuovamente un certo tema o una sua particolare rappresentazione. Per citare soltanto due casi famosi, si possono fare i nomi di Arnold Böcklin e Edvard Munch. Il primo realizzò ben cinque versioni del suo dipinto più noto, L’isola dei morti; il secondo dipinse numerose versioni di molte delle sue opere. Vi sono versioni alternative de L’urlo, anche con tecniche diverse dalla pittura, per non parlare del quadro La bambina malata, ridipinto da Munch ossessivamente in tante versioni nel corso del tempo. 

Tutto questo discorso per dire che, in effetti, anche lo scrittore torna sul luogo del delitto, a volte, e per sottolineare come ciò non sia da intendersi come mancanza di fantasia, ma come scelta deliberata, i cui motivi possono essere vari.

Ecco, quindi, una storia un po’ particolare, scritta quasi in apnea nel giro di una sola settimana verso la fine dello scorso anno. Delirium – Cronaca di un’ossessione è il mio quarto libro, disponibile da oggi. Rappresenta un testo con il quale torno, per così dire, sul luogo del delitto. Ci torno volutamente, perché si tratta di un luogo che mi sta a cuore. Delirium è una storia riguardante un’ossessione d’amore, come il titolo fa chiaramente presagire. Chi avesse letto i miei libri precedenti, sa certamente quanto questo tema sia importante nelle mie storie. I lettori che hanno letto il mio primo romanzo, La Morte attende tranquilla, e la raccolta di racconti La donna che attendeva il crepuscolo, noteranno alcuni elementi familiari in questo mio quarto libro. Come ho accennato prima, non si tratta di mancanza di fantasia, ma di una scelta deliberata, con lo scopo di affrontare ancora una volta il tema dell’ossessione d’amore. E, ancora una volta, sottolineo (come ho già fatto in passato) che non sto parlando di un’ossessione che sfocia in violenza. Nelle mie storie non c’è mai questo tipo di epilogo, proprio per indirizzare il lettore a notare quanto distorto sia il modo di trattare il tema ‘ossessione’ quando esso appare nei media, oppure quando esso compare (in casi rarissimi) nelle nostre conversazioni quotidiane.

Ecco la trama del libro, dunque, per far capire di cosa parliamo.

Da molto tempo Luca ama Anna di un amore totale e incondizionato, sebbene lei non ricambi. Negli ultimi nove anni lei si è sempre rifiutata di rivolgergli la parola, nonostante le cose non siano sempre state in questo modo, tra loro.

Così, in una calda e tranquilla giornata di fine estate, Luca rientra a casa come ogni giorno. L’amico Andrea lo raggiunge subito dopo, portandogli una notizia che cambierà per sempre la vita di Luca.
Egli, infatti, si troverà improvvisamente avviluppato come e più di prima dall’ossessione per Anna. Luca sarà costretto ad ingaggiare una lotta senza esclusione di colpi contro se stesso, per affrontare una volta per tutte i suoi sentimenti e tentare di uscire dal gorgo di emozioni nel quale è sprofondato da troppo tempo. Non sarà una battaglia facile, ma Luca si accorgerà presto di essere ormai arrivato alla resa dei conti con il demone che alberga nella sua mente. Una resa dei conti che, ormai, non può più essere rimandata.

Ho voluto, per una volta, collocare il racconto ai nostri giorni, a differenza di quanto avviene con i miei precedenti libri, per sottolineare ancora di più quanto la scrittura assuma il punto di vista ‘dal di dentro’, direttamente al centro della mente di Luca, il protagonista, sebbene la narrazione sia in terza persona. Si tratta di un libro in cui il numero di pagine, adatto anche a chi ha poco tempo da dedicare alla lettura, è inversamente proporzionale all’intensità della storia che racconto. Delirium rappresenta, infatti, una sorta di tour de force nella mente di Luca, il protagonista del testo.

Non ci sono molte altre parole adatte a descrivere la storia contenuta in questo libro. Tutto ciò che è necessario dire, è che il punto centrale del discorso si trova nella battaglia tra il protagonista, Luca, e la sua ossessione d’amore e cioè, in fin dei conti, la battaglia di Luca contro se stesso. Questo è il nucleo del racconto. Così come la bellezza è sempre negli occhi di chi guarda, anche l’ossessione è sempre nel cervello di chi osserva una persona, fino a rimanerne abbagliato al punto da non essere più in grado di dimenticarla. Questo libro si muove a partire da una semplice domanda: cosa può accadere quando l’amore è diretto verso la persona sbagliata? Quando questa persona è proprio una di quelle incapaci di comprendere sentimenti che vadano più in là della banalità? E quando chi prova l’amore è qualcuno che, suo malgrado, finisce con il diventare ossessionato dall’oggetto del suo amore?

Forse questo non è un libro per chi ama il romanticismo nel senso comune che si conferisce al termine, anche se Luca si rivela pieno di amore e di attenzione per l’oggetto del suo desiderio. È, forse, un libro adatto a quanti sono disposti ad assumere un punto di vista che raramente viene preso in considerazione. Un punto di vista diverso da quelli abituali e che vuole puntare l’attenzione su questioni delle quali, nella nostra quotidianità, preferiamo non parlare, anche per paura dell’effetto che potrebbero fare sulle altre persone. Luca, invece, non si nasconde. Riconosce ciò che prova, compreso il lato oscuro del suo sentimento, ma non lo rinnega. Non finge che tutto vada bene e, soprattutto, non finge di non pensare continuamente a questa donna che conosce e che, ad un certo punto, si è trasformata in una fissazione, per lui. Tutto il resto, lo scoprirà chi sarà disposto ad avventurarsi nel territorio privo di certezze di questo Delirium, un titolo che non vuole stare a significare l’assurdità dei sentimenti del protagonista ma, piuttosto, il caos che essi provocano in lui, sconvolgendo la sua vita. Sono convinto che le situazioni e i sentimenti descritti nel mio libro siano più comuni di quanto si creda. Il fatto è che chi le sperimenta, raramente è disposto ad ammetterle e a descriverle.

Ed ora vorrei fare un ultimo appunto, prima di chiudere. In questo libro, la musica ha una certa importanza. Ho voluto tentare di portare, per così dire, la musica dentro un libro. Non è una cosa facile, ma ho voluto provarci perché la musica è sempre stata una compagna costante di tutta la mia vita. In particolare, mi riferisco alla musica dei Pink Floyd. Sebbene il racconto sia concepito in modo da essere comprensibile anche senza conoscere il gruppo inglese, chi invece ha una certa confidenza con i temi affrontati da Roger Waters, il principale compositore del gruppo, troverà certamente un punto di interesse in più. Al di là della citazione diretta che è possibile incontrare già dopo alcune pagine, i più attenti conoscitori potrebbero rilevare la presenza di alcune citazioni e riferimenti nascosti all’interno del testo. Chi fosse in grado di identificare questi rimandi, troverà ulteriori spunti e la possibilità di calarsi, attraverso una sorta di botola, in mondi alternativi a quelli del libro, ma che con esso hanno sempre un’attinenza di qualche genere.

Detto questo, quindi, buona lettura!

Al link qui sotto è possibile leggere gratuitamente le prime pagine del libro:

Delirium – Anteprima

Qui invece è accessibile la pagina del libro sul sito della Libreria Ribelle, dove è acquistabile con il 20% di sconto:

Delirium – Cronaca di un’ossessione su Libreria Ribelle web

Qui una breve video presentazione del libro:

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La donna che attendeva il crepuscolo, un nuovo libro da leggere disponibile da oggi

Una strana sensazione di urgenza mi spingeva a camminare verso la donna vestita di bianco, come se un impulso improvvisamente sorto dentro di me mi spingesse a conoscerne ad ogni costo l’identità. Avvertivo chiaramente la necessità premere sul mio cervello e trasferirsi al centro del petto, in un tumulto di strane emozioni che mi spingevano a camminare verso di lei. Mi sforzai di non lasciare spazio al dubbio che, piano piano, sentivo insinuarsi nella mente: e se lei fosse sparita prima che fossi riuscito ad avvicinarla? E se non l’avessi mai più rivista?

GABRIELE CHIAROLANZA, LA DONNA CHE ATTENDEVA IL CREPUSCOLO

Ci siamo, dunque! Per un autore c’è sempre un po’ di emozione all’uscita di un nuovo libro. Da oggi, infatti, è disponibile il mio ultimo libro, La donna che attendeva il crepuscolo, una raccolta di racconti scritti negli ultimi tre anni. Il libro è reperibile da subito sul sito di Meligrana Editore, dove tra l’altro si può avere col 15% di sconto, altri due libri gratis, spese di spedizione anch’esse gratuite e un cd, il che non è affatto poco. Nei prossimi giorni sarà acquistabile anche sui vari store online di vendita di libri e sarà ordinabile nelle migliori (ma volendo anche nelle peggiori!) librerie fisiche.

La copertina del libro La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

La donna che attendeva il crepuscolo rappresenta un viaggio nel lato oscuro dell’amore poiché spesso, sebbene in pochi lo ammettano, l’amore non è un dono scintillante ma una maledizione. Il confine tra amore e dramma, infatti, è molto difficile da tracciare nelle cinque storie che compongono questa raccolta di racconti. Non sempre, però, il risultato finale è ovvio come sembra a prima vista. Ecco, quindi, un percorso tra le forme di amore meno ovvie ma non per questo meno autentiche, narrate con stili, ambientazioni e sbocchi molto diversi tra loro.

Spendo solo una breve parola per sottolineare ancora una volta quanto sia importante, per chi può ed è interessato a dare un piccolo contributo alla cultura, dare fiducia e mostrare interesse verso autori ed editori poco noti, ma non per questo di scarso valore. Scegliete attentamente, se siete amanti della lettura, ma non disdegnate l’acquisto di libri curati dai piccoli editori e dai loro autori! Date un occhio agli estratti, se volete avere le idee più chiare, ma non limitatevi agli autori blasonati col grande marchio alle spalle, altrimenti difficilmente vedrete voci nuove farsi avanti poiché esse non hanno, solitamente, la possibilità di farsi notare dai lettori, non disponendo della visibilità dei grandi editori e non potendo permettersi di pagare agenti letterari a peso d’oro. Abbiate un po’ di fiducia, dunque, e vedrete che sarà possibile trovare anche tra gli scrittori poco noti, a volte con diverse pubblicazioni alle spalle, delle vere e proprie perle.

Concludo queste poche prime righe, dicendo che nelle prossime settimane pubblicherò gli incipit dei cinque racconti che compongono La donna che attendeva il crepuscolo con una breve presentazione per ognuno dei testi, proprio per dare un’idea di massima delle caratteristiche del libro, soprattutto a chi non si fa scoraggiare dai nomi poco noti dell’editore e dell’autore. Buona lettura, dunque, a quanti dimostreranno un interesse verso questo nuovo libro!

Qui l’incipit del primo racconto: Non omnis moriar

Qui l’incipit del secondo racconto: Macerie

Qui l’incipit del terzo racconto: 86

Qui l’incipit del quarto racconto: Bodak e la profezia nel bosco

Qui l’incipit del quinto racconto: La donna che attendeva il crepuscolo

La Libreria Ribelle, una nuova libreria dedicata agli autori emergenti

Oggi segnalo una nuova iniziativa legata al mondo dell’editoria indipendente. Per quanto ne so, si tratta di qualcosa di unico nel panorama italiano. Sto parlando di una nuova libreria, la Libreria Ribelle.

La Libreria Ribelle non è una libreria come un’altra. Ha una caratteristica specifica: vende soltanto libri pubblicati da autori che lavorano con editori indipendenti (o, nel caso di alcuni, che hanno scelto l’autopubblicazione). È, in poche parole, una libreria dedicata espressamente agli autori emergenti, cioè a quanti, non potendo contare sul solito grande marchio con fondi e disponibilità per reclamizzare i propri autori, si ritrovano in quella sorta di limbo che contraddistingue la piccola editoria indipendente. Chi pubblica con questo tipo di case editrici, infatti, spesso e volentieri si scontra con un mondo editoriale nel quale non esiste alcuno spazio per chi sta al di fuori dei soliti noti e arcinoti autori ed editori che si trovano abitualmente sugli scaffali delle librerie tradizionali. Molti lettori sono convinti di essere liberi nella loro scelta, quando acquistano un libro, ma sovente non si accorgono che sono sempre gli stessi marchi e autori a spartirsi gli scaffali, siano essi fisici o di una libreria virtuale come può essere ibs, ad esempio. La realtà è che esistono numerosi autori (con i loro editori), i quali lavorano in una zona grigia priva di visibilità, scontrandosi assai frequentemente con la diffidenza dei lettori. Sì, perché sono pochissimi i lettori disposti a fidarsi e ad acquistare un titolo pubblicato da un piccolo editore indipendente. Il risultato finale è che un autore, in queste circostanze, si ritrova quasi da solo ad affrontare una battaglia ben più grande di lui. Qualcuno, nonostante tutto, persiste; qualcun altro smette dopo aver constatato il generale disinteresse verso le opere di autori posti al di fuori del grande circuito editoriale.

La Libreria Ribelle, invece, punta proprio su questi autori posizionati ai margini, che spesso sono costretti, letteralmente, a cercarsi da soli i lettori e a dedicarsi a un mondo dove il fai da te e la solitudine sono gli unici compagni di strada. Dimenticatevi le recensioni; dimenticatevi i lettori entusiasti che si complimentano per un buon romanzo; dimenticatevi le interviste. Chi pubblica con piccoli editori indipendenti non sperimenta nulla di tutto ciò, il più delle volte. Nella maggior parte dei casi, dopo la pubblicazione di un libro, sopravviene l’oblio generale, vuoi perché si pubblicano troppi libri (tralascio qui, per carità di patria, la questione dell’autopubblicazione, che meriterebbe una trattazione a parte), vuoi perché la sfiducia verso autori ed editori poco noti vince su tutto, anche sulla qualità di tanti scrittori.

Ecco, dunque, che compare all’orizzonte una nuova realtà come la Libreria Ribelle che decide, contro tutti i pronostici e le abitudini, di puntare sugli scrittori abituati a vivere nel buio della marginalità del mercato editoriale. La Libreria Ribelle avrebbe dovuto consistere di un negozio fisico, nella cittadina veneta di Noale, e di uno store online. Al momento la libreria fisica è stata congelata, per così dire, in attesa che in futuro la situazione relativa alla pandemia di coronavirus si stabilizzi. Avrebbe avuto poco senso, ora come ora, aprire un negozio fisico in queste condizioni e con le presentazioni praticamente impossibili da realizzare. È stato, invece, appena lanciato il sito web della Libreria Ribelle, dove chiunque può già trovare ed acquistare i libri degli autori che hanno aderito all’iniziativa.

L’invito che faccio, essendo anche uno degli autori presenti, è quello di visitare il sito, innanzitutto, e farsi un giro tra gli scaffali virtuali. In secondo luogo, qualora voleste acquistare qualche titolo, vi invito a farlo direttamente tramite la Libreria Ribelle e non attraverso i link (pur presenti) ad altre piattaforme come ibs o Feltrinelli. Perché questo? Perché in questo modo sostenete in modo diretto la libreria e i suoi autori attraverso un’iniziativa che non ha, al momento, paragoni in Italia. In questo progetto sono state investite molte energie e soldi, innanzitutto da parte dello staff della libreria, ma anche da parte degli autori che vi partecipano, credendo in un progetto complesso e difficile, specie tenendo conto del disinteresse crescente col quale, in Italia, sono considerati i libri. Ecco perché, in caso qualcuno desiderasse fare un acquisto, l’invito è ad acquistare direttamente tramite la Libreria Ribelle, se possibile. Ricordo che la libreria spedisce i libri acquistati in tutta Italia.

A questo punto, non mi resta altro da fare, se non indirizzare ancora una volta chi lo desidera a dare un’occhiata al nuovo sito web della Libreria Ribelle dove, tra gli altri, sono presenti anche i miei libri (l’ultimo arriverà tra qualche giorno). Ecco, quindi, il link dal quale accedere al sito della libreria e la pagina relativa ai miei libri:

Sito web della Libreria Ribelle

Gabriele Chiarolanza sulla Libreria Ribelle

Presentazione video di Delirium – Cronaca di un’ossessione

Due parole solo per annunciare questo breve video di presentazione del mio ultimo libro, Delirium – Cronaca di un’ossessione realizzato per il Circolo letterario Pennagramma, del quale faccio parte come autore (il video sarà online sul loro sito e sulla loro pagina Facebook nei prossimi giorni):

Parlare di malattia mentale. Perché non farlo è un’idiozia

Premessa: com’è accaduto per qualche pezzo pubblicato in passato su questo sito, anche il seguente non contiene immagini. La ragione è la medesima dei casi precedenti: la volontà di far concentrare chi legge solo e soltanto sulle parole, perché sono solamente queste ad essere importanti, nel testo seguente.


Oggi parlerò di un argomento che, come si deduce dal titolo, non è direttamente legato ai libri e alla scrittura. In effetti, però, nei miei libri si parla spesso di situazioni di dolore mentale e problemi connessi, quindi non mi allontano troppo dagli argomenti che ho trattato nel corso delle mie quattro pubblicazioni.

Inizierò col parlare di una situazione che non riguarda me personalmente, ma che credo possa tornare utile per esemplificare cosa può accadere quando l’insensibilità generale prende il sopravvento.

Come sa bene chi mi conosce, e come forse può aver intuito qualche lettore più o meno saltuario di questo sito, amo i Pink Floyd e la mancanza di remore di Roger Waters nel dire ciò che deve dire, a qualsiasi costo. Ebbene, Waters perse il padre quando era ancora piccolo, nel lontano 1944. Chi conosce i Pink Floyd lo sa benissimo, ma per chi non appartenesse a questa categoria (ma non è mai troppo tardi per recuperare) due parole sono necessarie. Dunque, Eric Fletcher Waters muore durante le drammatiche operazioni seguite allo sbarco inglese ad Anzio, in Italia. Questo evento ha segnato tutta la vita del figlio e gli ha procurato, oltre a non pochi problemi, lo stimolo per tutti i suoi testi che straripano, spesso e volentieri, di dolore. Qual è il punto? Il punto è che c’è gente in giro che, credendo di fare una cosa intelligente, insulta Waters perché, alla sua veneranda età (ha ben superato i 70 anni), piange ancora la morte del padre, che non ha mai potuto conoscere, sfruttandola a fini commerciali.

A questo punto, trascuriamo per un momento le mille e una risposta che si possono efficacemente opporre a simili idiozie e trascuriamo pure il fatto che Waters non è certo l’unico ad aver tratto spunto dal proprio inestinguibile dolore personale per alimentare la propria arte. A proposito, qualcuno conosce un certo Edvard Munch, per caso? Uno che ha dipinto ossessivamente, decine di volte, La bambina malata raffigurante la sorella Sophie, morta ancora adolescente?

Ma arriviamo al punto che mi preme. Per evitare il diffondersi di comportamenti idioti come quello (ma è soltanto un esempio tra i molti) nei confronti del bassista dei Pink Floyd, bisogna una volta per tutte convincersi che non parlare di malattia mentale è un’idiozia pericolosa. Così come si parla del fatto che una persona, che so, soffre di tachicardia, bisogna parlare del fatto che una persona soffre, che so, di una malattia mentale. È fondamentale ficcarsi dentro la testa che il termine malattia mentale non deve creare uno stigma sociale e non è un termine dispregiativo. Io, da scrittore, conosco bene il peso e l’importanza delle parole e non lo ripeterò mai abbastanza: prestate attenzione a come parlate e a come scrivete, specie su mezzi sempre più pericolosamente diffusi come Facebook e Twitter, dove l’irriflessività generale sembra costituire una sorta di opzione gratuita sempre presente. Le parole pesano, a volte anche più di una coltellata e, una volta che le avete pronunciate, non è facile come credete ritrattarle.

Per dare il buon esempio (e anche perché credo che, forse, a qualcuno possa essere utile sentirlo) parlerò brevemente della mia esperienza personale.

Recentemente, dopo un lungo (troppo lungo, forse) tempo di incomprensioni, sofferenza e autodistruzione, ho scoperto di soffrire di una malattia mentale che si è mangiata quasi dieci anni della mia vita, senza contare tutte le difficoltà che mi ha creato prima di questo periodo. Lo sospettavo da tempo, ma la certezza è arrivata solo di recente, insieme a una serie di benefici che mi stanno facendo finalmente sentire molto meglio.

Ho sperimentato un dolore inestinguibile, giorno e notte, la depressione, l’ansia e, per non farmi mancare nulla, pensieri ossessivi. Sono andato vicinissimo al suicidio. Questo non per fare uno sciagurato elenco di disgrazie, ma per sottolineare che, quando affronto l’argomento del dolore mentale, so di cosa parlo. Ho incontrato incomprensioni gravi con alcune persone, (alcune per colpa mia, altre per responsabilità d’altri) che hanno ingigantito molto la mia sofferenza e peggiorato gli effetti della mia malattia mentale. Ma ho seguitato, seppure a scatti e in modo non sempre lineare, a non chiudere del tutto la porta al dialogo. Ho tentato, a volte con una sola persona rimasta ad ascoltare, di non chiudere del tutto il muro intorno a me (un muro simile a quello che Pink, il protagonista di The Wall, costruisce inesorabilmente intorno a sé). Ho seguitato a pormi domande e a fare ricerche, finché non ho incontrato, per vie certamente traverse, la malattia mentale di cui ho sofferto per così tanto tempo.

Cosa mi propongo di dire con tutto questo lungo discorso? Che bisogna smetterla di considerare in modo dispregiativo il termine malattia mentale; che bisogna preoccuparsi di come si usano le parole; che bisogna preoccuparsi di fare attenzione alle persone che si conoscono, siano essi familiari o meno, e domandarsi se possano avere qualche problema di troppo quanto a salute mentale; che, in una parola, di salute, benessere e malattia mentale si può e si deve parlare. Bisogna evitare che altri soffrano in silenzio, come del resto anch’io ho fatto a lungo, perché non trovano il coraggio di esprimere ciò che hanno in testa, nel timore di essere etichettati e giudicati nei modi più strani e dolorosi (sì, ne so qualcosa e perciò ne parlo senza reticenze). Certo, magari è utile parlarne senza dimenticare a casa un po’ di tatto e il rispetto dovuto, in generale, ad un’altra persona, ma il punto è parlarne. Fare in modo, insomma, che una persona possa dire liberamente: sì, io soffro (oppure ho sofferto) di una malattia mentale che mi ha provocato questo e quello e, se è questo il caso, ho cominciato a venirne fuori in questo e quest’altro modo.

Parlare liberamente di malattia mentale, così come si parla liberamente di una tachicardia o una tosse. Tra l’altro, ma nessuno ne parla mai, il silenzio nel quale si sentono spesso confinate le persone che soffrono di malattie mentali o comunque di condizioni neurologiche particolari, ha un elevatissimo costo sociale ed economico. Quanto costa, infatti, in termini sociali, avere una schiera di persone che smettono di socializzare, di parlare e di vivere normalmente per paura di essere giudicate pesantemente dai propri familiari o amici e di perderne la fiducia? Quanto costa, in termini economici, avere una schiera di persone che lavorano male per via della propria condizione mentale oppure che non ci riescono più, a lavorare, perché ciò che hanno in testa, semplicemente, glielo impedisce? Un costo enorme, senza parlare di quello in vite umane nei casi di suicidio. Il suicidio, lo dice il WHO (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) è una delle cause di morte quantitativamente più gravi, nel mondo. Qualche anno fa era classificata al secondo posto, in tutto il pianeta.

Dunque, so che queste mie parole rischiano di sprofondare nel vuoto e nel rumore di fondo del mondo attuale, nel quale lo spazio per la riflessione e la ponderazione sembrano in via di estinzione, ma ciò non mi vieta di provarci ugualmente. Provarci e dire: parlate di malattia mentale, parlate di benessere mentale e dolore mentale. Documentatevi e ponetevi domande, mentre con un occhio osservate con un po’ più di attenzione quel vostro familiare o amico che sembra essere oppresso da qualcosa e sembra sempre sofferente. Evitate, insomma, di fare ciò che si fa abitualmente e cioè non fare nulla per timore di non sapere quali parole dire, per timore di fare del male a qualcuno per aver tirato fuori argomenti delicati come questi. Il più delle volte si fa del male non parlando, oppure parlando senza riflettere prima di aprire bocca, in realtà.

E, se concordate con le mie parole, potete condividerle dove volete. Potrebbe essere, o forse sono io ad illudermi, un piccolo contributo ad alzare il velo su un argomento spinoso ma fondamentale da affrontare.

Giorno del Ricordo o giorno della disinformazione e della distorsione della storia?

Nota bene: questo pezzo si presenta volutamente senza immagini, perché l’importante sono le parole. Inoltre, come spiegherò più sotto, non esiste in concreto una documentazione fotografica delle cosiddette foibe. Esiste, invece, una documentazione (sia fotografica, sia scritta) dei numerosissimi crimini italiani in Jugoslavia tra il 1941 e il 1943.


Premessa: questo testo ha un obiettivo molto semplice, cioè fornire un quadro riassuntivo che consenta di iniziare a farsi un’idea di cos’è il Giorno del Ricordo e di come esso viene inserito in un racconto nazionalista e sostanzialmente fascista da parte della politica italiana (tutta, senza distinzione di partito), nonché da parte di molte associazioni dedite alla disinformazione e alla distorsione di fatti storici ormai acclarati, sebbene non noti (nella maggior parte dei casi) al grande pubblico.

Il testo si divide in tre parti:

  1. La storia pura e semplice, per rispondere alla domanda: cos’è accaduto durante l’occupazione italiana della Jugoslavia negli anni tra il 1941 e il 1943? E cos’è accaduto dopo, fino alla fine della guerra? Sono domande necessarie, se si vuole comprendere in quale quadro è nata la narrazione sulle cosiddette foibe che ha prodotto il Giorno del Ricordo. La storia va ricordata tutta, non solo le parti che fanno comodo ad un certo tipo di narrazione. Raccontiamola, dunque, questa storia. Diverrà chiaro, allora, in che modo sia nato il Giorno del Ricordo e quale substrato di cultura fascista si porti appresso.
  2. Qualche domanda (con un’esortazione agli insegnanti), perché le domande sono sempre fondamentali al fine di stimolare ulteriori riflessioni e portare l’attenzione dove di solito non va. Ecco, quindi, alcuni interrogativi, a volte corredati di breve risposta e a volte no, per chiarire meglio una serie di importanti questioni sul 10 febbraio.
  3. Le fonti, che rappresentano il nemico giurato di ogni narrazione di stampo fascista. Non è un caso, infatti, se chi sostiene la narrazione delle cosiddette foibe non fornisce mai uno straccio di fonte che resista per più di due secondi ad un vaglio critico. In questo terzo punto, dunque, vengono fornite alcune fonti per iniziare ad approfondire la questione e destinate ai volonterosi che non si accontentano di poche parole. Usatele! Contrariamente a quanto, ormai, la cultura dominante vuol farvi credere, le fonti non fanno male alla salute, anzi.

Primo punto, la storia pura e semplice: sarò piuttosto breve, e non perché l’argomento non richieda approfondimento. Lo sarò perché chi desidera approfondire troverà più sotto tutti gli strumenti per procurarsi le nozioni di cui ha bisogno, a qualsiasi livello. Lo sarò anche perché, se approfondissi, non basterebbe un libro per risultare esauriente. Mi limiterò, dunque, ad alcuni cenni fondamentali, adatti a stimolare domande e a iniziare, spero, un percorso di maggior conoscenza della storia italiana (insegnanti, dove siete?)

Nel 1941, in aprile, la Germania nazista di Hitler e l’Italia fascista di Mussolini invadono la Jugoslavia. Germania nazista e Italia fascista sono alleate di ferro, sebbene l’Italia abbia una posizione un po’ subalterna. Nonostante la piena comunanza di obiettivi, è Hitler ad avere più potere. Il ruolo dell’Italia fascista, ad ogni buon conto, sarà tutt’altro che marginale in questa storia.

Invasione, dunque. Hitler usa la scusa di voler unire di nuovo al Reich i territori slavi facenti parte, poco più di un ventennio prima, all’Impero d’Austria-Ungheria; Mussolini usa quella di volersi prendere ciò che appartiene di diritto all’Italia fin dalla fine della Grande Guerra, ovvero l’Istria e la Dalmazia. Come si sa, alla conferenza di pace di Parigi, nel 1919, francesi, inglesi e americani (brutti e cattivi), non hanno rispettato i patti, consegnando all’Italia una pessima vittoria mutilata, come l’ha definita D’Annunzio. Uno che, dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella propaganda governativa per l’entrata in guerra nel 1915, si troverà perfettamente a suo agio nel clima fascista del dopoguerra.

Dunque, la Wehrmacht e il Regio Esercito invadono la Jugoslavia la quale, debole sotto tutti i possibili punti di vista, non può opporre nessuna difesa e collassa quasi immediatamente. Hitler stabilisce quali saranno le zone di competenza dei due membri dell’Asse: ai nazisti le parti più ricche della Jugoslavia, ai fascisti quelle più povere.

Concentriamoci ora, per un momento, su ciò che gli italiani fanno tra il 1941 e il 1943 in terra slava. Anche qui riassumerò, per evidenti ragioni di spazio. L’Italia fascista ha un piano molto semplice: la pulizia etnica antislava. Si tratta, con qualsiasi mezzo, di far sparire la popolazione che abita quei territori, per far posto a coloni italiani fatti arrivare apposta per prenderne il posto. Allo scopo di mandare via tutte quelle persone dalle loro case e dai loro campi, gli italiani dispiegano un armamentario fatto di arresti arbitrari, deportazioni, campi di concentramento (sì, campi di concentramento italianissimi, sia in Jugoslavia, sia in Italia), esecuzioni sommarie e via dicendo. Inoltre, gli italiani attueranno un programma di italianizzazione forzata, con pene severissime per i trasgressori, per convincere chi rimane ad essere fedele all’Italia.

Gli slavi, nonostante il loro stato creato all’indomani della fine della Grande Guerra sia collassato in un batter d’occhio, non ci stanno. Organizzano fin da subito un movimento di resistenza armata contro i nazisti e i fascisti. Quello che diventerà il Fronte di Liberazione della Jugoslavia, infatti, costituirà una vera e propria spina nel fianco sia per Hitler, sia per Mussolini. Nessuno dei due, infatti, riuscirà a sconfiggerlo. I nazisti e i fascisti tentano di tutto, ma non c’è niente da fare. Nonostante l’omicidio degli abitanti di interi villaggi, commesso per il solo fatto che al loro interno abitava qualche parente di uomini impegnati nella resistenza antifascista; nonostante l’incendio di paesi interi (con o senza abitanti all’interno non faceva differenza, per gli italiani); nonostante la deportazione nei campi di concentramento; nonostante i fascisti (come del resto i loro colleghi nazisti) disponessero di uomini e mezzi ben superiori; insomma, nonostante tutto questo, la resistenza slava non sarà sconfitta.

Si giunge, così, nel 1943, alla caduta del fascismo e all’armistizio dell’8 settembre. I fascisti sono in fuga, ormai. Cercano in tutti i modi di salvarsi, rientrando in Italia. Non disponendo più della copertura politica del potere fascista e di quella pratica del Regio Esercito, temono che gli slavi, dopo più di due anni trascorsi a subire una politica genocidaria di pulizia etnica, vogliano fargli la pelle. D’altronde, gli slavi morti o scomparsi nel nulla tra il 1941 e il 1943 sono decine di migliaia. È in questo clima che si inizia a parlare di foibe. Sarebbero quelle nelle quali vengono gettati in numeri mirabolanti gli italiani ai quali gli slavi danno la caccia. Ciò che, più prosaicamente, come molti storici non hanno mancato di mettere in evidenza, avviene, è questo: si scatena l’inevitabile desiderio di resa dei conti da parte degli slavi nei confronti degli ormai ex padroni fascisti. Dopo violenze inenarrabili, come già abbiamo visto, i motivi di rivalsa sono numerosi e, purtroppo, fisiologicamente inevitabili in una situazione di guerra, soprattutto se si tratta di una guerra compiuta contro i civili, come quella dei nazisti e dei fascisti contro i civili slavi. Purtroppo per i tifosi del Giorno del Ricordo, non ci sono le cataste di cadaveri dei quali ogni 10 febbraio vanno fantasticando. C’è, invece, il dramma di una guerra civile, mentre i fascisti cercano di riparare in Italia mescolandosi alla gente comune e abbandonando le camicie nere che indossavano con tanta arroganza fino al giorno prima.

L’odissea della Jugoslavia, logicamente, non finisce qui perché i nazisti prendono subito possesso delle zone sotto il controllo italiano e lo mantengono fino alla fine della guerra, nel 1945. È allora, quando la Wehrmacht è ormai un esercito sconfitto in ritirata ridotto ormai a un sottile schermo di protezione dietro il quale si barricano le SS, che il Fronte di Liberazione Jugoslavo decide di dirigersi verso Trieste. L’obiettivo è, ovviamente, quello di liberare per primi la città per poi farla entrare a far parte della nuova nazione jugoslava uscita vincente dalla guerra. E sono proprio gli slavi, infatti, a liberare Trieste. Gli inglesi, con i neozelandesi e gli americani al traino, arriveranno con qualche giorno di ritardo. Ci saranno circa quaranta giorni di amministrazione slava, a Trieste, prima che essa venga affidata agli anglo-americani (tralascerò qui, per brevità, il caos del Territorio Libero di Trieste, fino alla restituzione della città all’Italia nel 1954). Durante questo periodo e durante l’avanzata del Fronte di Liberazione Jugoslavo verso Trieste, si sarebbero verificati ulteriori episodi di infoibamento di italiani ad opera dei cattivi slavi, secondo i cantori del Giorno del Ricordo. Anche in questo caso, la realtà è più prosaica. In assenza di un progetto di sterminio degli italiani ad opera dei comunisti cattivi jugoslavi (come favoleggia la fascisteria che tiene tanto al Giorno del Ricordo), si verifica una situazione, ancora una volta, da resa dei conti tra jugoslavi che avanzano e italiani che si nascondono per timore di ritorsioni per quanto hanno commesso durante l’occupazione del 1941-43. Il Fronte di Liberazione Jugoslavo tenterà di mantenere sotto controllo la situazione, ovviamente con esiti alterni, ma sono noti interventi diretti di capi partigiani slavi per bloccare sul nascere le violenze o per portare davanti ai tribunali slavi i colpevoli di atti criminali. Va ricordato, per l’ennesima volta, come il bersaglio generale degli slavi, quando danno la caccia agli italiani, siano i fascisti e non i civili. Va anche ricordato, ancora e per l’ennesima volta, che questi episodi non hanno mai avuto la consistenza numerica del genocidio di cui si riempie la bocca il fascistume assortito che ogni 10 febbraio esce dalla cloaca.

Secondo punto, qualche domanda: quanti conoscono i crimini dell’Italia fascista in Jugoslavia, che sono molti di più di quelli sommariamente indicati qui sopra? Quanti sanno che fu Mussolini a tentare di istituire per primo, già nel 1944, una giornata del ricordo per i caduti fascisti dopo il settembre del 1943? Quanti conoscono la storia del cosiddetto confine orientale italiano, almeno dalla Grande Guerra in avanti, perché è da lì che bisogna cominciare, se si vuole capire qualcosa? Quanti conoscono il nome di Roberto Menia, parlamentare di Alleanza Nazionale e grande fascista, nonché amico di Gianfranco Fini? È lui il relatore della legge che ha istituito la Giornata del Ricordo. Quanti sanno che il 10 febbraio del 1947 è il giorno della ratifica del Trattato di pace tra Italia e Jugoslavia per segnare la fine della Seconda Guerra Mondiale? Che senso ha trasformare una giornata in cui si dovrebbe, semmai, celebrare la fine di una guerra, in un giorno di lutto? Se lo sono chiesto anche in diversi paesi europei, di fronte all’obbrobrio italiano di questa sorta di ‘celebrazione’ a rovescio. Nessuno ha notato, di recente, come Salvini da ministro dell’Interno abbia tranquillamente equiparato le foibe ad Auschwitz? Davvero non l’avete notato? D’altronde è questo il vero scopo, nascosto, del Giorno del Ricordo: trasformare i criminali fascisti del 1941-43 in vittime dei sanguinari comunisti slavi, per riabilitarli definitivamente in nome di quell’abominio della cosiddetta memoria condivisa, che tanto piace ai politici italiani. Avete notato come, lungo tutto l’arco parlamentare, sia ogni volta un profluvio di disinformazione in cui si sparano numeri a casaccio (cinquantamila vittime, poi centomila, duecentomila, un milione…) e si nominano foibe che poi, nella realtà, non si trovano mai? Sapete come, ad esempio, durante la presidenza di Napolitano ci sia stato un florilegio di medaglie ad ex fascisti per onorare gli eroi del Giorno del Ricordo?

Infine, prima di chiudere con qualche fonte per i volonterosi (lo studio non è mai privo di fatica; ecco perché il fascistume ha sempre tanto successo, perché propone nozioni facili, senza verifiche e a poco prezzo), mi si permetta una domanda: insegnanti, dove siete finiti? Documentatevi e seppellite sotto una mole di dati, fatti e studi storici chiunque voglia propinarvi la storiella del genocidio contro gli italiani fatto dai cattivi slavi. Non fatevi fregare dal collega (o da chi per esso) che vi porta una dispensa ciclostilata curata perlopiù dall’ANVGD, una associazione che ha sempre fatto, purtroppo, la parte del leone nel diffondere disinformazione e falsità. Dispense dove non ci sono mai fonti o, se ci sono, provengono dal campo filofascista e foto clamorosamente taroccate. Inoltre, se vi viene qualche dubbio, un’ultima domanda: lo sapete quale possente infrastruttura amministrativa sia necessaria per organizzare un genocidio? Avete presente di cosa hanno avuto bisogno i nazisti, ma anche i fascisti, per realizzarlo?

Per chi abita nel nord est come me, c’era un campo di concentramento per civili deportati dalla Jugoslavia, attivo tra il 1942 e il 1943, proprio a pochissimi chilometri da Treviso. Di questo campo si conosce l’esatta ubicazione, ma quasi nessuno lo conosce. Iniziate da lì, anziché dalle mirabolanti foibe che non si sa mai dove si trovino (e attenti alla foiba taroccata di Basovizza). Insomma, insegnanti, se non fate un po’ di informazione documentata voi, chi la deve fare?

Terzo (e ultimo) punto, le fonti: proprio per non fare come quelli che ti mettono nelle mani dei foglietti privi di fonti e riferimenti, indicherò qui qualche elemento che può, spero, essere di stimolo a quanti avranno il desiderio di approfondire. Non prendetelo come qualcosa di esauriente e completo, ma soltanto come un punto d’inizio e fate sempre attenzione a chi sono gli autori di libri e articoli che potreste trovare lungo il vostro cammino. Informatevi, verificate chi dice la verità e chi no. Tutto sommato, individuare gli storici o gli scrittori affidabili non è così difficile, se si mantiene attivo il senso critico.

Eccoci, dunque. Questo è un link che propongo sempre, ogni anno. Contiene numerosi articoli, tutti scritti da storici esperti e in gamba. Richiede tempo e attenzione, ma è di grande livello e può essere usato a seconda di quanto si desidera andare a fondo:

La storia intorno alle foibe – Nicoletta Bourbaki – Internazionale

Qui, invece, un video di cui è protagonista lo storico Galliano Fogar. A partire dal minuto 3.19, Galliano Fogar, storico serio e preparato, tra gli animatori dell’Istituto Regionale del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, in circa 5 minuti asfalta letteralmente la storia fantascientifica del progetto di genocidio anti italiano ad opera degli slavi tanto cara alla narrazione dominante del giorno del ricordo. Inoltre demolisce anche la fantsmagoria di numeri che ogni anno accompagna questa storia delle foibe.

Due libri: Fenomenologia di un martirologio mediatico di Federico Tenca Montini. Con una scrittura sempre chiara, Montini illustra prima la storia dell’occupazione fascionazista della Jugoslavia e poi quella dell’istituzione del Giorno del Ricordo.

Di là del muro di Francesca Meneghetti. Si tratta di un corposo volume che analizza la storia del campo di concentramento fascista attivo tra il 1942 e il 1943 a Monigo, alle porte di Treviso. Al suo interno trovarono la morte molti civili deportati dalla Jugoslavia, che furono lasciati a morire di fame e di freddo dentro le sue mura. Bambini e neonati compresi.

Infine, un link che è ormai una sorta di evergreen. Lo storico Piero Purini analizza i (molti) falsi fotografici sulle foibe: fotografie che dicono di mostrare i crimini dei comunisti jugoslavi a danno degli italiani, mentre invece mostrano crimini italiani contro civili jugoslavi durante l’occupazione del 1941-43. Ogni anno queste foto fanno il giro di molti giornali e siti internet in occasione del 10 febbraio.

Il Giorno del Ricordo e i falsi fotografici sulle foibe (wumingfoundation.com)

Giornata della Memoria, ma per ricordare cosa? L’importanza di porsi delle domande

Premessa: questo pezzo, volutamente non contiene immagini. La scelta è motivata da una semplice ragione. Per una volta, concentriamoci sulle parole e non su ciò che colpisce più facilmente gli occhi.


Lo ammetto subito. Non sono mai stato un amante delle giornate intitolate a ricordare qualcosa. Ci sono troppe giornate e troppe persone che si lavano la coscienza grazie al fatto di aver ‘ricordato’ qualcosa in una certa data del calendario. A cosa servono, dunque, le giornate come quella della Memoria istituita il 27 gennaio?

Dovrebbero servire a ricordare, a tenere attiva la memoria. In realtà, è vero tutto ciò? O non è, più che altro, maquillage? Forse sarò controcorrente, non lo so, ma ho sempre di più l’impressione che la Giornata della Memoria sia solo un vuoto esercizio retorico per lavarsi la coscienza e versare la lacrimuccia d’ordinanza sul destino delle vittime dello sterminio nazista. Non riesco a liberarmi dalla sensazione che si ricordi solo ciò che fa comodo ricordare, tralasciando tutto il resto.

Ci si limita sempre di più a sottolineare quanto i tedeschi fossero cattivi, condividendo magari la classica immagine del binario ferroviario all’ingresso del campo di Auschwitz come inderogabile corollario, ma ci si guarda bene dall’approfondire la questione.

Vorrei, dunque, buttare lì qualche domanda alla quale in uno spazio come questo non sarà possibile dare risposta. A volte, però, l’importante è iniziare a farsele, le domande, soprattutto in tema di sterminio nazista e argomenti correlati, perché la memoria non deve essere selettiva. La memoria deve mantenere in vita tutto ciò che può aiutare a chiarire una questione, anche quando si tratta di argomenti scomodi.

Siamo italiani. Perché nessuno ricorda (o, se lo fa, non lo fa con la dovuta insistenza) quanto l’Italia fascista abbia collaborato attivamente allo sterminio e alla persecuzione degli ebrei? Perché nessuno si sforza di ricordare fino in fondo le leggi razziali italiane? Perché nessuno si sforza di elencare le nefandezze di Mussolini e dei suoi collaboratori? Perché, insomma, il ruolo degli italiani non viene mai ricordato, come se esistessero solo i nazisti? Ci si concentra su Primo Levi (quando fa comodo e senza contestualizzarlo in modo corretto, di solito), ma chi fu ad arrestare Levi nel 1943? E ancora: come mai nessuno ricorda mai che il delatore grazie al quale fu tratto in arresto era italianissimo? E perché, per una volta non si cominciano a leggere gli altri testi di Levi, come ad esempio Il sistema periodico, per citarne uno più accessibile di Se questo è un uomo?

Vogliamo poi parlare della ‘celebrazione’ del Giorno della Memoria in un paese come il nostro, in cui non si sono mai fatti i conti col fascismo, con i risultati che sono sotto gli occhi di chiunque non abbia spento completamente il cervello? Si può fare un Giorno della Memoria in una nazione che non conosce nemmeno l’esistenza dei campi di concentramento fascisti (italiani, dunque, non dei nazisti)? Qualcuno ha mai sentito parlare del campo di Monigo, dove tanti civili hanno trovato la morte tra il 1942 e il 1943? Si trova alle porte di Treviso, chi abita nel nord est come me dovrebbe conoscerlo, ma non è così. Oppure il campo impiantato in terra jugoslava, nell’isola di Arbe/Rab dove migliaia di uomini, donne e bambini furono tenuti in tende fatiscenti in pieno inverno, senza medicine né cibo, provocandone perlopiù la morte. Perché nessuno lo ricorda, sottolineando che era un campo italiano e non nazista?

Giorno della Memoria, ma a corrente alternata. L’elenco sarebbe pressoché infinito, ma qualcosa va pur detto. I crimini italiani, fascisti, in Jugoslavia, ad esempio. Perché nessuno ricorda l’invasione (senza dichiarazione di guerra) della Jugoslavia, nel 1941, dell’esercito italiano al fianco di quello nazista? Perché non si ricordano i paesi incendiati (con o senza persone dentro, indifferentemente), le deportazioni, i processi sommari, la trasformazione di Lubiana in un lager a cielo aperto nel corso di una notte? Perché non si ricorda la pulizia etnica attuata dal Regio Esercito tra il 1941 e il 1943? Tutto ad opera degli italiani. Perché i cattivi sono sempre e solo i nazisti? Non parliamo poi del colonialismo italiano in Africa, terreno sperimentale per le leggi di segregazione razziale contro gli ebrei. Qualcuno sa che la strage di copti di Debrà Libanos è stata la più grande ad aver coinvolto dei cristiani nel XX secolo e fu messa in atto dagli italiani? Nemmeno la chiesa li ricorda più, i copti di Debrà Libanos, probabilmente perché la loro pelle era nera anziché bianca. Ma proseguiamo pure a dire che i cattivi erano solamente i nazisti.

Vogliamo parlare della Risiera di San Sabba a Trieste? E via con la stanza degli orrori nazisti. Ma a Trieste e in tutto l’Adriatisches Künstenland (la Zona Operazioni Litorale Adriatico) c’erano anche gli italiani della RSI, che si prodigarono in tutti i modi per aiutare i nazisti a dare la caccia agli ebrei e agli oppositori politici, spedendoli in Risiera (accertandosi prima di averli derubati e percossi). Perché nessuno parla del ruolo della polizia italiana di Trieste nella persecuzione e deportazione degli ebrei e degli oppositori della città che gli italiani desideravano possedere fin dalla Grande Guerra?? Perché nessuno parla dei collaborazionisti italiani (alcuni anche ebrei, purtroppo) che aiutarono le SS di Odilo Globocnik, il responsabile della polizia nazista e delle stesse SS di Trieste? Che dire, ad esempio, del ruolo svolto dal questore e dal prefetto di nomina fascista durante l’occupazione nazista di Trieste? E che dire della parzialità inquietante che ha caratterizzato lo svolgimento del processo (ovviamente intentato contro i soli nazisti) negli anni Sessanta del Novecento per perseguire i crimini messi in atto in Risiera?

Insomma, ce ne sarebbero di argomenti, compreso il fatto che ancora oggi abbiamo una politica che esalta il fascismo in continuazione, in tutto l’arco parlamentare, a partire dalla zona più destrorsa fino a quella ormai ex sinistrorsa e trasformatasi da molto tempo in una copia carbone di quella destrorsa. Ma, ovviamente, è più comodo sostenere che i cattivi sono stati sempre e solo i nazisti. Gli italiani, in fondo, erano brava gente e, se hanno partecipato in qualche modo, è stato certamente per sbaglio.

Infine, prima di chiudere, vorrei spendere due parole su Schindler’s List, il celeberrimo film di Steven Spielberg che ogni anno viene riproposto in televisione e che sembra diventato anch’esso un accessorio irrinunciabile della Giornata della Memoria insieme alla lacrima d’ordinanza. Tralasciamo quanto il riproporlo associandolo alla Giornata contribuisca a banalizzare il film. Vorrei, invece, porre qualche domanda, pur essendo consapevole di non poter fornire qui le risposte, ancora una volta. Qualcuno si è mai accorto del ruolo, più o meno previsto, che il film ha svolto nella banalizzazione di Auschwitz a cui siamo giunti? Auschwitz è diventato una specie di marchio, ormai, per indicare un sinonimo di nazismo e anche per raccattare facili successi commerciali, ad esempio con operazioni editoriali oscene nelle quali compare la parola ‘Auschwitz’ nel titolo di un libro e, allo stesso tempo, si truffano i lettori spacciando per storie vere le fantasie e le distorsioni storiche dell’autore. Nessuno si prende la briga di approfondire. Qualcuno ha osservato che Auschwitz è stato aperto nel 1940, mentre Hitler è arrivato alla carica di Cancelliere nel lontano 1933? Qualcuno si è chiesto cosa sia accaduto durante quei sette lunghi anni? Qualcuno ha osservato che, almeno all’inizio, Auschwitz non era un campo di sterminio di massa e, almeno fino al 1942, era possibile essere rilasciati dal campo? Questo non significa che Auschwitz non fosse un campo dove si moriva in grande quantità e non significa nemmeno che non fosse fin dalle origini un abominio, ma è importante conoscere i dettagli della questione. Quanti conoscono la storia dei campi nazisti, a partire dal lontano 1933, e conoscono l’uso della custodia preventiva che ne ha consentito la diffusione? I politici moderni hanno tentato e tentano di continuo di riproporla in tutte le salse possibili, perché è una misura di polizia extra legale che piace tanto a tutti i partiti politici, ad esempio.

Ma torniamo per un momento ancora al film. Spielberg ha mostrato solamente la parte di storia funzionale al suo film, com’era ovvio, ma nessuno si è preoccupato di sottolineare che la storia della Germania nazista non comincia d’un colpo, con Auschwitz, e che non ci si può limitare in nessun caso a sostenere che la parola ‘Auschwitz’ spieghi tutto.

Se proprio bisogna celebrare questa Giornata della Memoria (ma tra un paio di settimane inizierà l’inevitabile coro del: ‘Ma allora le foibe?’ che uscirà dalla cloaca), almeno facciamo lo sforzo di viverlo con un minimo di consapevolezza, magari guardando il film di Spielberg con maggiore attenzione, e indirizzandoci ad approfondire la nostra storia. Se essa continua a ripetersi, è anche perché sempre meno persone si interessano a conoscerla.

Intervista a me stesso. Tra libri, delirio e vita vissuta.

L’intervistatore entra e prende posto. Un minuto dopo entra e prende posto anche lo scrittore. Dopo un rapido scambio di battute durante il quale lo scrittore chiarisce di non poter garantire di dire sempre la verità, l’intervistatore gli domanda il perché di questa affermazione così seccante.

“È semplice” spiega lo scrittore, senza scomporsi. “Ogni volta che ho promesso di dire la verità, poi sono finito in qualche guaio perché la gente non è mai pronta ad ascoltarla, la verità. Soprattutto quando la richiede a gran voce da qualcuno.”

L’intervistatore scuote la testa, sconsolato, ma ormai non può più disdire l’intervista altrimenti per contratto non prenderà un soldo bucato. Ha inizio, così, il botta e risposta, tra qualche reciproco timore dei due presenti, l’intervistatore e lo scrittore.

Cominciamo con una domanda semplice: perché lo fai?

– Perché faccio cosa?

L’intervistatore alza gli occhi al cielo.

Come sarebbe cosa? Perché scrivi, no?

– E questa sarebbe una domanda facile?

L’intervistatore inizia a sacramentare.

Tu rispondi sempre alle domande con altre domande?

– Dipende. Solo se l’intervistatore non è abbastanza bravo e non si capisce dove vuole andare a parare.

L’intervistatore continua a sacramentare, pensando che magari sarebbe preferibile intervistare qualcun altro.

Dunque, mi vuoi dire perché scrivi o no?

– Va bene, va bene. Scrivo per combattere i miei demoni. O meglio, per combattere un demone in particolare.

Un demone?

– Esatto. Il demone mi invade il cervello e non riesco più a liberarmene. Mi avvelena l’anima e la vita fino a rendermi impossibile concentrarmi su qualsiasi cosa. Quindi va a finire che sono costretto a scrivere.

Uhm. Un demone. Puoi spiegarti meglio?

– No.

L’intervistatore riprende a sacramentare, seguito a ruota dall’intervistato.

Senti, se dobbiamo fare questa maledetta intervista devi collaborare. D’accordo? Anzi, dobbiamo collaborare tutti e due. Possiamo farlo, così da venire a capo di questa faccenda e far leggere qualcosa di sensato ai disgraziati che si imbatteranno in queste domande e risposte?

– Sì, certo. Forse se collaboriamo è meglio. Allora, come procediamo?

Il demone. Dimmi qualcosa su di lui.

– O lei.

Uhm. Sì, o lei. In effetti il demone potrebbe anche essere legato ad una donna. Dunque?

– Dunque, quando un uomo soffre in modo inspiegabile, al punto da avvertire una sorta di veleno dentro il cervello, c’è sicuramente di mezzo una donna. Lo dicono perfino i grandi scrittori.

O anche più di una donna, volendo. E poi, se lo dicono i grandi scrittori, dobbiamo fidarci.

– Uhm. Beh sì, anche più di una. Comunque i grandi scrittori dicono anche una marea di stronzate, a volte. Giusto per chiarire.

Lasciamo perdere i grandi scrittori, per ora. Nel tuo caso si tratta di una donna sola o di più d’una?

– Pensavo di rispondere: di una sola. Poi, un secondo fa circa, ho cambiato idea. Risponderò così: si tratta di una donna, ma poi se n’è tirata dietro un’altra e, come corollario, ce ne sono almeno un altro paio che hanno avuto un certo ruolo, al riguardo.

Aspetta un momento. Mi gira la testa. Una donna, ma poi se ne incrociano altre tre?!

– Sei tu che hai voluto realizzare l’intervista e sapere del demone, mica io! Comunque sì. Una donna. E un’altra a giocare i ruoli fondamentali. Lascia perdere tutto il resto, altrimenti ti gira la testa.

Quindi due donne. Meglio evitare ulteriori deviazioni, per il momento, hai ragione. Chi è la prima donna?

– No.

Cosa no?

– Non ho intenzione di dirti nome, cognome, vita morte e miracoli di lei.

Dimmi cosa puoi rivelare, allora.

– Temevo una domanda simile.

Sei tu ad aver tirato in mezzo le donne, mica io! Ora vuoi spiegarti, per favore?

– Hai ragione. Avrei dovuto saperlo. Dunque, vediamo. Lei è A., una donna conosciuta molti anni fa. Cos’altro vuoi sapere?

L’intervistatore alza gli occhi al cielo. Raramente gli è capitato un osso tanto duro, insomma qualcuno che non capisce le domande fino a questo punto. Oppure fa finta di non capirle deliberatamente.

Voglio sapere come c’entra la donna, questa A., nella faccenda del demone e della scrittura.

– È abbastanza semplice, tutto sommato. Il demone ha fatto sì che io sia precipitato in un gorgo inestricabile di sofferenza a causa sua e non sia più riuscito ad uscirne del tutto. Ho fatto molti sforzi in tutte le direzioni, ma non è stato possibile districare la matassa in modo completo e così, un bel giorno, ho deciso di cominciare a scrivere, nel tentativo di sfogarmi e buttare fuori almeno una parte del male che mi porto appresso ovunque.

E ci sei riuscito?

– A fare cosa? Ah, lascia perdere questa domanda. Dunque, a scrivere ce l’ho fatta nonostante mille dubbi e talmente pochi lettori da ritenere di scrivere solo per me stesso. A sfogarmi e a rendere più semplice il percorso alle mie cervella, ce l’ho fatta molto poco. Non è così facile rendere interessante la scrittura di uno come me, che non parla di argomenti tanto leggeri e da ombrellone. Non so se mi spiego.

Ti spieghi, sì. Vuoi dire che i tuoi libri non sono adatti ad essere letti sulla tazza del water, in scioltezza, ma richiedono una certa presenza umana e letteraria da parte di chi legge. Giusto?

– Ecco, sì. Un po’ brusca come spiegazione, per un intervistatore della tua esperienza, però sì, hai centrato la questione. I miei libri non vanno bene per il water.

Procediamo a partire da qui, dunque. Per chi sono adatti, i tuoi libri?

– Uhm. Sempre domande facili, vero? Ah va bene, andiamo oltre. Non voglio polemizzare. A chi sono adatti, vediamo: a chi ha delle turbe psichiche, probabilmente; a chi conosce qualcuno con delle turbe psichiche; a chi ama la storia, ma non quella, troppo spesso noiosa, studiata a scuola; a chi non ama le storie dove il politicamente corretto predomina su tutto; a chi ama sapere che l’autore è attento alla fluidità del testo e alla sua chiarezza (io non amo intrattenere i lettori con rebus complicati ed astrusi per capire quello che dico); a chi non sopporta le ingiustizie…

Fermiamoci un momento, per favore. Quindi nei tuoi libri si parla d’amore e anche di storia?

– Sì. Si parla d’amore perché l’amore c’entra sempre. Volenti o nolenti, non possiamo eliminarlo dal nostro orizzonte. Si parla di storia perché anche questa non possiamo cancellarla dal panorama. Se vogliamo capire come e perché viviamo in un mondo fatto proprio in questo modo, dobbiamo rifarci alla storia e saperla rendere viva. La storia può essere molto interessante, a patto di ricordarci che è piena di vita. Non stiamo parlando di un ferrovecchio da relegare in un angolo, in attesa di tempi migliori.

Come si fa spesso a scuola, insomma.

– Un momento. Non vorrei sembrare quello che spara a zero sulla scuola. Mia moglie è insegnante e ho conosciuto io stesso diversi insegnanti, nel corso del tempo. La scuola è l’istituzione più importante che ci è rimasta, anche se ormai l’unico impegno della società civile è quello di distruggerla. È un’idiozia, un po’ come segare l’albero sul quale si sta seduti. Come cittadino e come scrittore, la scuola è sempre uno dei miei primi pensieri. Senza una scuola funzionante, siamo condannati all’estinzione in breve tempo. È esattamente la direzione che il mondo sta prendendo. Quindi, tornando alla domanda, sì è vero: la scuola troppo spesso riesce a rovinare l’insegnamento della storia. Anche la mia esperienza da studente è stata analoga, ma bisogna ricordare che fare diversamente non è facile e anche chi la insegna ha ricevuto la stessa formazione dei suoi studenti. Bisogna, però, fare un passo più in là e provare a fare qualcosa di diverso. Credo che questo sia fondamentale. Io con i miei libri, nel mio piccolissimo ambito privo di visibilità, ci ho provato e ci provo.

Quindi sei molto legato alla scuola.

– Come ho detto, per me è un’istituzione fondamentale. So che è utopia per uno scrittore che non è nessuno, ma mi piacerebbe un giorno che i miei libri fossero letti nelle scuole, magari generando un dialogo tendente ad andare al di là dell’ovvio che banalizza il mondo ogni giorno. Sono lieto anche quando scopro che qualche insegnante ha letto un mio libro ma, come ho detto, qui siamo nell’ambito dell’utopia. Io non ho un supporto particolare alle spalle che mi consenta di far conoscere a molte persone i miei libri e quindi mi devo accontentare di un numero ridottissimo di lettori. Non posso arrivare oltre, ecco, anche se mi piacerebbe molto.

Cos’altro ti piacerebbe, in relazione ai tuoi libri?

– Che avessero dei lettori, ovviamente. Ma, come spiegavo prima, proprio questa è la parte irraggiungibile per chi opera nel mondo della piccola editoria. Sarei lieto di sapere se quello che scrivo è apprezzato oppure no, ma la realtà è che solo una o due persone al massimo mi danno una loro impressione. In effetti, io non ho idea se ciò che scrivo è apprezzato oppure no. Scrivo prevalentemente per me stesso. Mi tengo la grande soddisfazione di aver potuto pubblicare dei libri ben curati e scritti con l’anima, ma l’incontro tra questi testi e il mondo esterno per me è avvolto nel buio. Nessuno viene a dirti se gli è piaciuto o no il tuo libro, se non sei un autore con la fortuna di avere un editore bello grosso.

E l’amore? Cosa pensi dell’amore, visto che ne hai scritto nei tuoi libri?

– Mi limito a dire che c’è un’idea troppo banalizzante dell’amore, nel mondo. Solo in rari casi l’amore è romanticismo e frasi mielose. L’amore è quotidianità e già la quotidianità esclude il 98% del romanticismo, proprio perché non siamo in grado di immaginare un mondo in cui trovi posto qualcosa di nobile ed elevato. E poi l’amore può anche trasformarsi in una condanna, in certi casi. L’amore può diventare qualcosa di distruttivo, che avvelena. Nessuno, però, sembra volerne prendere atto. Nessuno vuole affrontare la complessità delle questioni, che siano relative all’amore o a qualsiasi altro argomento. Forse sarebbe ora di invertire la rotta, prima che sia troppo tardi.

Troppo tardi per cosa?

– Per evitare di schiantarsi a terra, fracassandosi tutte le ossa.

Scriverai ancora o ti fermerai?

– Non lo so. Ho due testi inediti pronti e completi, ma non so se vedranno mai la luce. In una realtà come questa nella quale, dopo che hai scritto e pubblicato un testo non ne sai più nulla, a volte ti poni il dubbio: vale la pena di insistere? Vale la pena di pubblicare libri, se poi non riesci a convincere a leggerli nemmeno le persone che conosci? Beh, non lo so. Al momento posso soltanto dire che ho altri due testi inediti chiusi nel cassetto. Vedremo.

Si possono conoscere almeno i titoli dei due testi?

– Sì, ma niente di niente riguardo alla trama. Titolo uno: La scomparsa di Luciano Engelmann. Titolo due: Delirium – Cronaca di un’ossessione

C’è qualcosa di particolare che vorresti dire a chi leggerà questa intervista?

– L’unica cosa che posso dire è: leggete! Non volete leggere i miei libri? Leggete quelli degli altri, ma leggete. E non limitatevi ai grandi editori che, come sempre, se la giocano tra di loro con pubblicità, recensioni sui giornali e librerie di loro proprietà nelle quali mettono in vendita quello che vogliono loro. Leggete anche chi una recensione non l’avrà mai, perché l’editore non ha i mezzi per mandare via copie gratuite ai giornalisti. Non abbiate paura e leggete.

Manca un’ultima questione da affrontare: l’altra donna. Prima, riguardo al demone, hai sostenuto che c’è una seconda donna. Puoi dirmi qualcosa di lei?

– Hai ragione. C’è un’altra donna, in effetti, e non è la meno importante tra le due. Lei è L. Senza di lei io non starei qui a parlare con te e non avrei scritto nessun libro. Quindi è decisamente la più importante, tra le due. Il veleno, pur esistendo e risultando pericoloso come tutti i veleni che si rispettino, non può essere l’elemento più rilevante dell’equazione. C’è, quindi, ben altro oltre al veleno, ma le cose non funzionano come nei film. In essi, il protagonista si accorge che nel mondo non c’è solo il tragico e volta pagina, come se esso non fosse mai esistito. Come se esso non avesse mai avuto un posto nella realtà. Nella vita vera, non è così. Il tragico resta, ti danneggia, ti fa male e convive con il bello. Purtroppo non lo si può eliminare, soprattutto quando è un tragico che non collabora per venirti incontro, ma anzi fa di tutto per farti stare ancora più male, perché sembra essere questo il suo unico, dannato scopo. Ciò non toglie che il bello continui ad esistere, però. E quindi lei, L., c’è sempre ed è lì col suo sorriso, nonostante magari abbia voglia di darmi una botta in testa, in quel momento. Un sorriso che illumina i suoi occhi, portando un tocco di levità e di grazia in ogni cosa.

Bene, a questo punto dichiaro chiusa l’intervista. Lo scrittore ha qualcosa da dichiarare, prima di mandarla in mondovisione?

– Sì: finalmente l’intervista è finita e l’intervistatore se ne torna da dove è venuto. Ah già, ancora una cosa: grazie a quanti hanno letto fino all’ultima riga di questo surreale botta e risposta!

Per chi non ha paura di leggere

Esistono ancora lettori, là fuori? Pare che ormai chi legge stia diventando una specie più rara dei panda in estinzione, ma per chi legge tanto e non ha intenzione di smettere, oppure per chi magari vuole riprendere a farlo dopo tanto tempo, ecco un’occasione interessante.

L’editore Meligrana offre la possibilità di avere 20 libri a 99 euro, con la spedizione gratuita. All’interno del sito, aprendo il link sotto queste righe, ci sono anche dei pacchetti da 10 o 5 libri, sempre a poco prezzo.

Chi non ha paura di affrontare nuovi mondi letterari ha, come sempre, l’occasione di sostenere la piccola editoria e i suoi autori, oltre a poter leggere tanti libri.

Ecco il link per quanti volessero approfittare dell’offerta:

https://www.meligranaeditore.com/xmas-box-2020_2820778.html

La donna che attendeva il crepuscolo, ora disponibile anche in ebook

Una breve segnalazione di poche righe, per segnalare che è uscita, seppur con un po’ di fatica, la versione digitale del mio ultimo libro, La donna che attendeva il crepuscolo.

La donna che attendeva il crepuscolo, Meligrana Editore (2020)

È reperibile su Smashwords, dove è scaricabile in tutti i formati possibili al link qui sotto (e dove è possibile trovare anche gli ebook degli altri miei libri):

https://www.smashwords.com/books/view/1056807

oppure lo si può trovare su tutti gli store online disponibili (anche qui, insieme agli altri miei libri pubblicati precedentemente).

Per una presentazione del libro e per leggere gli incipit dei racconti che lo compongono, si può andare su questa pagina.

Come sempre, questa è anche un’occasione per i pochi e temerari lettori che non hanno paura di affrontare mondi letterari nuovi, per sostenere un autore poco noto e il suo oscuro lavoro!

Per la scuola, gli insegnanti, i libri: per un mondo nuovo

Volete un mondo migliore? Allora fate vivere i vostri bambini in mezzo ai libri. Ma non limitatevi a questo. Sostenete la scuola, sostenete gli insegnanti che la tengono viva. Non siate come i tanti, troppi, che rimproverano sempre. ‘La maestra avrebbe dovuto sorvegliare meglio’; ‘l’insegnante avrebbe dovuto spiegare in questo o in quest’altro modo’, ‘i lavoratori della scuola hanno troppe ferie e non fanno nulla’ ecc ecc.

Queste sono solamente alcune delle frasi che sempre più spesso si sentono rivolgere gli insegnanti. Parlo per esperienza diretta: mia moglie è un’insegnante di scuola primaria e, d’altronde, nella mia vita ho conosciuto diverse maestre e maestri. Conosco abbastanza da vicino la situazione da sapere in quale modo incivile la scuola viene considerata a livello politico e, spesso (troppo spesso, devo dire), da molte persone comuni.

Invece, la scuola e i libri sono l’unico binomio possibile per creare un mondo migliore. Senza la lettura e senza i libri i vostri bambini cresceranno senza l’abitudine a ragionare con la propria testa; senza il pallino di porsi delle domande su ciò che vedono, sentono e leggono; senza la consuetudine ad affrontare le cose in modo meno banale e appiattito di quanto tenda ad avvenire nella vita quotidiana. Senza i libri, i vostri bambini cresceranno come tanti testoni decerebrati, con la mente atrofizzata e capace di dedicarsi unicamente ad un tifo sterile e chiassoso del ‘noi intelligenti’ contro ‘loro stolti’.

Sono i libri, e la scuola, a creare dei cittadini consapevoli i quali, sperabilmente, non si limiteranno a subire quanto il mondo propina loro per farglielo mandare giù a forza, ma si trasformeranno in forza propulsiva per immaginare prospettive nuove. Sì, la tanto vituperata scuola! Proprio quella, insieme agli altrettanto vituperati libri, potrà salvare il mondo dall’assenza di immaginazione che produce mostri, quali i molti politici degeneri con le loro orripilanti idee che trasudano intolleranza da tutte le parti. Senza immaginazione siamo tutti quanti già condannati all’oblio. E ve lo dice uno scrittore, uno che conosce il valore e il peso delle parole; uno che è consapevole, poiché lo fa ogni giorno, di quanto sia importante creare storie, mondi nuovi, personaggi inediti da raccontare. La scuola, la scrittura e la lettura non sono vuoti e sterili esercizi per perdenti. Sono, al contrario, le migliori armi, i migliori antidoti contro un mondo che sta costringendo un intero pianeta ad autodistruggersi, perché non è più in grado di immaginare realtà diverse da quelle del profitto, del capitale (sì, Marx è ancora lì, vivo e vegeto, che vi aspetta al varco con tutte le sue leggi perfettamente valide ancora oggi), della devastazione ambientale e della povertà intellettuale.

Fateli leggere, questi bambini. Appoggiate ogni iniziativa, da parte delle maestre e degli insegnanti in generale, volta a diffondere libri, cultura e immaginazione. Sostenete questi lavoratori della scuola i quali, come chiunque, non sono esenti da difetti, ma si impegnano quotidianamente nella fatica, troppo spesso simile a quella di Sisifo, di mandare avanti un sistema scolastico costantemente al collasso. Sosteneteli mentre, sottopagati e sotto organico, si dannano l’anima per far funzionare ciò che è rimasto della scuola, nell’indifferenza generale.

E poi, una volta a casa, fate sì che i bambini vivano in mezzo ai libri. D’accordo, io i libri li scrivo e forse rappresento una realtà particolare, anche da lettore, ma sono lieto che mia figlia sia nata e viva circondata dai libri. In casa nostra è sempre pieno di libri, ce ne sono dappertutto. In ogni stanza ci sono libri, spesso fuori posto, ahimè! Ma non importa, purché ci siano e mia figlia respiri libri e storie sempre nuove. Nel mezzo, magari, può essere che da grande trovi il tempo di leggere anche quelle create da me con tanta fatica, chissà. In ogni caso, sforzatevi di comprendere l’importanza della scuola e di tutto quanto ha a che fare con i libri, la lettura, la scrittura e l’allenamento dell’immaginazione. Sì, perché anche l’immaginazione va allenata e, senza i libri, essa si atrofizzerà in breve tempo.

Date, dunque, alla scuola quello che è della scuola, parafrasando il famoso detto. Date alle maestre e agli insegnanti ciò che è delle maestre e degli insegnanti. E date ai bambini ciò che è dei bambini, cioè dategli tanti libri e tante storie con cui nutrire la mente per affrontare sia i tempi luminosi, sia quelli bui. Saranno persone migliori e l’investimento ripagherà sicuramente la spesa.

Scuola e libri, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono l’unica possibile salvezza del mondo. Lo dico da papà, da lettore e anche, non da ultimo, da scrittore. Scuola e libri.