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La donna che attendeva il crepuscolo, un nuovo libro da leggere disponibile da oggi

Una strana sensazione di urgenza mi spingeva a camminare verso la donna vestita di bianco, come se un impulso improvvisamente sorto dentro di me mi spingesse a conoscerne ad ogni costo l’identità. Avvertivo chiaramente la necessità premere sul mio cervello e trasferirsi al centro del petto, in un tumulto di strane emozioni che mi spingevano a camminare verso di lei. Mi sforzai di non lasciare spazio al dubbio che, piano piano, sentivo insinuarsi nella mente: e se lei fosse sparita prima che fossi riuscito ad avvicinarla? E se non l’avessi mai più rivista?

GABRIELE CHIAROLANZA, LA DONNA CHE ATTENDEVA IL CREPUSCOLO

Ci siamo, dunque! Per un autore c’è sempre un po’ di emozione all’uscita di un nuovo libro. Da oggi, infatti, è disponibile il mio ultimo libro, La donna che attendeva il crepuscolo, una raccolta di racconti scritti negli ultimi tre anni. Il libro è reperibile da subito sul sito di Meligrana Editore, dove tra l’altro si può avere col 15% di sconto, altri due libri gratis, spese di spedizione anch’esse gratuite e un cd, il che non è affatto poco. Nei prossimi giorni sarà acquistabile anche sui vari store online di vendita di libri e sarà ordinabile nelle migliori (ma volendo anche nelle peggiori!) librerie fisiche.

La copertina del libro La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

La donna che attendeva il crepuscolo rappresenta un viaggio nel lato oscuro dell’amore poiché spesso, sebbene in pochi lo ammettano, l’amore non è un dono scintillante ma una maledizione. Il confine tra amore e dramma, infatti, è molto difficile da tracciare nelle cinque storie che compongono questa raccolta di racconti. Non sempre, però, il risultato finale è ovvio come sembra a prima vista. Ecco, quindi, un percorso tra le forme di amore meno ovvie ma non per questo meno autentiche, narrate con stili, ambientazioni e sbocchi molto diversi tra loro.

Spendo solo una breve parola per sottolineare ancora una volta quanto sia importante, per chi può ed è interessato a dare un piccolo contributo alla cultura, dare fiducia e mostrare interesse verso autori ed editori poco noti, ma non per questo di scarso valore. Scegliete attentamente, se siete amanti della lettura, ma non disdegnate l’acquisto di libri curati dai piccoli editori e dai loro autori! Date un occhio agli estratti, se volete avere le idee più chiare, ma non limitatevi agli autori blasonati col grande marchio alle spalle, altrimenti difficilmente vedrete voci nuove farsi avanti poiché esse non hanno, solitamente, la possibilità di farsi notare dai lettori, non disponendo della visibilità dei grandi editori e non potendo permettersi di pagare agenti letterari a peso d’oro. Abbiate un po’ di fiducia, dunque, e vedrete che sarà possibile trovare anche tra gli scrittori poco noti, a volte con diverse pubblicazioni alle spalle, delle vere e proprie perle.

Concludo queste poche prime righe, dicendo che nelle prossime settimane pubblicherò gli incipit dei cinque racconti che compongono La donna che attendeva il crepuscolo con una breve presentazione per ognuno dei testi, proprio per dare un’idea di massima delle caratteristiche del libro, soprattutto a chi non si fa scoraggiare dai nomi poco noti dell’editore e dell’autore. Buona lettura, dunque, a quanti dimostreranno un interesse verso questo nuovo libro!

Qui l’incipit del primo racconto: Non omnis moriar

Qui l’incipit del secondo racconto: Macerie

Qui l’incipit del terzo racconto: 86

Qui l’incipit del quarto racconto: Bodak e la profezia nel bosco

Qui l’incipit del quinto racconto: La donna che attendeva il crepuscolo

Intervista a me stesso. Tra libri, delirio e vita vissuta.

L’intervistatore entra e prende posto. Un minuto dopo entra e prende posto anche lo scrittore. Dopo un rapido scambio di battute durante il quale lo scrittore chiarisce di non poter garantire di dire sempre la verità, l’intervistatore gli domanda il perché di questa affermazione così seccante.

“È semplice” spiega lo scrittore, senza scomporsi. “Ogni volta che ho promesso di dire la verità, poi sono finito in qualche guaio perché la gente non è mai pronta ad ascoltarla, la verità. Soprattutto quando la richiede a gran voce da qualcuno.”

L’intervistatore scuote la testa, sconsolato, ma ormai non può più disdire l’intervista altrimenti per contratto non prenderà un soldo bucato. Ha inizio, così, il botta e risposta, tra qualche reciproco timore dei due presenti, l’intervistatore e lo scrittore.

Cominciamo con una domanda semplice: perché lo fai?

– Perché faccio cosa?

L’intervistatore alza gli occhi al cielo.

Come sarebbe cosa? Perché scrivi, no?

– E questa sarebbe una domanda facile?

L’intervistatore inizia a sacramentare.

Tu rispondi sempre alle domande con altre domande?

– Dipende. Solo se l’intervistatore non è abbastanza bravo e non si capisce dove vuole andare a parare.

L’intervistatore continua a sacramentare, pensando che magari sarebbe preferibile intervistare qualcun altro.

Dunque, mi vuoi dire perché scrivi o no?

– Va bene, va bene. Scrivo per combattere i miei demoni. O meglio, per combattere un demone in particolare.

Un demone?

– Esatto. Il demone mi invade il cervello e non riesco più a liberarmene. Mi avvelena l’anima e la vita fino a rendermi impossibile concentrarmi su qualsiasi cosa. Quindi va a finire che sono costretto a scrivere.

Uhm. Un demone. Puoi spiegarti meglio?

– No.

L’intervistatore riprende a sacramentare, seguito a ruota dall’intervistato.

Senti, se dobbiamo fare questa maledetta intervista devi collaborare. D’accordo? Anzi, dobbiamo collaborare tutti e due. Possiamo farlo, così da venire a capo di questa faccenda e far leggere qualcosa di sensato ai disgraziati che si imbatteranno in queste domande e risposte?

– Sì, certo. Forse se collaboriamo è meglio. Allora, come procediamo?

Il demone. Dimmi qualcosa su di lui.

– O lei.

Uhm. Sì, o lei. In effetti il demone potrebbe anche essere legato ad una donna. Dunque?

– Dunque, quando un uomo soffre in modo inspiegabile, al punto da avvertire una sorta di veleno dentro il cervello, c’è sicuramente di mezzo una donna. Lo dicono perfino i grandi scrittori.

O anche più di una donna, volendo. E poi, se lo dicono i grandi scrittori, dobbiamo fidarci.

– Uhm. Beh sì, anche più di una. Comunque i grandi scrittori dicono anche una marea di stronzate, a volte. Giusto per chiarire.

Lasciamo perdere i grandi scrittori, per ora. Nel tuo caso si tratta di una donna sola o di più d’una?

– Pensavo di rispondere: di una sola. Poi, un secondo fa circa, ho cambiato idea. Risponderò così: si tratta di una donna, ma poi se n’è tirata dietro un’altra e, come corollario, ce ne sono almeno un altro paio che hanno avuto un certo ruolo, al riguardo.

Aspetta un momento. Mi gira la testa. Una donna, ma poi se ne incrociano altre tre?!

– Sei tu che hai voluto realizzare l’intervista e sapere del demone, mica io! Comunque sì. Una donna. E un’altra a giocare i ruoli fondamentali. Lascia perdere tutto il resto, altrimenti ti gira la testa.

Quindi due donne. Meglio evitare ulteriori deviazioni, per il momento, hai ragione. Chi è la prima donna?

– No.

Cosa no?

– Non ho intenzione di dirti nome, cognome, vita morte e miracoli di lei.

Dimmi cosa puoi rivelare, allora.

– Temevo una domanda simile.

Sei tu ad aver tirato in mezzo le donne, mica io! Ora vuoi spiegarti, per favore?

– Hai ragione. Avrei dovuto saperlo. Dunque, vediamo. Lei è A., una donna conosciuta molti anni fa. Cos’altro vuoi sapere?

L’intervistatore alza gli occhi al cielo. Raramente gli è capitato un osso tanto duro, insomma qualcuno che non capisce le domande fino a questo punto. Oppure fa finta di non capirle deliberatamente.

Voglio sapere come c’entra la donna, questa A., nella faccenda del demone e della scrittura.

– È abbastanza semplice, tutto sommato. Il demone ha fatto sì che io sia precipitato in un gorgo inestricabile di sofferenza a causa sua e non sia più riuscito ad uscirne del tutto. Ho fatto molti sforzi in tutte le direzioni, ma non è stato possibile districare la matassa in modo completo e così, un bel giorno, ho deciso di cominciare a scrivere, nel tentativo di sfogarmi e buttare fuori almeno una parte del male che mi porto appresso ovunque.

E ci sei riuscito?

– A fare cosa? Ah, lascia perdere questa domanda. Dunque, a scrivere ce l’ho fatta nonostante mille dubbi e talmente pochi lettori da ritenere di scrivere solo per me stesso. A sfogarmi e a rendere più semplice il percorso alle mie cervella, ce l’ho fatta molto poco. Non è così facile rendere interessante la scrittura di uno come me, che non parla di argomenti tanto leggeri e da ombrellone. Non so se mi spiego.

Ti spieghi, sì. Vuoi dire che i tuoi libri non sono adatti ad essere letti sulla tazza del water, in scioltezza, ma richiedono una certa presenza umana e letteraria da parte di chi legge. Giusto?

– Ecco, sì. Un po’ brusca come spiegazione, per un intervistatore della tua esperienza, però sì, hai centrato la questione. I miei libri non vanno bene per il water.

Procediamo a partire da qui, dunque. Per chi sono adatti, i tuoi libri?

– Uhm. Sempre domande facili, vero? Ah va bene, andiamo oltre. Non voglio polemizzare. A chi sono adatti, vediamo: a chi ha delle turbe psichiche, probabilmente; a chi conosce qualcuno con delle turbe psichiche; a chi ama la storia, ma non quella, troppo spesso noiosa, studiata a scuola; a chi non ama le storie dove il politicamente corretto predomina su tutto; a chi ama sapere che l’autore è attento alla fluidità del testo e alla sua chiarezza (io non amo intrattenere i lettori con rebus complicati ed astrusi per capire quello che dico); a chi non sopporta le ingiustizie…

Fermiamoci un momento, per favore. Quindi nei tuoi libri si parla d’amore e anche di storia?

– Sì. Si parla d’amore perché l’amore c’entra sempre. Volenti o nolenti, non possiamo eliminarlo dal nostro orizzonte. Si parla di storia perché anche questa non possiamo cancellarla dal panorama. Se vogliamo capire come e perché viviamo in un mondo fatto proprio in questo modo, dobbiamo rifarci alla storia e saperla rendere viva. La storia può essere molto interessante, a patto di ricordarci che è piena di vita. Non stiamo parlando di un ferrovecchio da relegare in un angolo, in attesa di tempi migliori.

Come si fa spesso a scuola, insomma.

– Un momento. Non vorrei sembrare quello che spara a zero sulla scuola. Mia moglie è insegnante e ho conosciuto io stesso diversi insegnanti, nel corso del tempo. La scuola è l’istituzione più importante che ci è rimasta, anche se ormai l’unico impegno della società civile è quello di distruggerla. È un’idiozia, un po’ come segare l’albero sul quale si sta seduti. Come cittadino e come scrittore, la scuola è sempre uno dei miei primi pensieri. Senza una scuola funzionante, siamo condannati all’estinzione in breve tempo. È esattamente la direzione che il mondo sta prendendo. Quindi, tornando alla domanda, sì è vero: la scuola troppo spesso riesce a rovinare l’insegnamento della storia. Anche la mia esperienza da studente è stata analoga, ma bisogna ricordare che fare diversamente non è facile e anche chi la insegna ha ricevuto la stessa formazione dei suoi studenti. Bisogna, però, fare un passo più in là e provare a fare qualcosa di diverso. Credo che questo sia fondamentale. Io con i miei libri, nel mio piccolissimo ambito privo di visibilità, ci ho provato e ci provo.

Quindi sei molto legato alla scuola.

– Come ho detto, per me è un’istituzione fondamentale. So che è utopia per uno scrittore che non è nessuno, ma mi piacerebbe un giorno che i miei libri fossero letti nelle scuole, magari generando un dialogo tendente ad andare al di là dell’ovvio che banalizza il mondo ogni giorno. Sono lieto anche quando scopro che qualche insegnante ha letto un mio libro ma, come ho detto, qui siamo nell’ambito dell’utopia. Io non ho un supporto particolare alle spalle che mi consenta di far conoscere a molte persone i miei libri e quindi mi devo accontentare di un numero ridottissimo di lettori. Non posso arrivare oltre, ecco, anche se mi piacerebbe molto.

Cos’altro ti piacerebbe, in relazione ai tuoi libri?

– Che avessero dei lettori, ovviamente. Ma, come spiegavo prima, proprio questa è la parte irraggiungibile per chi opera nel mondo della piccola editoria. Sarei lieto di sapere se quello che scrivo è apprezzato oppure no, ma la realtà è che solo una o due persone al massimo mi danno una loro impressione. In effetti, io non ho idea se ciò che scrivo è apprezzato oppure no. Scrivo prevalentemente per me stesso. Mi tengo la grande soddisfazione di aver potuto pubblicare dei libri ben curati e scritti con l’anima, ma l’incontro tra questi testi e il mondo esterno per me è avvolto nel buio. Nessuno viene a dirti se gli è piaciuto o no il tuo libro, se non sei un autore con la fortuna di avere un editore bello grosso.

E l’amore? Cosa pensi dell’amore, visto che ne hai scritto nei tuoi libri?

– Mi limito a dire che c’è un’idea troppo banalizzante dell’amore, nel mondo. Solo in rari casi l’amore è romanticismo e frasi mielose. L’amore è quotidianità e già la quotidianità esclude il 98% del romanticismo, proprio perché non siamo in grado di immaginare un mondo in cui trovi posto qualcosa di nobile ed elevato. E poi l’amore può anche trasformarsi in una condanna, in certi casi. L’amore può diventare qualcosa di distruttivo, che avvelena. Nessuno, però, sembra volerne prendere atto. Nessuno vuole affrontare la complessità delle questioni, che siano relative all’amore o a qualsiasi altro argomento. Forse sarebbe ora di invertire la rotta, prima che sia troppo tardi.

Troppo tardi per cosa?

– Per evitare di schiantarsi a terra, fracassandosi tutte le ossa.

Scriverai ancora o ti fermerai?

– Non lo so. Ho due testi inediti pronti e completi, ma non so se vedranno mai la luce. In una realtà come questa nella quale, dopo che hai scritto e pubblicato un testo non ne sai più nulla, a volte ti poni il dubbio: vale la pena di insistere? Vale la pena di pubblicare libri, se poi non riesci a convincere a leggerli nemmeno le persone che conosci? Beh, non lo so. Al momento posso soltanto dire che ho altri due testi inediti chiusi nel cassetto. Vedremo.

Si possono conoscere almeno i titoli dei due testi?

– Sì, ma niente di niente riguardo alla trama. Titolo uno: La scomparsa di Luciano Engelmann. Titolo due: Delirium – Cronaca di un’ossessione

C’è qualcosa di particolare che vorresti dire a chi leggerà questa intervista?

– L’unica cosa che posso dire è: leggete! Non volete leggere i miei libri? Leggete quelli degli altri, ma leggete. E non limitatevi ai grandi editori che, come sempre, se la giocano tra di loro con pubblicità, recensioni sui giornali e librerie di loro proprietà nelle quali mettono in vendita quello che vogliono loro. Leggete anche chi una recensione non l’avrà mai, perché l’editore non ha i mezzi per mandare via copie gratuite ai giornalisti. Non abbiate paura e leggete.

Manca un’ultima questione da affrontare: l’altra donna. Prima, riguardo al demone, hai sostenuto che c’è una seconda donna. Puoi dirmi qualcosa di lei?

– Hai ragione. C’è un’altra donna, in effetti, e non è la meno importante tra le due. Lei è L. Senza di lei io non starei qui a parlare con te e non avrei scritto nessun libro. Quindi è decisamente la più importante, tra le due. Il veleno, pur esistendo e risultando pericoloso come tutti i veleni che si rispettino, non può essere l’elemento più rilevante dell’equazione. C’è, quindi, ben altro oltre al veleno, ma le cose non funzionano come nei film. In essi, il protagonista si accorge che nel mondo non c’è solo il tragico e volta pagina, come se esso non fosse mai esistito. Come se esso non avesse mai avuto un posto nella realtà. Nella vita vera, non è così. Il tragico resta, ti danneggia, ti fa male e convive con il bello. Purtroppo non lo si può eliminare, soprattutto quando è un tragico che non collabora per venirti incontro, ma anzi fa di tutto per farti stare ancora più male, perché sembra essere questo il suo unico, dannato scopo. Ciò non toglie che il bello continui ad esistere, però. E quindi lei, L., c’è sempre ed è lì col suo sorriso, nonostante magari abbia voglia di darmi una botta in testa, in quel momento. Un sorriso che illumina i suoi occhi, portando un tocco di levità e di grazia in ogni cosa.

Bene, a questo punto dichiaro chiusa l’intervista. Lo scrittore ha qualcosa da dichiarare, prima di mandarla in mondovisione?

– Sì: finalmente l’intervista è finita e l’intervistatore se ne torna da dove è venuto. Ah già, ancora una cosa: grazie a quanti hanno letto fino all’ultima riga di questo surreale botta e risposta!

Per chi non ha paura di leggere

Esistono ancora lettori, là fuori? Pare che ormai chi legge stia diventando una specie più rara dei panda in estinzione, ma per chi legge tanto e non ha intenzione di smettere, oppure per chi magari vuole riprendere a farlo dopo tanto tempo, ecco un’occasione interessante.

L’editore Meligrana offre la possibilità di avere 20 libri a 99 euro, con la spedizione gratuita. All’interno del sito, aprendo il link sotto queste righe, ci sono anche dei pacchetti da 10 o 5 libri, sempre a poco prezzo.

Chi non ha paura di affrontare nuovi mondi letterari ha, come sempre, l’occasione di sostenere la piccola editoria e i suoi autori, oltre a poter leggere tanti libri.

Ecco il link per quanti volessero approfittare dell’offerta:

https://www.meligranaeditore.com/xmas-box-2020_2820778.html

La donna che attendeva il crepuscolo, ora disponibile anche in ebook

Una breve segnalazione di poche righe, per segnalare che è uscita, seppur con un po’ di fatica, la versione digitale del mio ultimo libro, La donna che attendeva il crepuscolo.

La donna che attendeva il crepuscolo, Meligrana Editore (2020)

È reperibile su Smashwords, dove è scaricabile in tutti i formati possibili al link qui sotto (e dove è possibile trovare anche gli ebook degli altri miei libri):

https://www.smashwords.com/books/view/1056807

oppure lo si può trovare su tutti gli store online disponibili (anche qui, insieme agli altri miei libri pubblicati precedentemente).

Per una presentazione del libro e per leggere gli incipit dei racconti che lo compongono, si può andare su questa pagina.

Come sempre, questa è anche un’occasione per i pochi e temerari lettori che non hanno paura di affrontare mondi letterari nuovi, per sostenere un autore poco noto e il suo oscuro lavoro!

Per la scuola, gli insegnanti, i libri: per un mondo nuovo

Volete un mondo migliore? Allora fate vivere i vostri bambini in mezzo ai libri. Ma non limitatevi a questo. Sostenete la scuola, sostenete gli insegnanti che la tengono viva. Non siate come i tanti, troppi, che rimproverano sempre. ‘La maestra avrebbe dovuto sorvegliare meglio’; ‘l’insegnante avrebbe dovuto spiegare in questo o in quest’altro modo’, ‘i lavoratori della scuola hanno troppe ferie e non fanno nulla’ ecc ecc.

Queste sono solamente alcune delle frasi che sempre più spesso si sentono rivolgere gli insegnanti. Parlo per esperienza diretta: mia moglie è un’insegnante di scuola primaria e, d’altronde, nella mia vita ho conosciuto diverse maestre e maestri. Conosco abbastanza da vicino la situazione da sapere in quale modo incivile la scuola viene considerata a livello politico e, spesso (troppo spesso, devo dire), da molte persone comuni.

Invece, la scuola e i libri sono l’unico binomio possibile per creare un mondo migliore. Senza la lettura e senza i libri i vostri bambini cresceranno senza l’abitudine a ragionare con la propria testa; senza il pallino di porsi delle domande su ciò che vedono, sentono e leggono; senza la consuetudine ad affrontare le cose in modo meno banale e appiattito di quanto tenda ad avvenire nella vita quotidiana. Senza i libri, i vostri bambini cresceranno come tanti testoni decerebrati, con la mente atrofizzata e capace di dedicarsi unicamente ad un tifo sterile e chiassoso del ‘noi intelligenti’ contro ‘loro stolti’.

Sono i libri, e la scuola, a creare dei cittadini consapevoli i quali, sperabilmente, non si limiteranno a subire quanto il mondo propina loro per farglielo mandare giù a forza, ma si trasformeranno in forza propulsiva per immaginare prospettive nuove. Sì, la tanto vituperata scuola! Proprio quella, insieme agli altrettanto vituperati libri, potrà salvare il mondo dall’assenza di immaginazione che produce mostri, quali i molti politici degeneri con le loro orripilanti idee che trasudano intolleranza da tutte le parti. Senza immaginazione siamo tutti quanti già condannati all’oblio. E ve lo dice uno scrittore, uno che conosce il valore e il peso delle parole; uno che è consapevole, poiché lo fa ogni giorno, di quanto sia importante creare storie, mondi nuovi, personaggi inediti da raccontare. La scuola, la scrittura e la lettura non sono vuoti e sterili esercizi per perdenti. Sono, al contrario, le migliori armi, i migliori antidoti contro un mondo che sta costringendo un intero pianeta ad autodistruggersi, perché non è più in grado di immaginare realtà diverse da quelle del profitto, del capitale (sì, Marx è ancora lì, vivo e vegeto, che vi aspetta al varco con tutte le sue leggi perfettamente valide ancora oggi), della devastazione ambientale e della povertà intellettuale.

Fateli leggere, questi bambini. Appoggiate ogni iniziativa, da parte delle maestre e degli insegnanti in generale, volta a diffondere libri, cultura e immaginazione. Sostenete questi lavoratori della scuola i quali, come chiunque, non sono esenti da difetti, ma si impegnano quotidianamente nella fatica, troppo spesso simile a quella di Sisifo, di mandare avanti un sistema scolastico costantemente al collasso. Sosteneteli mentre, sottopagati e sotto organico, si dannano l’anima per far funzionare ciò che è rimasto della scuola, nell’indifferenza generale.

E poi, una volta a casa, fate sì che i bambini vivano in mezzo ai libri. D’accordo, io i libri li scrivo e forse rappresento una realtà particolare, anche da lettore, ma sono lieto che mia figlia sia nata e viva circondata dai libri. In casa nostra è sempre pieno di libri, ce ne sono dappertutto. In ogni stanza ci sono libri, spesso fuori posto, ahimè! Ma non importa, purché ci siano e mia figlia respiri libri e storie sempre nuove. Nel mezzo, magari, può essere che da grande trovi il tempo di leggere anche quelle create da me con tanta fatica, chissà. In ogni caso, sforzatevi di comprendere l’importanza della scuola e di tutto quanto ha a che fare con i libri, la lettura, la scrittura e l’allenamento dell’immaginazione. Sì, perché anche l’immaginazione va allenata e, senza i libri, essa si atrofizzerà in breve tempo.

Date, dunque, alla scuola quello che è della scuola, parafrasando il famoso detto. Date alle maestre e agli insegnanti ciò che è delle maestre e degli insegnanti. E date ai bambini ciò che è dei bambini, cioè dategli tanti libri e tante storie con cui nutrire la mente per affrontare sia i tempi luminosi, sia quelli bui. Saranno persone migliori e l’investimento ripagherà sicuramente la spesa.

Scuola e libri, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono l’unica possibile salvezza del mondo. Lo dico da papà, da lettore e anche, non da ultimo, da scrittore. Scuola e libri.

Quinto incipit – il racconto La donna che attendeva il crepuscolo

La figura femminle aveva un viso diafano. Nonostante ciò, la grazia dei suoi occhi e del sorriso che mi rivolse mi riempirono di emozione.

La donna che attendeva il crepuscolo

Eccoci giunti, questa settimana, all’ultimo racconto, La donna che attendeva il crepuscolo dal mio libro omonimo, e all’ultimo incipit. Questo racconto si svolge in un’epoca passata non meglio identificata. Sta al lettore collocarla con precisione, anche se io ho immaginato un contesto vagamente riferibile ai primi del Novecento.

In un’atmosfera un po’ decadente di fine estate, dunque, Elio, la voce narrante, si trova nella sua abitazione, una villa isolata e dotata di un ampio parco, nella quale risiede insieme alla sorella Esther. Una sera, mentre Elio passeggia nel parco, farà un incontro inaspettato, che cambierà per sempre la sua vita e quella di sua sorella. Elio, infatti, incontra Eleonora, la donna che attendeva il crepuscolo la quale dona il titolo all’intera raccolta di racconti.

La storia dell’incontro con questa misteriosa donna si svolge nell’arco di tre giorni, che costituiscono anche la suddivisione dei capitoli nel racconto. Durante questo breve arco di tempo, Elio apprenderà alcuni fatti ai quali stenterà a credere, inizialmente, ma che si riveleranno determinanti nello stabilire il corso di tutta la sua vita futura e la stessa cosa varrà anche per l’amata sorella Esther. Esther, infatti, nasconde da molti anni un tragico e oscuro segreto, ignorato da tutti, perfino da Elio. Pochi segreti, però, durano per sempre.

Si dipana, così, in questi tre giorni, la storia dei fratelli Elio ed Esther, fino al risolutivo finale. Ecco, dunque, l’incipit del racconto ambientato durante il primo giorno:

Primo giorno

Fu durante una serata di fine estate che la vidi per la prima volta. Nonostante ci stessimo avvicinando a grandi passi alla metà di settembre, si poteva avvertire ancora piacevolmente il tepore tardo estivo, anche quando la luce del sole calava d’intensità. La giornata era trascorsa solamente con qualche nuvola passeggera ad oscurare, per pochi minuti, uno splendido sole che scaldava le membra e non faceva presagire affatto l’arrivo dell’autunno, ormai alle porte.

La villa, immersa nella calda aria del giorno che andava spegnendosi, si trovava immersa in un boschetto i cui alberi presentavano, ormai, un colore bronzeo a segnalare l’incipiente avvicendarsi delle stagioni. Sul davanti, invece, ai lati di un lungo viale d’ingresso, sui cui lati stazionavano maestosi due filari di cipressi, si apriva un ampio prato accuratamente rasato, nel quale trovavano posto delle belle aiuole contenenti fiori dei più bei colori immaginabili, dal rosso al giallo, dall’indaco fino al viola scuro, quasi nero. Non sono mai stato un esperto di fiori e tuttora non sarei in grado di descriverne i nomi, ma posso garantire che i due giardinieri presenti svolgevano un lavoro ammirato da tutti. Lungo la parte di prato sulla sinistra del viale, poco distante dalla villa, giaceva un placido stagno in riva al quale mi ero sovente seduto a leggere i miei amati libri.

Fu proprio lì, nei pressi dello stagno, che la vidi per la prima volta, quella sera di settembre. Ero uscito dalla villa per stare un po’ da solo, mentre mia sorella parlava con la domestica, la quale ci aiutava a prenderci cura della casa. Mia sorella ed io, entrambi soli, avevamo stabilito di vivere insieme nell’antica villa di campagna della nostra famiglia, qualche anno prima. Ci volevamo bene e così avevamo trovato il modo di non abbandonare la villa e, allo stesso tempo, di prenderci cura l’uno dell’altra.

Quella sera, dunque, uscii a godermi la tiepida aria ancora estiva, nel parco. Mentre alle mie spalle la villa giaceva quasi sonnolenta, con soltanto un paio di stanze illuminate ad indicare la presenza di mia sorella e della domestica, mi avviai lungo il viale a lenti passi. Osservavo affascinato gli alti cipressi che delimitavano il viale. Essi apparivano imbevuti della delicata e rosea luce serale emessa dal sole calante e, in quell’atmosfera silenziosa, mi parvero come dei lunghissimi pennelli rivolti al cielo, anch’esso roseo sopra di me, pronti a dipingere linee celesti in attesa della comparsa delle stelle, che avrebbero fatto capolino di lì a poco.

Ferdinand Knab, Villa italiana sul mare (1887)

Mentre camminavo, assorto in tale rapimento e ammirazione, vidi con la coda dell’occhio qualcosa che attirò la mia attenzione. Fu soltanto un attimo e pensai subito d’essermi ingannato, ma l’automatismo mi portò a voltare la testa, per controllare. Con mia grande sorpresa, mi avvidi di non essermi sbagliato affatto. Un’ombra bianca la quale, osservando con più attenzione, si rivelò una figura femminile, sostava ai bordi dello stagno. La donna era ferma e si trovava di spalle rispetto a me. Indossava una veste bianca, mentre i lunghi capelli color del rame parevano quasi emettere una fioca luce intorno a lei. Non potevo nemmeno vederle le mani poiché, a quanto potevo notare, la donna le teneva giunte davanti a sé.

Ero stupefatto. Cosa ci faceva lì, sulla riva dello stagno, quella misteriosa presenza femminile? E a quell’ora, poi. Mi voltai per un attimo verso la villa, ma né mia sorella, né la domestica si fecero vedere. Evidentemente erano ancora intente a parlare all’interno della casa. In effetti erano molto amiche, e probabilmente sarebbero rimaste a parlare ancora a lungo. Quando tornai ad osservare in direzione dello stagno, per un attimo la donna in bianco sembrò scomparsa. Con un tuffo al cuore ebbi il tempo di chiedermi se per caso non mi fossi immaginato tutto, ma un momento più tardi la rividi. Si era spostata di qualche passo sulla destra, ecco perché non l’avevo individuata subito. La luce del sole si stava attenuando e, di lì a non molto, sarebbe stato quasi buio. Riflettei brevemente, e con una certa agitazione, sul da farsi. Conclusi rapidamente che non potevo certo starmene lì, fermo, senza nemmeno tentare di avvicinare la donna misteriosa.

Bodak e la profezia nel bosco – incipit del quarto racconto tratto da La donna che attendeva il crepuscolo

Prima di muovermi, però, tornai a fissare per un’ultima volta il buio niveo che regnava all’esterno del forte.

Da Bodak e la profezia nel bosco

Ecco il quarto racconto tratto dal libro La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020) uscito da qualche settimana. Bodak e la profezia nel bosco è stato scritto circa tre anni fa, poco dopo aver ultimato la stesura del mio primo romanzo, La Morte attende tranquilla e quando ancora la prospettiva di pubblicare dei libri a livello professionale era di là da venire.

Si tratta di un testo con un’ambientazione storica autentica, ma caratterizzato dalla presenza di un motivo che si potrebbe forse definire (pur non amando io le definizioni letterarie classiche) di tipo onirico-quasi-fantasy, in un certo senso. Ci troviamo, dunque, nel dicembre del 1915. La prima guerra mondiale infuria già da più di un anno in Europa e anche al di fuori. Non dimentichiamoci, ad esempio, dell’Impero ottomano che, con gli alleati tedeschi e austro-ungarici, combatte contro gli inglesi e i francesi; oppure non dimentichiamoci l’Africa, messa a ferro e fuoco in diverse sue parti e prosciugata ancora più del solito di risorse e uomini per la guerra degli europei; e non dimentichiamoci della guerra sui mari che vede anche il Giappone piuttosto attivo.

Nel mezzo di questa guerra sempre più incontrollabile Franz Bodak, un sottotenente austro-ungarico, si ritrova in servizio in quello che oggi è il Trentino ma che allora era l’estremo sud del Tirolo, laddove si trovava il confine tra Impero d’Austria-Ungheria e Regno d’Italia, dopo che nella primavera del 1915 i due alleati del giorno prima si erano trasformati in nemici acerrimi.

Bodak presta servizio in un luogo e in una condizione molto particolare, ovvero quella della cosiddetta ‘guerra dei forti’ sull’altopiano di Lavarone. Meno famoso del vicino altopiano di Asiago (che era in mano italiana), Lavarone è un altopiano ancora oggi molto bello da visitare, dove le tracce lasciate dalla Grande Guerra sono ovunque. A Lavarone, infatti, fu costruita una cintura di fortificazioni da montagna (che comprendeva anche dei forti nelle vicine zone di Folgaria e Luserna) allo scopo di difendere l’altopiano da un eventuale attacco italiano per penetrare all’interno del territorio austro-ungarico, magari tentando di arrivare fino a Vienna.

Il forte Gschwent/Belvedere, sull’altopiano di Lavarone come appare oggi.

È qui, dunque, in una di questa fortezze, precisamente il forte Gschwent/Belvedere (perfettamente conservato ancora oggi e sede di un ottimo museo) che Bodak si trova, sul finire dell’autunno del 1915 insieme al suo compagno d’armi ed amico Frederick Schenck, la voce narrante del racconto. Nel mezzo dell’ambiente di montagna completamente immerso nella neve, nel quale perfino la guerra viene sospesa per l’impossibilità di combattere dovuta alle proibitive condizioni atmosferiche, i due compagni e amici si ritroveranno a vivere una strana avventura mentre si trovano in perlustrazione fuori dal forte. Incontreranno, infatti, alcuni incredibili abitanti dei boschi che ricoprono quasi interamente l’altopiano di Lavarone e che cambieranno in modo imprevisto le loro vite. Il centro del racconto non è dunque la guerra in se stessa, ma soprattutto ciò che la circonda e, soprattutto, una particolare forma di amore ovvero quella che potremmo definire dell’amore amicale. Quale scenario si delinea quando due amici sviluppano un rapporto molto stretto e condividono un contatto ravvicinato con la morte, che in guerra è sempre in agguato dietro ad ogni angolo? Questo è il contesto nel quale il racconto Bodak e la profezia nel bosco prende avvio.

Ecco dunque, qui sotto, l’incipit del racconto:

Nei pressi del forte Gschwent – Lavarone, metà dicembre 1915

Un soldato nella neve, foto dell’Imperial War Museum di LOndra

La prima volta che vedemmo le luci, fu un paio di settimane circa prima del Natale del 1915. In quel periodo le attività belliche erano sospese. La neve aveva già ricoperto col suo pesante manto ogni cosa. Tutto appariva candidamente bianco, ovunque lo sguardo si posasse. Montagne, alberi, edifici. La neve si era appropriata del paesaggio naturale e, senza badare a noi uomini impegnati a fare la guerra, aveva imposto a tutti la sua legge. Con la neve alta a dominare la scena, infatti, perfino la guerra aveva dovuto arrendersi e ritirare i suoi taglienti artigli. Gli obici, finalmente, tacevano e, fatta eccezione per le consuete attività di guardia e manutenzione del forte, nulla avrebbe consentito d’intuire che fossimo nel bel mezzo di un conflitto di vaste proporzioni. Anche per gli italiani doveva valere lo stesso, poiché i loro bombardamenti erano cessati proprio in concomitanza con l’inizio delle pesanti nevicate di dicembre. Era proprio vero, come soleva ripetere Bodak, che la neve non guardava in faccia nessuno. Quando cominciava a scendere dal cielo, diceva, tutti dovevano inchinarsi alla sua maestosità.

Bodak, io e un piccolo gruppo di soldati, stavamo camminando lungo la strada che dal forte conduceva verso l’interno dell’altopiano, per perlustrare la zona al fine di individuare un punto dove fosse possibile impiantare un osservatorio avanzato fortificato, magari munito di qualche tratto trincerato. Il comandante pareva essere molto preoccupato di dimostrare al comando che il forte era integralmente protetto, in caso di attacco diretto da parte della fanteria italiana. Noi, a dire il vero, ritenevamo che si trattasse più che altro di una formalità, per proteggersi le spalle in caso di guai. Dopo gli eventi che avevano coinvolto i forti di Verle e Luserna, nei primissimi tempi della guerra infatti, nessuno credeva più all’impenetrabilità dello sbarramento fortificato di Lavarone.

Ci trovavamo, dunque, in pieno dicembre, a dover svolgere questo incarico di ricognizione. A dire il vero, secondo il calendario, l’inverno ancora non era iniziato. Le temperature estremamente rigide e le poche ore di luce diurne disponibili, però, ci fecero capire presto come, di fatto, per noi la stagione fredda si fosse già palesata. Verso le due e mezza del pomeriggio, appena usciti dal forte, il freddo intenso ci colpì subito con forza. Una leggera brezza gelida ci sferzava, nonostante avessimo avuto cura di imbacuccarci per bene nei nostri cappotti. Il sole splendeva luminoso in un cielo di un blu così intenso che sembrava di poterlo penetrare con un dito, se solo avessimo avuto il coraggio di allungare una mano verso l’alto.

Ci incamminammo, quindi, allontanandoci dal forte, accompagnati dall’insistente preoccupazione di ritrovarci presto mezzi congelati. Eravamo in cinque a comporre la nostra piccola pattuglia. Tre soldati semplici, infatti, accompagnavano Bodak e me, entrambi sottotenenti. Lungo il primo tratto della strada rimanemmo in silenzio. Soltanto qualche breve scambio tra i tre soldati che erano con noi si frapponeva al rumore scricchiolante dei nostri passi sulla neve. Era nevicato anche la sera precedente e, stando alle testimonianze delle sentinelle, andò avanti così fin quasi al mattino. La strada, dunque, era invasa dalla neve e, al momento, si poteva percorrere soltanto a piedi, con una certa fatica.

“Non so se sentirmi contento per il diversivo di questa uscita o se maledire il comandante, o chi per lui, di aver avuto quest’idea” sentenziò Bodak, ad un tratto.

Immerso com’ero ad ammirare la bellezza del niveo nitore che permeava ogni cosa attorno a me, stridendo apertamente con il contesto di guerra del quale facevamo parte, rimasi quasi scosso nell’udire la voce del mio compagno d’armi. Non riuscii, infatti, a controbattere nulla alla sua osservazione.

“Ehi, Schenck, mi hai sentito? A cosa stai pensando? Sembri essere in un’altra dimensione” sbottò Bodak, dopo qualche istante.

“Scusami, hai ragione. Stavo soltanto ammirando il panorama ricoperto di neve. Tutto qui.”

“È molto bello, infatti. La neve cambia le prospettive, quando riesce ad attecchire dappertutto. Con tutto questo bianco, pare incredibile che qui si combatta un conflitto, in fin dei conti.”

Bodak, come sempre, aveva colto alla perfezione la capacità della neve di evocare pensieri e sensazioni che, con qualsiasi altra condizione atmosferica, mai avrebbero toccato la mente di qualcuno.

86 – terzo incipit da La donna che attendeva il crepuscolo

Urlare, mentre nessuno ti sente. La mascherata della Morte Rossa. Chiedere aiuto.

86, tratto da La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

Questo terzo racconto non richiede molte parole di presentazione, in effetti. È un racconto da leggere, più che da discutere. 86, il più breve tra i cinque racconti che compongono La donna che attendeva il crepuscolo, rappresenta una sorta di istantanea scattata inquadrando una mente in preda al dolore per un amore finito male. Si tratta di un’istantanea vista dal di dentro, in cui la voce narrante è la stessa persona che vive la situazione e lo stile di scrittura si discosta anche di molto rispetto agli altri racconti, proprio per marcare la differenza insanabile tra questo testo e gli altri.

Non ci sono spiegazioni particolari, non si sa nulla di quanto è accaduto prima e non si sa nulla di quanto, esattamente, avverrà dopo. Il punto del racconto è, almeno nelle intenzioni, mostrare il dolore mentale ‘allo stato solido’, senza mediazioni di alcun genere; il punto è mostrare quanto l’amore possa trasformarsi in una condanna, in certe condizioni, nonostante la narrazione dominante voglia sempre mostrarci il lato romantico e sdolcinato di questo sentimento. L’amore, però, non si lascia ingabbiare facilmente in definizioni e stereotipi, a dispetto del continuo tentativo di ricondurlo su binari ordinari e banalizzanti.

Ecco dunque, senza aggiungere altre parole, l’incipit di 86:

Sono un folle. Sì, folle! Soltanto un folle può scrivere lettere che non saranno mai lette. Lettere che non giungeranno mai a destinazione. La persona cui sono indirizzate non scorrerà mai tra le mani i fogli di queste lettere.

Lettere. Tante. Ho perso il conto, ormai. A occhio e croce, posso supporre siano almeno una decina, ma forse – forse – sono molte di più. Potrebbero essere anche una trentina, oppure ottantasei. Già, ottantasei. Perché no? Ottantasei è una bella parola. Suona bene. Ottantasei. Lo senti com’è completa, in sé stessa? Non ha bisogno d’altro. Ottantasei. Né troppo lunga, né troppo corta. Quant’è, ottantasei? Un bel pacco di fogli, pieno di tante belle parole. Belle. Parole. No, non belle. Parole, incise in lettere che non saranno mai lette, non possono essere belle. Dunque, non sono belle. Ma sono tante.

Sono vuote. Ecco, sì, vuote. Questo, sono: vuote. Ottantasei e vuote. Parole, destinate a cadere nel nulla di un immenso buco nero dal quale sarà impossibile uscire, come ogni buco nero che si rispetti. Un buco nero ingoiante e fagocitante. Scrivo le mie parole vuote per le mie ottantasei lettere, ingurgitate dai bit della memoria fisica del disco rigido. Ingurgitate e mai più risputate fuori. Chiuse lì dentro, asettiche, ad attendere un campo magnetico capace di soffiarle via per sempre, come se non fossero mai state scritte. Come se le mie dita non avessero mai premuto questi dannati tasti. Come se la mia mente, distrutta, non avesse mai partorito le mie ottantasei lettere vuote.

Dover dire qualcosa ma sapere già, ancora prima di averlo pensato, che il destinatario non riceverà mai il mio pensiero. Tutto ciò schiaccia il cervello e tutto l’essere umano dentro di me. Umano? Non lo so più, in realtà. Di umano, in me, ormai è rimasto davvero molto poco. Non un granché, ecco. Un essere umano poco umano, schiacciato da ottantasei lettere vuote.

Come uscirne? Non se ne esce. Ricordi il buco nero ingoiante? Ecco, da quello è impossibile uscire. Assolutamente, mia cara.

Macerie – incipit del secondo racconto tratto da La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

Il mediatore tra cervello e mani dev’essere il cuore.

Metropolis, 1927

Questo secondo racconto, il più lungo della raccolta La donna che attendeva il crepuscolo trae ispirazione dal famoso film Metropolis del regista tedesco Fritz Lang. Ho già parlato di Metropolis in precedenza e anche a proposito del mio secondo romanzo La crepa, nel quale il protagonista maschile del film, Gustav Fröhlich, ha un ruolo abbastanza importante.

Uno dei manisfesti per il film Metropolis di Fritz Lang

Senza quindi ripercorrere le vicende relative al film, che si possono trovare nel precedente articolo al riguardo, mi limito a spiegare che il racconto Macerie inizia il suo percorso laddove il film di Fritz Lang si conclude, riprendendone alcuni dei personaggi chiave. All’interno del libro La donna che attendeva il crepuscolo, in ogni caso, c’è una breve premessa nella quale vengono spiegate le note salienti relative al capolavoro di Lang, per chi non l’avesse visto e non ne conoscesse la trama.

Ma torniamo al racconto. Siamo dunque a Metropolis, l’immensa città ipertecnologica edificata ormai molti anni addietro da Joh Fredersen, divenuto il suo Dittatore e ci troviamo nell’anno 2046. Sono passati vent’anni dalle vicende narrate nel film di Lang (il quale si svolge nel 2026, un secolo dopo l’anno in cui furono ultimate le riprese, quindi). Protagonista del mio racconto non è più Freder, il figlio del Dittatore di Metropolis, come nel film, ma lo Smilzo. Egli rappresenta quello che oggi definiremmo ‘il cattivo’ della storia. È attraverso il suo punto di vista che il mio racconto si dipana.

Lo Smilzo, interpretato da Fritz Rasp

Ho voluto, infatti, farne un personaggio più complesso e animato da moventi che, seppure non sempre cristallini, vanno ben al di là dello stereotipo del cattivo totale. È così, dunque, che una sera lo Smilzo incontra inaspettatamente, sebbene di sfuggita, Hel, la madre di Freder deceduta decenni prima mentre dava alla luce lo stesso Freder. Lo Smilzo, dopo questo incredibile incontro, decide di cominciare ad indagare per scoprire se davvero la donna incontrata per caso sia Hel e, in ogni caso, cosa lei nasconda e quali scopi si prefigga. Ha inizio, così, un misterioso viaggio nella città alla ricerca prima di Freder e poi di Hel stessa, da parte dello Smilzo. Egli tornerà in contatto con alcuni personaggi facenti parte anche del film, come Josaphat (l’amico di Freder che molti anni prima lo Smilzo aveva messo sotto torchio, mentre faceva la spia per il Dittatore), il quale deciderà di aiutarlo a rintracciare Freder e Maria, scomparsi da molto tempo dalla circolazione. Nel corso della sua indagine per scoprire i moventi della rediviva Hel, lo Smilzo farà poi diverse scoperte sul suo vecchio e defunto datore di lavoro, il Dittatore Joh Fredersen, e su Rotwang, lo scienziato inventore delle sofisticate macchine che tenevano in vita la città di Metropolis.

Qui sotto, infine, ecco l’incipit del racconto Macerie, nel quale lo Smilzo si reca allo Yoshiwara (un altro nome relativo al film di Lang) per assistere allo spettacolo di una nuova ballerina di cui tutti parlano e che sembra mandare in visibilio la platea di clienti del lussuoso locale. Lo Smilzo, dunque, entra nel locale e sta per assistere all’esibizione della misteriosa ballerina che si fa chiamare ‘la Regina in bianco’.

Metropolis, 2046

Erano quasi le undici di sera quando lo Smilzo entrò allo Yoshiwara. Ancora una volta, la tentazione era stata irresistibile e l’aveva attratto inesorabilmente verso quel luogo di lussuria e perdizione. Non era stato per questo, del resto, che aveva accettato di fare la spia per Joh Fredersen, anni addietro? Non era stato per questo che aveva intascato quella montagna di soldi, messigli nelle tasche dal vecchio? Sì, certo: era stato per questo. Lo Smilzo lo sapeva perfettamente, anche se preferiva tentare un’ormai inutile dissimulazione. La verità era semplice. Lui non voleva più essere un banale impiegato di cui il Dittatore di Metropolis poteva servirsi a piacimento, soprattutto per i lavori sporchi, quelli che nessuno avrebbe voluto accettare. Incarichi come quello, ad esempio, di seguire come un segugio le tracce del Mediatore, corrompendo chiunque, pur di ottenere informazioni sulle sue mosse e i suoi spostamenti. Fredersen sapeva fin troppo bene come lui fosse la persona perfetta per quel lavoro e l’aveva chiamato senza indugio. Nessun dubbio, nessun tentennamento. Lo Smilzo aveva visto il vecchio estrarre un mazzo di banconote di dimensioni inusitate e, un attimo più tardi, il voluminoso pacchetto era nelle sue mani tremanti. Non aveva mai visto tanti soldi tutti insieme. Non era possibile opporre alcuna resistenza a una cosa del genere. Lo Smilzo aveva accettato l’incarico, prima ancora di conoscerne i dettagli.

“Ora basta con questi pensieri” si disse, mentre varcava la soglia dello Yoshiwara. “Inutile lambiccarsi il cervello, quando sto per entrare in questo magnifico luogo dove ogni lusso e capriccio sono consentiti.”

Lo Smilzo, dunque, si fece strada, lentamente, verso il suo solito tavolo riservatogli all’angolo, sulla destra del vasto locale. Da lì si godeva una vista perfetta sul palco ed era possibile, al contempo, starsene tranquilli e non essere quasi disturbati dall’ammasso di persone stipate in quello spazio.

Dopo pochi passi, un attendente in livrea lo riconobbe e, rivoltogli un cenno d’inchino, lo accompagnò al tavolo, aprendosi la via tra i ricchi ospiti, che diventavano sempre più numerosi minuto dopo minuto, poiché l’ora dell’attrazione principale si avvicinava. Lo Smilzo non si affrettò. Camminò con calma, guardandosi intorno e godendosi l’atmosfera esuberante del locale ad ogni passo. Lo Yoshiwara era sempre stato il luogo dove i ricchi abitanti di Metropolis si riunivano per interminabili serate, durante le quali tutto era permesso, ma ultimamente la febbre lussuriosa degli astanti pareva in vertiginoso aumento anche per gli abituali canoni di un luogo come quello. Lo Smilzo vi si era recato meno del solito, di recente, a causa di qualche malanno di salute, per via del quale era stato costretto a rimanere più del dovuto nel suo lussuoso e altissimo palazzo. Ciò non gli aveva impedito, però, di tenersi informato su quanto avveniva in città ed era stato così, tramite qualche informatore, che aveva ricevuto notizia del rinnovato fervore che circondava lo Yoshiwara. Merito di una nuova ballerina, comparsa durante l’esibizione del giovedì sera, la quale, a quanto si diceva, sembrava più brava di tutte le altre. Sulla base delle relazioni dei suoi informatori, lo Smilzo apprese come la nuova ballerina facesse impazzire la folla di ricchi uomini accorsi al locale. Con movenze sinuose e un viso angelico, la ballerina si esibiva in danze di successo sempre crescente. Se la cosa non fosse stata palesemente impossibile, lo Smilzo avrebbe creduto di avere a che fare con la descrizione degli spettacoli cui aveva dato vita Maria, l’incredibile e frenetica danzatrice creata anni prima dal vecchio scienziato Rotwang, per vendicarsi del Dittatore. L’avrebbe certamente creduto, sì, se solo non fosse stato personalmente testimone della fine di quella donna.

Ad ogni buon conto, i rapporti ricevuti costantemente dagli informatori attizzarono la curiosità dello Smilzo e gli fecero assumere la determinazione di recarsi allo Yoshiwara ogni giovedì, finché la misteriosa nuova ballerina non si fosse presentata alla ribalta.

Ed eccolo lì, dunque, elegantemente vestito, mentre si accomodava sulla sedia al solito tavolo, in attesa che le luci si abbassassero e lo spettacolo della sera avesse inizio. Lo Smilzo notò subito come la tensione sembrasse quasi palpabile, attorno a lui. Tutti parlavano febbrilmente uno con l’altro, lanciando occhiate furtive verso il palco, mentre puntavano con bruschi gesti la mano in quella stessa direzione. Dai dialoghi smozzicati udibili tutt’intorno, lo Smilzo apprese, concordemente con quanto aveva sospettato fin dal principio, come i numerosissimi astanti stessero confabulando per indovinare se quella sera la nuova ballerina sarebbe ricomparsa davanti a loro. Anche lui era in preda agli stessi pensieri e consultava nervosamente l’orologio, per vedere quanto tempo ancora lo separasse dall’apertura del sipario. Nessuno, infatti, sapeva chi sarebbe stata la protagonista dell’esibizione, perché la direzione dello Yoshiwara aveva preso l’abitudine di mantenere il più stretto riserbo sull’identità della ballerina dello spettacolo del giovedì, con l’evidente intenzione di aumentare l’aspettativa del pubblico e attrarre ancora più spettatori.

A mezzanotte esatta, quando la tensione aveva ormai raggiunto il culmine e il locale traboccava di gente, le luci finalmente si abbassarono e con esse anche il chiasso delle mille voci del pubblico, ridottosi in pochi secondi a un timido brusio, per poi placarsi del tutto e trasformarsi in un rapito silenzio, quando il sipario iniziò ad aprirsi.

Non omnis moriar – incipit del primo racconto tratto dal libro La donna che attendeva il crepuscolo

In the villa of Ormen

in the villa of Ormen

stands a solitary candle

in the centre of it all

in the centre of it all

your eyes

david bowie, blackstar

Il mio nuovo libro uscito la scorsa settimana, La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020), è composto da cinque racconti scritti nel corso degli ultimi tre anni. Come già anticipato qualche giorno fa, il libro costituisce un viaggio nel lato oscuro dell’amore attraverso storie e stili abbastanza diversi tra di loro. Ciascuno di questi cinque racconti presenta uno sbocco differente poiché un amore segnato da aspetti non sempre luminosi e brillanti non implica necessariamente sempre una conclusione ovvia o banale.

Con questo primo pezzo, dunque, vado ad introdurre il testo che apre il libro. Il racconto è intitolato Non omins moriar (in latino significa: non morirò del tutto) e, tra le sue varie fonti di ispirazione, ci sono lo scrittore danese Stig Dagerman e il musicista rock David Bowie. Sebbene non siano gli unici punti di riferimento del testo, vorrei citarli perché chi avrà occasione di leggere l’intero racconto si accorgerà subito del nesso tra questi due nomi e il mio testo.

David Bowie nel video del brano Blackstar

Nel brano omonimo del suo ultimo album Blackstar, inciso subito prima della morte, David Bowie parla, infatti, di un personaggio di nome Ormen. Si tratta indubbiamente di uno strano nome. Esso ha, con tutta evidenza, origini letterarie dato che non si tratta di una parola inglese. A questo proposito, lo scrittore danese Stig Dagerman pubblicò il suo primo romanzo nel 1945, mentre il mondo era ancora sconvolto dalla guerra, e lo intitolò proprio Ormen. Il romanzo non è stato mai tradotto in italiano ma è possibile leggerlo nell’edizione inglese col titolo The snake (Il serpente). Senza entrare nei dettagli del romanzo, basti dire che il serpente (Ormen) di cui parla Dagerman ha a che fare con la paura e la depressione che fagocita la vita. È, in sostanza, quanto accade al protagonista del libro e allo stesso autore. Dagerman, infatti, si suicidò il 5 ottobre 1954 a soli 31 anni, vinto anch’egli dal medesimo Ormen di cui parlava nel suo primo romanzo: la depressione.

Non è certamente un caso, dunque, che David Bowie abbia voluto citare Dagerman e Ormen in Blackstar, il suo ultimo album realizzato quando già sapeva che di lì a poco sarebbe morto. Non sapremo mai con precisione cosa Bowie volesse intendere attraverso la citazione di Ormen, ma il legame con Stig Dagerman pare decisamente plausibile.

Anche nel mio racconto Non omins moriar, nel quale l’atmosfera notturna e il colore nero sono ovunque, comparirà un misterioso personaggio avvolto da un mantello, anch’esso nero, il quale si presenterà alla voce narrante come Ormen. Ed ora, come promesso nel titolo di questo pezzo, passiamo all’incipit del racconto. Chi, invece, è curioso di sapere qualcosa di più sull’oscuro Ormen, troverà la soluzione all’interno del libro La donna che attendeva il crepuscolo, appena pubblicato da Meligrana Editore.

NON OMNIS MORIAR

Partenza

Fu durante una delle mie crisi più oscure che finii a vagabondare, errando nella notte e senza una meta precisa, nei dintorni della mia abitazione. Ogni cosa mi rimbombava nel cervello, con una possanza inaudita. Non ero in grado di riprendere il controllo di me stesso. I pensieri parevano bombardarmi e mi trafiggevano ogni volta in modo diverso, ma sempre più efficace, man mano che i secondi ticchettavano inesorabilmente. La notte, oscura al punto da sembrare in procinto di inghiottire ogni cosa, rappresentava il perfetto controcanto al tumulto della mia mente in subbuglio. Mi era impossibile riportare su binari anche solo vagamente ordinari le mie elucubrazioni sovreccitate. Tutto, e intendo dire davvero ogni singolo elemento della mia vita, implodeva davanti ai miei occhi, risucchiato in un immenso buco nero dalle dimensioni stellari.

L’unica cosa che riuscii a fare fu mettermi in cammino. Uscii dunque da casa, diretto non si sa dove. Non me ne importava. L’unica cosa che contava era muovermi, allontanarmi dalla mia abitazione e sperare, tramite quel movimento convulso ma privo di meta, di giungere in qualche posto migliore di quello attuale. Non era un programma altisonante, lo so, ma era l’unico che la mia mente fosse in grado di concepire, in quei momenti.

Mi avviai lungo la strada che si dipartiva da casa mia, nel buio della notte. Non rammento l’ora, a dire il vero. So soltanto che il buio regnava sovrano, intorno a me. C’era solo la luna, ad illuminare parzialmente la via, ma la mia mente allucinata non se ne diede per inteso per lungo tempo. Essendo privo di una meta precisa, non feci altro se non vagabondare lungo le strade quasi deserte, lì in collina, pur di allontanarmi da casa e tornarci più tardi possibile.

Dopo un tempo impossibile da quantificare, giunsi nei pressi di un punto panoramico, in corrispondenza di una curva verso sinistra. Da lì si poteva godere di una vista abbastanza ampia sulle colline intorno, costellate qua e là di piccoli puntini chiari, ad identificare le poche case illuminate nella notte. Lasciando scorrere lo sguardo mi resi conto della presenza, più in alto, sempre sulla sinistra, di una grande casa che non avevo mai notato in precedenza; aveva l’aspetto di un piccolo castello, almeno stando al profilo che si poteva intuire, nonostante l’oscurità e gli alberi che la circondavano come numerose sentinelle di guardia.

Sebbene i pensieri seguitassero a ricordarmi la mia crisi irreversibile, sperimentata subito prima dell’uscita di casa, constatai con sorpresa come la visione della misteriosa dimora in mezzo al bosco, sopra di me, attirasse inesorabilmente la mia attenzione. Qualcosa mi richiamava in quella direzione, pur non sapendo esattamente cosa. Dopo qualche attimo d’incertezza, mi risolsi a procedere innanzi, nel tentativo di individuare una possibile via d’accesso al piccolo castello appena avvistato.

Fu così che, dopo pochi minuti di cammino, vidi chiaramente, alla luce lunare, un sentiero che si discostava dalla strada, salendo lungo il medesimo versante della collina sul quale si trovava il castello. M’inerpicai senza indugio, notando con piacere che il percorso era ben segnato e riconoscibile, nel mezzo della boscaglia. Soltanto una volta ebbi un’incertezza, ma mi ripresi in fretta, individuando rapidamente la direzione corretta lungo la quale proseguire la salita.

Ogni tanto alzavo gli occhi per verificare se la misteriosa casa si vedesse finalmente un po’ meglio ma, con mio grande nervosismo, dovetti riconoscere di non riuscire a scorgere più di qualche guglia o di qualche finestra, che inquadravo qua e là. Non mi restava altro da fare se non procedere innanzi, nella speranza che l’obiettivo della mia camminata non si trovasse troppo lontano.

Procedetti lungo il sentiero nel bosco per molto tempo, tanto da domandarmi, a un certo punto, se mai sarei riuscito a giungere nei pressi del castello. Mi venne perfino il dubbio che, forse, il sentiero portasse in tutt’altra direzione. Fui preso da una grande meraviglia quando, d’improvviso, mi ritrovai fuori dal bosco e davanti a me osservai il possente muro di cinta, intorno al piccolo castello cercato con tanto zelo.

La luna faceva capolino a tratti tra le nuvole, consentendomi di inquadrare qualche dettaglio in più. Potei così rilevare che il castello, all’esterno, era illuminato soltanto da un paio di luci fioche, poste subito sotto il tetto. Due torrette, una a ciascun angolo dell’edificio, chiudevano la facciata che avevo davanti. Esso era completamente immerso nell’oscurità, fatta eccezione per due finestre sulla sinistra, all’ultimo piano, vicino a una delle torrette.

Mentre ancora il mio sguardo scorreva qua e là, lungo la facciata del castello, mi colpì l’assurdità di quella situazione. Mi trovavo dinanzi a quel piccolo edificio, nel bel mezzo della notte, senza la più vaga idea di chi vi abitasse; inoltre non sapevo nemmeno come avrei potuto giustificare il fatto di trovarmi lì, qualora avessi individuato un campanello o un batacchio da qualche parte, per segnalare la mia presenza ai suoi abitanti. Stavo ancora rimuginando su quei dubbi, mentre il cervello non smetteva di gettarmi addosso, alla rinfusa, scorci di me stesso immerso nella crisi di non molto tempo prima, quando adocchiai la vaga sagoma di una porta di legno, a qualche metro da me. Feci i pochi passi che mi separavano da essa con molta circospezione, quasi nel timore di disturbare qualcuno con un rumore di troppo, finché mi trovai finalmente davanti alla porta. Si trattava di una banale porta di legno, con una maniglia di scarso pregio. Nessuno stemma, nessuna targa con inciso sopra un nome. Allungai una mano per afferrare la maniglia, ma l’improvviso e inatteso nitrito di un paio di cavalli mi fece fare un balzo indietro, mentre il cuore batteva all’impazzata. Il nitrito sembrava provenire dall’interno del castello. Dopo qualche attimo i cavalli si acquietarono, mentre io non ero più così certo di voler saggiare nuovamente quella maniglia. Nonostante una forte indecisione mi attanagliasse il cervello, mi risolsi infine a tentare di aprire la porta. Allungai la mano, afferrai la maniglia e la spinsi verso il basso, trattenendo il respiro. La porta si aprì senza difficoltà. Strano che non fosse chiusa a chiave, annotai con rapidità, mentre sgusciavo all’interno del castello.