Il tassello mancante – Testo integrale del racconto finalista alla trentunesima edizione del Premio letterario Trichiana paese del libro

Ecco il testo, finora inedito, del mio racconto Il tassello mancante che ha partecipato al concorso letterario “Trichiana paese del libro” di quest’anno. Non mi dilungo nel farne una lunga presentazione. Lascio qui sotto il testo integrale del racconto, come del resto è stato per la giuria che l’ha scelto per la finale e che l’ha letto senza sapere nulla né di me, né di come è nato il testo. Mi limito a dire soltanto che si tratta di una storia vera, trasformata da me in un racconto letterario. Per chi fosse interessato, cliccando qui è possibile ascoltare l’incipit del racconto, letto dal bravissimo Guido Beretta di Radio Belluno. E ora, vi auguro buona lettura!

* * *

Buio. Tutto è avvolto nel buio. Non so perché ma, anche se questi fatti accadono in pieno giorno, io vedo solo oscurità ovunque, intorno a me. Nel mezzo di quest’atmosfera nera che mi avviluppa con le sue possenti spire, dei tuoni assordanti mi colpiscono, stordendomi. Concentrandomi meglio, mi accorgo che in realtà non si tratta di tuoni. No. Sono qualcosa di molto più intimo e pericoloso. Sono qualcosa che sconquassa la mia mente allucinata. La mente allucinata di un bambino. Diciamo un bambino di un’età compresa tra i cinque e gli otto anni circa.

Il tuono si rivela in tutta la sua ferocia, finalmente. Uno schiaffo mi colpisce con violenza. Sulla faccia. Poi un altro. Non posso reagire. Vorrei, ma non posso. Lo so anch’io, pur avendo soltanto pochi anni di esperienza nella vita, che un bambino non può reagire quando un adulto lo picchia. So di non avere difese, ma l’istinto di sopravvivenza esiste anche nei momenti in cui non c’è possibilità alcuna di proteggersi. E così, mi resta soltanto l’automatismo. Nonostante io non capisca più nulla, il mio cervello, senza che io me ne renda conto, ordina alle mani di proteggermi il viso. Ovviamente tutto ciò è perfettamente inutile. Anche questo lo so perfino io, un bambino indifeso. Sono del tutto consapevole che la velocità di reazione di un bambino non può stare al passo con la volontà di un adulto deciso a picchiarlo e a fargliela pagare, perché gli rende la vita difficile. E infatti, vengo colpito ancora. E ancora. E ancora, nonostante gli sforzi del cervello di dirigere le mani nei posti giusti, in un superfluo tentativo di produrre uno schermo protettivo contro le botte che mi piovono addosso.

Sento le lacrime scorrere, incontrollate. Sento tutto il mio corpo tremare, anch’esso ormai fuori controllo, mentre le mani roteano a vuoto nell’aria satura di urla, alla ricerca di una vana protezione dai tuoni sempre più violenti che si accaniscono su di me.

Urla. Sento molte urla. Le mie, certo, ma anche quelle dell’adulto che mi sta picchiando. È ovvio urlare mentre si picchia qualcuno, lo so perfino io che sono soltanto un bambino. Sarebbe strano, me ne rendo ben conto, percuotere una persona senza emettere grida rabbiose. Eppure, non riesco a non avvedermi di quanto quella voce alterata e ringhiosa sia in grado di incidere in profondità la carne della mia mente in subbuglio. Già. So che quelle grida piene di livore lasceranno un segno indelebile, color porpora, esattamente come le botte che mi colpiscono. L’unica cosa che ancora non so è quanto incideranno. Avrò tempo per scoprirlo.

Mentre i colpi e le grida proseguono, una sola domanda riempie tutto lo spazio dell’angusto orizzonte che la mia mente bambina è in grado di abbracciare: quando finirà? Tra quanto tempo l’adulto deciderà di avermi schiaffeggiato e malmenato abbastanza? Per quanto ancora dovrò starmene qui, indifeso, a farmi colpire e insultare? Qualsiasi sia il tempo necessario a far finire tutto questo, sarà sempre troppo lungo per me.

* * *

Faccio un salto e mi alzo di colpo dalla sedia. Mi guardo intorno, stordito, con gli occhi spalancati e i nervi tesi, a fior di pelle. Sono pronto ad affrontare una grave minaccia che, ne sono certo, incombe su di me. Invece, dopo qualche secondo, mi rendo finalmente conto che è soltanto lo squillo della suoneria del telefono.

Emetto una serie di respiri affannosi, mentre seguito a guardarmi intorno alla ricerca di quel dannato telefono, che continua a suonare, imperterrito. Per fortuna lo vedo quasi subito, lì, sul tavolo, proprio davanti a me. Lo afferro con foga. Lancio uno sguardo fulmineo allo schermo per vedere chi mi chiama e rispondo. Una chiamata di lavoro. Me la sbrigo in meno di un minuto. Quando riattacco, non sono nemmeno in grado di ricordare chi fosse l’interlocutore e cosa volesse. Non importa. Ci avrà pensato il mio cervello, in modalità ‘pilota automatico’, a gestire la situazione. Se ho detto qualcosa di male, mi richiamerà, chiunque sia.

Poso il telefono sul tavolo e mi guardo intorno, per riprendere confidenza con la realtà che mi circonda. Ho più di quarant’anni, ora, e mi trovo in casa mia, all’ultimo piano di un bel condominio nel quale mi sono trasferito l’anno scorso. Di questi dati, sono certo. Di tutto il resto, no. Ad ogni modo, penso, è già qualcosa possedere queste piccole certezze. Meglio di niente, ecco.

Avverto sempre un forte stordimento, quando le memorie di ciò che mi è accaduto nel passato tornano a farmi visita. Una sensazione di completa alienazione mi pervade. È come se una pesante cappa avviluppasse la mia mente ed io, nonostante numerosi e sinceri sforzi, non riuscissi mai ad afferrarne i bordi con le mani, per spingerla lontano da me. Anche oggi è così. La cappa mi opprime. Non riesco a vedere bene le cose, riportando il cervello su un binario parallelo alla normalità. Già, ma quale normalità, esattamente? Non lo so più, ormai. Sono tormentato, periodicamente, dalla visione di quanto di brutto mi è accaduto nel passato. O meglio, non si tratta di una visione, ma di un vero e proprio rivivere certi episodi traumatici. Li rivivo, dall’inizio alla fine. Ecco cosa accade. Sono di nuovo lì, con la mente e con il corpo, e sperimento ogni cosa come se fosse la prima volta. Quando, poi, torno finalmente in me, riemerge con forza una sola domanda: come interrompere tutto questo? Come farlo smettere? La verità è che non lo so. Posseggo solamente una certezza: mi manca qualche pezzo del rompicapo. Qualcosa mi sfugge, ma non sono mai in grado di precisare di cosa si tratti. Eppure, deve esserci un modo per completare il quadro e venire a capo della situazione, creando un nesso tra ieri e oggi. Da qualche parte, lo so, deve esserci. Ma: sarò mai in grado di trovarlo?

* * *

Finalmente tutto finisce. È giunto il momento, dunque. Il momento in cui l’adulto decide che può bastare così. Per questa volta, anche lui ne ha abbastanza. La dose di schiaffi e strilli impartita quest’oggi è sufficiente. Certo, non prima di aver spiegato con il dovuto tono minaccioso o, a seconda dei casi, finto affettuoso, la morale della storia.

Sei tu ad aver voluto ricevere questa pioggia di schiaffi. Io non l’avrei fatto, se tu non mi avessi costretto. Col tuo inaccettabile comportamento, hai provocato una necessaria punizione. Tua madre è stanca, non ne può più, e così io devo cercare di aiutarla in qualche modo. Perché non mangi, come tutti i bambini normali? Eh? Perché? Il cibo preparato da tua madre è buono, perciò lo devi mangiare. Se continui così, te lo dovrò ficcare in gola, come ho fatto oggi. Lo vedi? Non è meglio se mangi, come fanno i bambini normali della tua età?

Nemmeno la morale passa via senza sortire i suoi oscuri effetti sulla mia mente, ma questo lo scoprirò più avanti. Ho tutta la vita per rendermene conto. In ogni caso, mi dico, qualsiasi cosa è preferibile alle botte e agli strilli. Perciò ben venga la morale, se ciò significa niente più schiaffi e grida. Certo, dovrò mangiare tutto, tra conati di vomito e nuove minacce, ma pazienza. Anche questo è sempre meglio delle percosse.

Perché accade tutto questo? La gente crede che un bambino non capisca nulla. Crede che, per il semplice fatto di avere cinque, sei o sette anni, un bambino non si interroghi su ciò che lo circonda e non sia in grado di formulare ipotesi e risposte.

Io ho un problema. Un grave problema, a dire il vero. Lo so bene, pur essendo solo un bambino. Non riesco a mangiare certi cibi. Non è che non voglia o che li ritenga cattivi, è proprio che non appena qualcuno li avvicina alla mia bocca e ne sento l’odore, mi salgono i conati di vomito senza neanche averlo toccato, quel cibo. Oppure, se riesco a metterlo in bocca, esso si rivela di una consistenza che io ritengo strana e così, di nuovo, sento salire i conati di vomito, senza riuscire a tenerli sotto controllo. Ecco. Questo è ciò che mi accade. Io non so il perché. So solo che funziona così. Con certi cibi ho questa maledetta reazione, con altri no. Solo che, secondo i miei genitori, i cibi appartenenti a quest’ultima categoria sono troppo pochi. E così, per farmi ingurgitare i piatti incriminati, non sanno trovare altra soluzione, se non quella delle botte e delle grida. Ma io non lo faccio apposta. Non è cattiveria o maleducazione. È il mio corpo a reagire in quel modo, senza che io ne abbia il controllo. C’è qualcosa che impedisce al mio corpo di ingerire o assaggiare certi alimenti. Io non so cosa sia, ma so che c’è. Loro, però, non lo capiscono. Nessuno pare chiedersi come mai accada ciò che accade. Loro sanno con certezza che si tratta di capricci. Loro sanno con certezza che i capricci vanno puniti. Loro sanno che per punirli c’è bisogno di botte e strilli.

Loro sanno tutte queste cose, ma non sanno che io vedo e registro ciò che accade. Non sanno che un giorno mi domanderò per quale strambo motivo abbiano voluto fare un figlio, senza essere in grado di affrontarne le conseguenze. Mi hanno fatto loro, eppure si comportano come se qualcuno gli avesse appioppato una condanna che non meritavano e per la quale sono del tutto innocenti.

Loro non lo sanno, dunque, ma io penserò tutte queste cose. E anche delle altre. Come, ad esempio: davvero pensavate, picchiando un bambino, di produrre dei miglioramenti in lui? Pensavate sul serio, così facendo, che avrei imparato a mangiare come i bambini normali? Sì? Davvero? Ecco, loro non lo sanno ma io, un giorno, penserò che avrebbero potuto risparmiarsi la fatica di fare un figlio, visti i risultati. Non lo sanno, certo, ma ciò accadrà. Io penserò queste cose e la mia mente, dopo, non potrà rimanere intatta.

* * *

Mi trovo al mare. All’improvviso ho deciso di venire a vederlo, giacché per oggi non ho altri impegni che mi tengano bloccato in città. Abito a Treviso e così, in meno di un’ora di strada, giungo a destinazione.

È una bella giornata novembrina di sole. In cielo non si vede una nuvola. Fuori stagione il mare è sempre stupendo, mi dico. Non c’è gente a disturbare la quiete pomeridiana. La vista può spaziare liberamente fino all’orizzonte, immergendosi nel blu del mare calmo, che si scioglie magicamente nel blu profondo del cielo. Qua e là, qualche riflesso dorato prodotto dalla luce solare fa capolino tra le acque placide dell’Adriatico, inframmezzato da alcune piccole lineette bianche, in corrispondenza di lievi increspature sull’acqua. Ogni cosa comunica un’impressione di grande pace. Pare impossibile sentirsi oppressi da qualcosa, qui, in riva al mare. Il tempo autunnale un po’ freddo, ma caratterizzato da un’aria incredibilmente tersa, induce in me una sensazione di tranquillità. La mia mente, però, non ha dimenticato nulla. Non può farlo. Non importa la stagione; non importa il momento della giornata. La mia mente sa. La mia mente custodisce la traccia di ogni evento.

Mi appare davvero strano che, mentre cammino lentamente sulla sabbia e osservo l’acqua marina frangersi ritmicamente sui pontili protesi verso il blu, possa esistere ancora il rombo di tuono, nella mia mente. Solo poche ore prima, esso mi sconvolgeva col suo cupo rimbombo. Ora non pare esservene rimasta traccia da nessuna parte, ma io so che si tratta solamente di un’illusione ottica. Mi basta fare un piccolo sforzo di concentrazione e subito avverto la presenza della bestia, pronta a ghermirmi e a trasportarmi nel suo universo oscuro e minaccioso, dove mi attendono botte e grida.

D’un tratto i miei occhi sono attirati dalla sagoma di una nave, in lontananza. Posso vederne il profilo, vicino all’orizzonte, pur senza essere in grado di distinguerne i colori. Si muove con lentezza, o almeno questa è l’impressione che ne ricevo, qui a riva. Per un momento vorrei essere come quella nave. Vorrei essere capace di spostarmi a piacimento sulla liscia superficie blu delle acque, a stretto contatto con il cielo. Un cielo che pare quasi di poter toccare, tanto l’aria è limpida. Se solo potessi diventare un tutt’uno con l’acqua, lì davanti, e trasformarmi in una nave, potrei fondermi con quel magnifico blu e, ne sono certo, il rombo del tuono sarebbe costretto a smettere di importunarmi.

Continuo a camminare un altro po’, cullandomi con questi pensieri, finché il sole comincia ad assumere una colorazione ramata. È il crepuscolo autunnale che già si avvicina, a rapidi passi. Tra poco il sole sarà molto più basso e, in breve, inizierà a scomparire dietro le case e i condomini turistici, alle mie spalle. Devo sbrigarmi e iniziare a tornare sui miei passi, verso la mia automobile, per rientrare in città. Peccato, sarei rimasto lì a godermi la pace e la solitudine del mare, immerso nella pace autunnale, ancora a lungo.

* * *

Un altro giorno si fa strada, con lentezza, verso la mia mente. Vedo una luce pallida attraversare le fessure della persiana e spandere un chiarore quasi metallico nella mia camera da letto. Dopo essermi rivoltato un paio di volte, decido di alzarmi. Meglio muoversi, prima di udire i passi strascicati di qualche incubo in avvicinamento.

Dopo aver indossato una vestaglia, vado in soggiorno e apro appena la persiana, quel tanto da far entrare un po’ di luce nella stanza. Poi mi siedo sul divano e resto in attesa che i miei occhi si abituino al fioco chiarore che si spande intorno a me. Subito dopo, avverto una vibrazione. È il mio telefono. Mi segnala l’arrivo di qualche messaggio di testo o di qualche e-mail. Devo averlo lasciato acceso, durante la notte, e così lui non perde tempo a intasarsi di nuove notifiche, perlopiù inutili.

Quando gli occhi prendono confidenza con la luminosità della stanza, mi decido ad afferrare il telefono per verificare se per caso c’è qualche comunicazione alla quale è necessario rispondere subito. Scorro il dito, senza trovare nulla di rilevante. Sto per posare di nuovo il telefono sul divano, quando mi imbatto in una notifica inaspettata. Avvicino un po’ lo schermo alla faccia e leggo con attenzione. Con sorpresa, scopro di non essermi ingannato: si tratta di un messaggio di Elsa.

Elsa ha all’incirca la mia età. In realtà non gliel’ho mai chiesta, ma sono certo che più o meno sia quella. Ci siamo conosciuti qualche mese fa, in una delle rare occasioni sociali alle quali partecipo ancora. Si trattava del compleanno di un collega, al quale non ho potuto rifiutare di presenziare. Elsa se ne stava in disparte, scambiando occasionalmente qualche parola con gli altri ospiti e così, ad un certo punto, ci siamo ritrovati a parlare insieme. Ci siamo presto sentiti in sintonia, o almeno così pareva a me. Abbiamo portato avanti una bella chiacchierata su argomenti disparati, finché lei non mi ha annunciato di dover rincasare. Contrariamente alle mie abitudini, le ho domandato se le andasse di lasciarmi il suo numero telefonico. È così che siamo rimasti in contatto, dopo la festa. Ci siamo scambiati diversi messaggi, per poi decidere di incontrarci di persona. E poi l’abbiamo rifatto diverse volte, perché stavamo bene in compagnia l’uno dell’altra. Elsa si è sempre rivelata una persona piacevole e brillante. È per questo che ho sentito una fitta al cuore, quando ho visto il suo messaggio. Sono dispiaciuto di non averle risposto subito, ieri sera, quando è arrivato. Deve essermi proprio sfuggito, medito, scuotendo la testa.

Il messaggio dice: Ciao. Ti va se ci vediamo, uno di questi giorni?

Avrei voluto proporglielo io. Sorrido, senza quasi accorgermene, e rispondo: Certo! Che ne dici di incontrarci domenica, nel pomeriggio?

Invio la risposta e mi alzo, per fare finalmente colazione. Tengo il telefono accanto a me, nel caso lei dovesse farmi sapere subito se è libera. Nel frattempo, quasi soggiacendo ad un automatismo innato, comincio a riflettere. Mi torna in mente l’ultima volta che Elsa ed io abbiamo passato un po’ di tempo insieme. È stato qualche settimana fa. Abbiamo fatto una passeggiata in centro, in Piazza dei Signori. Lei non visitava Treviso da molti anni e così l’ho accompagnata a fare un giro turistico della parte vecchia della città. L’ha apprezzato molto, così come io ho apprezzato sinceramente la sua compagnia. Devo ammettere di averla trovata molto bella, tanto da aver provato il forte desiderio di farglielo notare.

Riaffiorano alla mia mente dei brani di conversazione di quel giorno, ma all’improvviso perdo il filo del ragionamento. Il telefono squilla ancora. Un altro messaggio di testo. Scorro rapidamente le notifiche: è Elsa.

Dice: Domenica pomeriggio va benissimo. Ci aggiorniamo domani per i dettagli. Ti lascio, intanto, un articolo interessante. Domenica mi dirai cosa ne pensi. Credo possa esserti utile.

Sono un po’ perplesso. Senza nemmeno leggere il titolo dell’articolo, digito: Benissimo, mi farà piacere rivederti. Leggerò senz’altro il testo che mi hai inviato.

Sto per posare il telefono sul tavolo, ma poi lo riprendo in mano e leggo il titolo dell’articolo: Il peso dei traumi infantili. Come l’infanzia plasma il nostro futuro.

Lì per lì, decido di mettere da parte tutto ma, un attimo dopo, cambio idea. Rileggo il titolo e, acceso il computer, apro l’articolo. L’ha scritto una psicologa con una lunga esperienza clinica. Devo dire di non aver mai avuto un buon rapporto con la categoria, specialmente da quando uno specialista a cui mi ero rivolto ha pensato bene di scomparire nel nulla, d’un colpo, senza farsi più sentire. Ad ogni modo, mi fido di Elsa. Se mi ha mandato l’articolo, significa che l’ha ritenuto valido. Probabilmente deve aver riflettuto su quanto ci siamo detti quel giorno di poche settimane prima. Pur senza scendere nei dettagli, le ho parlato di diverse mie esperienze dolorose del passato. Credevo si sarebbe spazientita, tra racconti di amori scriteriati e assurdi ma quasi mai corrisposti, di periodi di depressione nei miei anni di liceo, nonostante fossi uno dei primi della classe, e di un’infanzia non troppo felice. Invece mi sbagliavo. Elsa si è dimostrata attenta e solidale, esprimendosi sempre in modo intelligente. Non ho mai voluto ammetterlo, ma mi ha fatto sentire meglio aver parlato con lei.

È con questi pensieri che mi addentro nella lettura dell’articolo sui traumi infantili. Si tratta di un lungo pezzo, molto approfondito. Se lo stampassi, occuperebbe diverse pagine.

Inizio a leggere con scetticismo, ma esso si trasforma presto in interesse finché, d’un colpo, sento un suono molto forte che mi fa rizzare sulla sedia, tendendo tutti i muscoli.

No, non si tratta di un suono vero e proprio. È un suono dentro la mia mente. Come se una grande campana suonasse una lunga nota, continua e piena. Una nota che mi avverte di prestare attenzione, non perché ci sia un qualche pericolo, ma perché sto per entrare in contatto con una verità fondamentale.

Mi guardo intorno, rizzando tutte le antenne, e riprendo a leggere. Quando arrivo all’ultima riga, mi sento stordito. Stranamente, un sorriso mi si è stampato sulle labbra. Forse ci siamo. Forse comprendo, finalmente. Forse c’è una possibilità che io abbia individuato il tassello mancante. O meglio, forse l’ha individuato Elsa per me.

Mi alzo e inizio a passeggiare su e giù per la stanza, col cervello che va a tutta velocità. Una sensazione strana si impadronisce di me. Sento di esserci vicino. Sento che il giro di boa può essere a portata di mano. Non devo lasciarmelo sfuggire. Devo restare concentrato e non perdere di vista la boa. Devo farlo ad ogni costo. Il legame tra ieri e oggi è lì, davanti a me. Io devo solo allungare la mano e afferrarlo.

* * *

Un bambino si trova al centro della scena. Un bambino, la cui mente non è ancora formata. Un bambino, la cui mente può essere facilmente plasmata. Nel bene, ma anche nel male.

Un bambino incontra due adulti, i quali gli tengono compagnia, proprio al centro della scena, sotto la luce del riflettore. Si chiamano mamma e papà. Lui non sa molto di loro, in realtà. Sa soltanto che quei due adulti sono sempre insieme a lui e lo affiancheranno a lungo. Non sa che essi hanno il potere, tramite le loro azioni, di plasmare tutta la sua vita futura. Forse nemmeno loro ne sono consapevoli, ma ciò non diminuisce affatto il potere nelle loro mani.

E così, consapevolmente o no, usano quel potere. La madre è stanca o forse, semplicemente, non sa come gestire un bambino un po’ difficile. Crede che un bambino normale mangi qualsiasi cibo, senza fare storie. La stessa cosa, crede il padre. Anche lui è stanco e forse non sa come aiutare la madre. Per un motivo imprecisato, che il piccolo non riesce a comprendere, i due adulti stabiliscono che c’è un solo modo per affrontare un bambino che non vuole mangiare. Già, perché loro sanno che non si tratta di un problema intrinseco ed indipendente dalla volontà del bambino. Lui non vuole e così loro devono reagire. Devono farlo mangiare e, per raggiungere lo scopo, il padre lo conduce in una stanza dove, chiusa la porta, comincia a schiaffeggiarlo violentemente e a gridare. Poi gli ficca in gola il cibo. Lo fa per aiutare la madre. Lo fa per aiutare il bambino a mangiare.

E così, il bambino registra questa esperienza. Registra il terrore che si impossessa di lui quando viene trascinato nella stanza degli schiaffi e delle urla. Registra il suo corpo tremante, sotto i colpi. Registra il suo pianto isterico e fuori controllo. Registra le urla. Registra il cibo che gli entra in gola. Registra tutto e, lentamente ma inesorabilmente, si convince di una cosa: la felicità non esiste. Esiste soltanto il dolore. Il dolore di essere trattato in quel modo e di essere schernito davanti a tutti per qualcosa di cui non ha colpa.

Il bambino, ora, non è più un bambino. È un giovane adulto che ha vissuto senza avvedersi della nube oscura che incombe su di lui. Una nube che porta con sé il rombo minaccioso del tuono. Non sa, il giovane adulto, che la sua mente ha impostato tutta la sua vita secondo un semplice, quanto pericoloso, teorema. Il teorema recita: tu soffrirai e cercherai, giorno e notte, di ripetere l’esperienza di dolore vissuta quand’eri bambino e, allo stesso tempo, cercherai per sempre di riparare la tua infanzia violata.

Lui non lo sa, ma la sua mente sì. E così, senza averne il minimo sentore, passa da un dolore all’altro, anche quando si crede felice. Il tuono è sempre lì, al centro del suo cervello, pronto a deflagrare. Il giovane bambino cresciuto si innamora di ragazze e donne che lo maltrattano, lo sminuiscono e lo squalificano sempre di più. Sono passioni perlopiù brucianti, di un’intensità quasi insopportabile. Il maltrattamento che riceve è il premio tanto ambito dalla sua mente malata di dolore. In questo modo, attraverso passioni folli e autodistruttive, il giovane adulto può raggiungere nuovamente il dolore vissuto da bambino, ma non solo. Può ogni volta aumentarlo di intensità e, come un drogato nel pieno di una crisi di astinenza, può gettarsi come un pazzo alla ricerca di una sofferenza ancora più grande e maestosa.

La sua vita procede, dunque. Il bambino cresciuto inizia ad avviarsi verso la piena maturità dell’età adulta, dove lo attendono nuove e terribili sofferenze, frutto avvelenato degli schiaffi e delle grida piovutigli addosso nell’infanzia. Una sorta di smania autodistruttiva si impossessa di lui, portandolo sull’orlo del baratro. Un attimo prima di caderci dentro, lui si ferma. Non sa neanche il perché, ma si ferma. Seguita a porsi domande su domande, poiché sa di dover trovare il pezzo mancante, quello che gli consentirà di comprendere per quale ragione la sua vita abbia preso quella piega surreale, ma tragica.

E un giorno, grazie ad un messaggio giunto sul suo telefono in modo del tutto imprevisto, capisce. Trova il pezzo mancante e il rompicapo si compone, finalmente, sotto i suoi occhi increduli. Ora sa cos’è accaduto. Sa cosa deve fare. E lo fa, costi quel che costi.

* * *

Elsa si trova qui, di fianco a me. È domenica pomeriggio e siamo andati a vedere il mare. È bellissimo passeggiare e osservare insieme il pacifico paesaggio davanti a noi, colmo di un blu intenso, nel quale verrebbe voglia di immergersi, fino a sciogliersi nella sua limpidezza accecante.

Ho spiegato ad Elsa tutta la mia storia. Non le ho nascosto nulla. Né il rombo del tuono, né le botte, né le grida. Le ho raccontato le mie passioni dissennate e la mia deriva autodistruttiva, alle quali non ero in grado di opporre la benché minima resistenza. Le ho detto tutto, insomma. Le ho confessato anche che mi piacerebbe condividere con lei qualcosa di più di un saltuario pomeriggio domenicale o di qualche messaggio, più o meno sporadico. Ho concluso spiegandole di avere intenzione di affrontare i miei demoni, ora che so quali sono e da dove vengono.

“Vorrei fare tutto questo con te” le ho sussurrato, trattenendo il respiro.

Lei si è voltata a guardarmi e mi ha sorriso. È stata la cosa più bella che abbia mai visto in tutta la mia vita.

“D’accordo. Se è davvero questo che vuoi, lo faremo insieme” ha risposto.

Poi ci siamo fermati e abbiamo guardato il mare fondersi col cielo, all’orizzonte. L’abbiamo guardato, insieme. L’abbiamo guardato, felici.

Pubblicato da gchiarol

Autore di romanzi e racconti con Meligrana Editore

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