Parlare di malattia mentale – Perché dire: ‘Il dolore ti ha reso più forte’, è un’idiozia

Lo so. È estate, fa caldo, tutti volete andare al mare e fingere che ogni cosa vada bene, dimenticandovi di tutto e di tutti. Ciononostante, i disturbi mentali e le loro nefaste conseguenze non si esauriscono con l’estate o facendo un giro (magari bellissimo e rilassante) al mare. Adelante, dunque!

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“Questa esperienza drammatica ti ha reso più forte.”

“Se non avessi sperimentato tutto quel dolore, non avresti mai scritto un libro.”

“Senza quel trauma non saresti la persona consapevole che sei oggi.”

Quante volte queste frasi (o frasi con parole diverse ma uguale significato) echeggiano nelle orecchie, e soprattutto nelle menti, di tante persone che vivono, o hanno vissuto nel passato, immerse in gravi problemi mentali? Ve lo dico io: molte, a volte moltissime. Frasi, o interi discorsi, che veicolano quel tipo di contenuto sono decisamente frequenti. Forse vengono pronunciate in buonafede, anche se non sempre. Il punto, però, è un altro. Il punto è che, buonafede o no, esse rappresentano un errore e aumentano il dolore già vissuto da chi ha qualche disturbo mentale che gli ha rosicato via un pezzo importante di vita. Credo sia importante che, ad un certo punto, qualcuno si preoccupi di esprimere chiaro e tondo un semplice concetto: smettetela di dire cose del genere a chi, dopo aver manifestato e sperimentato problemi di disagio o vero e proprio dolore mentale, ha trovato il modo di superarli e ricostruirsi, pian piano, una vita. Smettetela, se non altro per rispetto verso queste persone e verso il loro viaggio da incubo nella solitudine siderale della malattia mentale.

Ma perché, qualcuno si domanderà, sono frasi tanto sbagliate? Cercherò di spiegarlo con la migliore chiarezza che mi riesce di trovare. Lo farò anche sulla base della mia esperienza personale, giacché ho sofferto di gravi disturbi mentali e queste frasi (o frasi simili) le ho sentite anch’io. Concetti simili a quelli che andrò ad esporre li potreste leggere o sentire su risorse in lingua inglese dedicate alla malattia mentale e alla depressione, ad esempio, ma non in quelle italiane, pressoché inesistenti.

Partiamo, dunque! Adelante!

L’ho scritto nella pagina dei ringraziamenti, nel mio ultimo libro. I demoni non si ringraziano. Mai. Preferirei milioni di volte non aver scritto una riga dei miei libri, ma essere stato bene mentalmente. Preferirei milioni di volte non aver mai iniziato a scrivere, ma essere stato libero da traumi, depressione, pensieri ossessivi, pensieri suicidi e tentativi di comunicare l’incomunicabile a chi mi stava intorno. Spero che, detto così, sia chiaro una volta per tutte.

Ne consegue che: no, tutto ciò non mi ha reso più forte; non mi ha reso una persona migliore; non mi ha dato una consapevolezza impossibile da raggiungere in altri modi.

E ancora: no, non avevo bisogno di tutto questo. Avevo bisogno di stare bene; di non essere traumatizzato da ciò che altre persone mi hanno fatto; di non vivere un dolore tale da voler morire pur di farlo smettere; di trovare qualcuno che ascoltasse ciò che avevo da dire, senza voler per forza giudicare o proporre soluzioni; di avere un posto sicuro dove poter parlare; di non vedere continuamente invalidate e squalificate le mie emozioni. Di questo avevo bisogno, non di un trauma, di giudizio, di squalifica e di un’esperienza che mi ha regalato anni di sofferenza della quale, a tutt’oggi, nessuno vuole sentir parlare.

Quindi, lo ripeto: no, non mi ha reso più forte, migliore o qualsiasi altra cosa. Chi sostiene che il dolore, anche il peggior dolore, sia necessario per donare non si sa quale eccezionale livello di consapevolezza e profondità umana, manca il punto. Il punto è: un bambino ha bisogno di vivere un’infanzia in un ambiente sicuro e protetto, non di sperimentare un trauma che gli rovinerà i successivi trent’anni di vita ma che, magicamente, poi gli consegnerà un nuovo se stesso, una persona migliore e più forte. Un ragazzo o un uomo hanno bisogno di vivere una vita il più possibile serena e tranquilla, magari in un ambiente nel quale sentirsi compresi e valorizzati, non di vivere anni nel dolore, al punto da volersi uccidere per non essere stati compresi nel momento più critico. Una persona qualunque ha bisogno di sentirsi dire: “Va bene, prova a farmi capire. Poi vedremo insieme se ci può essere una soluzione”, e non (a solo titolo di esempio): “Ti ho lasciato parlare soltanto perché non avessi più niente da dirmi.”

Lo ripeto per l’ennesima volta: tutto ciò che ho detto sopra, non mi ha reso più forte. Non è vero che tutto ciò che non ti uccide ti rinforza. Queste sono solo frasi vuote, usate per darsi un contegno di fronte a un mondo che vuole rimuovere dal proprio orizzonte la sofferenza e la morte. Queste sono frasi adatte a sminuire e a squalificare il dolore vissuto, magari per lunghi anni e in silenzio, da tante persone. È come dire: taci, di cosa ti lamenti, se tanto ora sei più forte, consapevole e migliore che mai?

Anzi, questo modo di esprimersi sembra sottintendere che dovresti ringraziare chi ti ha fatto tanto del male, altrimenti non avresti mai pubblicato un libro; altrimenti non avresti mai raggiunto questo livello di comprensione. Ovvi esempi di frasario con significato simile, possono essere: tutto accade per un motivo; se hai conosciuto quella determinata persona che ti ha fatto tanto male, è stato per poi renderti così forte; senza quel trauma nel tuo lontano passato di bambino, non sapresti ciò che sai oggi. Come se, per giungere ad un livello accettabile di profondità umana, fossero necessari traumi e incontri con persone desiderose di farci del male. Questo è un modo balordo e insensato di affrontare il mondo e, nello specifico, le persone che hanno avuto esperienze di malattia mentale.

Sappiatelo: ogni volta che dite a qualcuno frasi simili, gli provocate un gran dolore perché, così parlando, squalificate (per l’ennesima volta) il dolore che quella persona ha vissuto e che, con ogni probabilità, è arrivato vicino a rovinargli irrimediabilmente la vita.

Perché, invece, non dire qualcosa come: hai vissuto un gran dolore, ma sono contento che ora tu stia meglio? Oppure: se hai bisogno di condividere ricordi o sensazioni del tuo passato di dolore, fallo pure, se ciò ti aiuta ad alleggerirne il peso e a continuare a stare meglio. O ancora: il dolore profondo che hai vissuto non fa di te una persona peggiore; rende una persona peggiore solamente chi ti ha maltrattato. And so on…

Forse ora, almeno spero, il punto sarà un po’ più chiaro: non invalidare in nessun modo il dolore vissuto da qualcuno e non sottintendere che quel dolore era necessario per raggiungere fantomatici livelli di consapevolezza umana, impossibili da ottenere senza traumi e abusi. Se state pensando qualcosa del genere: dovrebbe ringraziare per tutto ciò che ha, invece, di raccontare quanto ha sofferto in quella o quell’altra occasione del passato, cominciate a modificare il vostro paradigma di osservazione del mondo. Cominciate, ad esempio, a dire: forse dovrei aiutarlo a esprimersi più liberamente, così sentirebbe che qualcuno lo ascolta con serietà e, forse, avrebbe un peso in meno. Cominciate a dire: sebbene non sia necessario, o sano, indulgere nella rievocazione del passato, è necessario, e sano, rielaborarlo, tenerne conto e, anche, parlarne per evitare che esso ritorni a colpire e a creare nuovo dolore, non solo a chi già l’ha sperimentato sulla propria pelle per anni, ma anche a chi circonda questa persona.

Pubblicato da gchiarol

Autore di romanzi e racconti con Meligrana Editore

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