Parlare di malattia mentale. Perché non farlo è un’idiozia

Premessa: com’è accaduto per qualche pezzo pubblicato in passato su questo sito, anche il seguente non contiene immagini. La ragione è la medesima dei casi precedenti: la volontà di far concentrare chi legge solo e soltanto sulle parole, perché sono solamente queste ad essere importanti, nel testo seguente.


Oggi parlerò di un argomento che, come si deduce dal titolo, non è direttamente legato ai libri e alla scrittura. In effetti, però, nei miei libri si parla spesso di situazioni di dolore mentale e problemi connessi, quindi non mi allontano troppo dagli argomenti che ho trattato nel corso delle mie quattro pubblicazioni.

Inizierò col parlare di una situazione che non riguarda me personalmente, ma che credo possa tornare utile per esemplificare cosa può accadere quando l’insensibilità generale prende il sopravvento.

Come sa bene chi mi conosce, e come forse può aver intuito qualche lettore più o meno saltuario di questo sito, amo i Pink Floyd e la mancanza di remore di Roger Waters nel dire ciò che deve dire, a qualsiasi costo. Ebbene, Waters perse il padre quando era ancora piccolo, nel lontano 1944. Chi conosce i Pink Floyd lo sa benissimo, ma per chi non appartenesse a questa categoria (ma non è mai troppo tardi per recuperare) due parole sono necessarie. Dunque, Eric Fletcher Waters muore durante le drammatiche operazioni seguite allo sbarco inglese ad Anzio, in Italia. Questo evento ha segnato tutta la vita del figlio e gli ha procurato, oltre a non pochi problemi, lo stimolo per tutti i suoi testi che straripano, spesso e volentieri, di dolore. Qual è il punto? Il punto è che c’è gente in giro che, credendo di fare una cosa intelligente, insulta Waters perché, alla sua veneranda età (ha ben superato i 70 anni), piange ancora la morte del padre, che non ha mai potuto conoscere, sfruttandola a fini commerciali.

A questo punto, trascuriamo per un momento le mille e una risposta che si possono efficacemente opporre a simili idiozie e trascuriamo pure il fatto che Waters non è certo l’unico ad aver tratto spunto dal proprio inestinguibile dolore personale per alimentare la propria arte. A proposito, qualcuno conosce un certo Edvard Munch, per caso? Uno che ha dipinto ossessivamente, decine di volte, La bambina malata raffigurante la sorella Sophie, morta ancora adolescente?

Ma arriviamo al punto che mi preme. Per evitare il diffondersi di comportamenti idioti come quello (ma è soltanto un esempio tra i molti) nei confronti del bassista dei Pink Floyd, bisogna una volta per tutte convincersi che non parlare di malattia mentale è un’idiozia pericolosa. Così come si parla del fatto che una persona, che so, soffre di tachicardia, bisogna parlare del fatto che una persona soffre, che so, di una malattia mentale. È fondamentale ficcarsi dentro la testa che il termine malattia mentale non deve creare uno stigma sociale e non è un termine dispregiativo. Io, da scrittore, conosco bene il peso e l’importanza delle parole e non lo ripeterò mai abbastanza: prestate attenzione a come parlate e a come scrivete, specie su mezzi sempre più pericolosamente diffusi come Facebook e Twitter, dove l’irriflessività generale sembra costituire una sorta di opzione gratuita sempre presente. Le parole pesano, a volte anche più di una coltellata e, una volta che le avete pronunciate, non è facile come credete ritrattarle.

Per dare il buon esempio (e anche perché credo che, forse, a qualcuno possa essere utile sentirlo) parlerò brevemente della mia esperienza personale.

Recentemente, dopo un lungo (troppo lungo, forse) tempo di incomprensioni, sofferenza e autodistruzione, ho scoperto di soffrire di una malattia mentale che si è mangiata quasi dieci anni della mia vita, senza contare tutte le difficoltà che mi ha creato prima di questo periodo. Lo sospettavo da tempo, ma la certezza è arrivata solo di recente, insieme a una serie di benefici che mi stanno facendo finalmente sentire molto meglio.

Ho sperimentato un dolore inestinguibile, giorno e notte, la depressione, l’ansia e, per non farmi mancare nulla, pensieri ossessivi. Sono andato vicinissimo al suicidio. Questo non per fare uno sciagurato elenco di disgrazie, ma per sottolineare che, quando affronto l’argomento del dolore mentale, so di cosa parlo. Ho incontrato incomprensioni gravi con alcune persone, (alcune per colpa mia, altre per responsabilità d’altri) che hanno ingigantito molto la mia sofferenza e peggiorato gli effetti della mia malattia mentale. Ma ho seguitato, seppure a scatti e in modo non sempre lineare, a non chiudere del tutto la porta al dialogo. Ho tentato, a volte con una sola persona rimasta ad ascoltare, di non chiudere del tutto il muro intorno a me (un muro simile a quello che Pink, il protagonista di The Wall, costruisce inesorabilmente intorno a sé). Ho seguitato a pormi domande e a fare ricerche, finché non ho incontrato, per vie certamente traverse, la malattia mentale di cui ho sofferto per così tanto tempo.

Cosa mi propongo di dire con tutto questo lungo discorso? Che bisogna smetterla di considerare in modo dispregiativo il termine malattia mentale; che bisogna preoccuparsi di come si usano le parole; che bisogna preoccuparsi di fare attenzione alle persone che si conoscono, siano essi familiari o meno, e domandarsi se possano avere qualche problema di troppo quanto a salute mentale; che, in una parola, di salute, benessere e malattia mentale si può e si deve parlare. Bisogna evitare che altri soffrano in silenzio, come del resto anch’io ho fatto a lungo, perché non trovano il coraggio di esprimere ciò che hanno in testa, nel timore di essere etichettati e giudicati nei modi più strani e dolorosi (sì, ne so qualcosa e perciò ne parlo senza reticenze). Certo, magari è utile parlarne senza dimenticare a casa un po’ di tatto e il rispetto dovuto, in generale, ad un’altra persona, ma il punto è parlarne. Fare in modo, insomma, che una persona possa dire liberamente: sì, io soffro (oppure ho sofferto) di una malattia mentale che mi ha provocato questo e quello e, se è questo il caso, ho cominciato a venirne fuori in questo e quest’altro modo.

Parlare liberamente di malattia mentale, così come si parla liberamente di una tachicardia o una tosse. Tra l’altro, ma nessuno ne parla mai, il silenzio nel quale si sentono spesso confinate le persone che soffrono di malattie mentali o comunque di condizioni neurologiche particolari, ha un elevatissimo costo sociale ed economico. Quanto costa, infatti, in termini sociali, avere una schiera di persone che smettono di socializzare, di parlare e di vivere normalmente per paura di essere giudicate pesantemente dai propri familiari o amici e di perderne la fiducia? Quanto costa, in termini economici, avere una schiera di persone che lavorano male per via della propria condizione mentale oppure che non ci riescono più, a lavorare, perché ciò che hanno in testa, semplicemente, glielo impedisce? Un costo enorme, senza parlare di quello in vite umane nei casi di suicidio. Il suicidio, lo dice il WHO (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) è una delle cause di morte quantitativamente più gravi, nel mondo. Qualche anno fa era classificata al secondo posto, in tutto il pianeta.

Dunque, so che queste mie parole rischiano di sprofondare nel vuoto e nel rumore di fondo del mondo attuale, nel quale lo spazio per la riflessione e la ponderazione sembrano in via di estinzione, ma ciò non mi vieta di provarci ugualmente. Provarci e dire: parlate di malattia mentale, parlate di benessere mentale e dolore mentale. Documentatevi e ponetevi domande, mentre con un occhio osservate con un po’ più di attenzione quel vostro familiare o amico che sembra essere oppresso da qualcosa e sembra sempre sofferente. Evitate, insomma, di fare ciò che si fa abitualmente e cioè non fare nulla per timore di non sapere quali parole dire, per timore di fare del male a qualcuno per aver tirato fuori argomenti delicati come questi. Il più delle volte si fa del male non parlando, oppure parlando senza riflettere prima di aprire bocca, in realtà.

E, se concordate con le mie parole, potete condividerle dove volete. Potrebbe essere, o forse sono io ad illudermi, un piccolo contributo ad alzare il velo su un argomento spinoso ma fondamentale da affrontare.

Pubblicato da gchiarol

Autore di romanzi e racconti con Meligrana Editore

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