La breve storia dell’umanità perduta

Un giorno, in un luogo piuttosto squallido e nel quale era impossibile sentirsi a proprio agio, lei disse: “Che senso ha fantasticare su qualcosa che, tanto, in ogni caso, non avverrà mai? Per quanto tu ci pensi, ciò che desideri non si realizzerà mai.”

Lui, affranto oltre ogni dire, la guardò di sfuggita negli occhi, domandandosi dove avesse sbagliato.

Poi, dopo qualche attimo, distolse lo sguardo. Non era in grado, infatti, di sopportare la vista di quegli occhi che lo trafiggevano, dietro un’espressione che chiunque altro avrebbe definito gentile e benevola. Lui, però, sapeva che non c’era traccia di gentilezza, ora, in lei. Glielo si poteva leggere nitidamente negli occhi e nella piega del sorriso, che ormai lui conosceva tanto bene. Perfino il movimento delle sue mani dalle dita smaltate di viola comunicava una cosa sola: la bontà di lei era finita, esattamente come accade ad un telefono quando la dannata batteria, d’un tratto, si esaurisce.

Lui disse soltanto: “Sì, ho capito.”

Quel ‘Sì, ho capito’ non significava che lui approvasse le parole di lei. Significava solamente la comprensione che raggiungere l’umanità nascosta dentro di lei, gli era semplicemente impossibile. Forse lei non era nemmeno umana, dopo tutto.

La risposta giusta alla domanda di lei sarebbe stata un’altra domanda. Questa: come posso, io, spiegarti come funziona l’umanità, se tu non la possiedi? E quindi: come farti capire che è una caratteristica propria dell’essere umano il sogno, anche quando esso appare irraggiungibile? Come farti capire che il contatto umano non fa del male a nessuno?

Lui non disse nessuna di queste cose, per una ragione tanto semplice quanto letale. Non ne possedeva la forza.

Lui capì che, quand’anche l’avesse trovata da qualche parte, dentro di lui, a nulla sarebbe servita. Non è possibile far diventare umano chi non lo è. E così, lui seguitò a restare umano. Troppo umano. Lei seguitò a restare disumana. Troppo disumana. E nessuno dei due poté mai comprendere l’altro. Questa è, forse, la cosa peggiore che possa accadere a due persone umane destinate, un giorno, a scomparire per sempre. Si sa, però, che l’opinione dello scrittore non conta molto, nel mondo d’oggi (e forse nemmeno in quello di ieri). Lo scrittore è solamente un povero creatore di storie che tenta di farsi ascoltare da un’umanità troppo presa dalle strida della propria quotidianità. Lo scrittore, spesso, è una voce nel vuoto. Lo scrittore è, insomma, uno che non sa fare altro, se non fantasticare su cose che, tanto, non accadranno mai.

E così, concludendo il ciclo e riaprendolo allo stesso tempo, ci ritroviamo ancora una volta, un giorno, in un luogo piuttosto squallido e nel quale era impossibile sentirsi a proprio agio, dove lei disse…

Pubblicato da gchiarol

Autore di romanzi e racconti con Meligrana Editore

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