Intervista a me stesso. Tra libri, delirio e vita vissuta.

L’intervistatore entra e prende posto. Un minuto dopo entra e prende posto anche lo scrittore. Dopo un rapido scambio di battute durante il quale lo scrittore chiarisce di non poter garantire di dire sempre la verità, l’intervistatore gli domanda il perché di questa affermazione così seccante.

“È semplice” spiega lo scrittore, senza scomporsi. “Ogni volta che ho promesso di dire la verità, poi sono finito in qualche guaio perché la gente non è mai pronta ad ascoltarla, la verità. Soprattutto quando la richiede a gran voce da qualcuno.”

L’intervistatore scuote la testa, sconsolato, ma ormai non può più disdire l’intervista altrimenti per contratto non prenderà un soldo bucato. Ha inizio, così, il botta e risposta, tra qualche reciproco timore dei due presenti, l’intervistatore e lo scrittore.

Cominciamo con una domanda semplice: perché lo fai?

– Perché faccio cosa?

L’intervistatore alza gli occhi al cielo.

Come sarebbe cosa? Perché scrivi, no?

– E questa sarebbe una domanda facile?

L’intervistatore inizia a sacramentare.

Tu rispondi sempre alle domande con altre domande?

– Dipende. Solo se l’intervistatore non è abbastanza bravo e non si capisce dove vuole andare a parare.

L’intervistatore continua a sacramentare, pensando che magari sarebbe preferibile intervistare qualcun altro.

Dunque, mi vuoi dire perché scrivi o no?

– Va bene, va bene. Scrivo per combattere i miei demoni. O meglio, per combattere un demone in particolare.

Un demone?

– Esatto. Il demone mi invade il cervello e non riesco più a liberarmene. Mi avvelena l’anima e la vita fino a rendermi impossibile concentrarmi su qualsiasi cosa. Quindi va a finire che sono costretto a scrivere.

Uhm. Un demone. Puoi spiegarti meglio?

– No.

L’intervistatore riprende a sacramentare, seguito a ruota dall’intervistato.

Senti, se dobbiamo fare questa maledetta intervista devi collaborare. D’accordo? Anzi, dobbiamo collaborare tutti e due. Possiamo farlo, così da venire a capo di questa faccenda e far leggere qualcosa di sensato ai disgraziati che si imbatteranno in queste domande e risposte?

– Sì, certo. Forse se collaboriamo è meglio. Allora, come procediamo?

Il demone. Dimmi qualcosa su di lui.

– O lei.

Uhm. Sì, o lei. In effetti il demone potrebbe anche essere legato ad una donna. Dunque?

– Dunque, quando un uomo soffre in modo inspiegabile, al punto da avvertire una sorta di veleno dentro il cervello, c’è sicuramente di mezzo una donna. Lo dicono perfino i grandi scrittori.

O anche più di una donna, volendo. E poi, se lo dicono i grandi scrittori, dobbiamo fidarci.

– Uhm. Beh sì, anche più di una. Comunque i grandi scrittori dicono anche una marea di stronzate, a volte. Giusto per chiarire.

Lasciamo perdere i grandi scrittori, per ora. Nel tuo caso si tratta di una donna sola o di più d’una?

– Pensavo di rispondere: di una sola. Poi, un secondo fa circa, ho cambiato idea. Risponderò così: si tratta di una donna, ma poi se n’è tirata dietro un’altra e, come corollario, ce ne sono almeno un altro paio che hanno avuto un certo ruolo, al riguardo.

Aspetta un momento. Mi gira la testa. Una donna, ma poi se ne incrociano altre tre?!

– Sei tu che hai voluto realizzare l’intervista e sapere del demone, mica io! Comunque sì. Una donna. E un’altra a giocare i ruoli fondamentali. Lascia perdere tutto il resto, altrimenti ti gira la testa.

Quindi due donne. Meglio evitare ulteriori deviazioni, per il momento, hai ragione. Chi è la prima donna?

– No.

Cosa no?

– Non ho intenzione di dirti nome, cognome, vita morte e miracoli di lei.

Dimmi cosa puoi rivelare, allora.

– Temevo una domanda simile.

Sei tu ad aver tirato in mezzo le donne, mica io! Ora vuoi spiegarti, per favore?

– Hai ragione. Avrei dovuto saperlo. Dunque, vediamo. Lei è A., una donna conosciuta molti anni fa. Cos’altro vuoi sapere?

L’intervistatore alza gli occhi al cielo. Raramente gli è capitato un osso tanto duro, insomma qualcuno che non capisce le domande fino a questo punto. Oppure fa finta di non capirle deliberatamente.

Voglio sapere come c’entra la donna, questa A., nella faccenda del demone e della scrittura.

– È abbastanza semplice, tutto sommato. Il demone ha fatto sì che io sia precipitato in un gorgo inestricabile di sofferenza a causa sua e non sia più riuscito ad uscirne del tutto. Ho fatto molti sforzi in tutte le direzioni, ma non è stato possibile districare la matassa in modo completo e così, un bel giorno, ho deciso di cominciare a scrivere, nel tentativo di sfogarmi e buttare fuori almeno una parte del male che mi porto appresso ovunque.

E ci sei riuscito?

– A fare cosa? Ah, lascia perdere questa domanda. Dunque, a scrivere ce l’ho fatta nonostante mille dubbi e talmente pochi lettori da ritenere di scrivere solo per me stesso. A sfogarmi e a rendere più semplice il percorso alle mie cervella, ce l’ho fatta molto poco. Non è così facile rendere interessante la scrittura di uno come me, che non parla di argomenti tanto leggeri e da ombrellone. Non so se mi spiego.

Ti spieghi, sì. Vuoi dire che i tuoi libri non sono adatti ad essere letti sulla tazza del water, in scioltezza, ma richiedono una certa presenza umana e letteraria da parte di chi legge. Giusto?

– Ecco, sì. Un po’ brusca come spiegazione, per un intervistatore della tua esperienza, però sì, hai centrato la questione. I miei libri non vanno bene per il water.

Procediamo a partire da qui, dunque. Per chi sono adatti, i tuoi libri?

– Uhm. Sempre domande facili, vero? Ah va bene, andiamo oltre. Non voglio polemizzare. A chi sono adatti, vediamo: a chi ha delle turbe psichiche, probabilmente; a chi conosce qualcuno con delle turbe psichiche; a chi ama la storia, ma non quella, troppo spesso noiosa, studiata a scuola; a chi non ama le storie dove il politicamente corretto predomina su tutto; a chi ama sapere che l’autore è attento alla fluidità del testo e alla sua chiarezza (io non amo intrattenere i lettori con rebus complicati ed astrusi per capire quello che dico); a chi non sopporta le ingiustizie…

Fermiamoci un momento, per favore. Quindi nei tuoi libri si parla d’amore e anche di storia?

– Sì. Si parla d’amore perché l’amore c’entra sempre. Volenti o nolenti, non possiamo eliminarlo dal nostro orizzonte. Si parla di storia perché anche questa non possiamo cancellarla dal panorama. Se vogliamo capire come e perché viviamo in un mondo fatto proprio in questo modo, dobbiamo rifarci alla storia e saperla rendere viva. La storia può essere molto interessante, a patto di ricordarci che è piena di vita. Non stiamo parlando di un ferrovecchio da relegare in un angolo, in attesa di tempi migliori.

Come si fa spesso a scuola, insomma.

– Un momento. Non vorrei sembrare quello che spara a zero sulla scuola. Mia moglie è insegnante e ho conosciuto io stesso diversi insegnanti, nel corso del tempo. La scuola è l’istituzione più importante che ci è rimasta, anche se ormai l’unico impegno della società civile è quello di distruggerla. È un’idiozia, un po’ come segare l’albero sul quale si sta seduti. Come cittadino e come scrittore, la scuola è sempre uno dei miei primi pensieri. Senza una scuola funzionante, siamo condannati all’estinzione in breve tempo. È esattamente la direzione che il mondo sta prendendo. Quindi, tornando alla domanda, sì è vero: la scuola troppo spesso riesce a rovinare l’insegnamento della storia. Anche la mia esperienza da studente è stata analoga, ma bisogna ricordare che fare diversamente non è facile e anche chi la insegna ha ricevuto la stessa formazione dei suoi studenti. Bisogna, però, fare un passo più in là e provare a fare qualcosa di diverso. Credo che questo sia fondamentale. Io con i miei libri, nel mio piccolissimo ambito privo di visibilità, ci ho provato e ci provo.

Quindi sei molto legato alla scuola.

– Come ho detto, per me è un’istituzione fondamentale. So che è utopia per uno scrittore che non è nessuno, ma mi piacerebbe un giorno che i miei libri fossero letti nelle scuole, magari generando un dialogo tendente ad andare al di là dell’ovvio che banalizza il mondo ogni giorno. Sono lieto anche quando scopro che qualche insegnante ha letto un mio libro ma, come ho detto, qui siamo nell’ambito dell’utopia. Io non ho un supporto particolare alle spalle che mi consenta di far conoscere a molte persone i miei libri e quindi mi devo accontentare di un numero ridottissimo di lettori. Non posso arrivare oltre, ecco, anche se mi piacerebbe molto.

Cos’altro ti piacerebbe, in relazione ai tuoi libri?

– Che avessero dei lettori, ovviamente. Ma, come spiegavo prima, proprio questa è la parte irraggiungibile per chi opera nel mondo della piccola editoria. Sarei lieto di sapere se quello che scrivo è apprezzato oppure no, ma la realtà è che solo una o due persone al massimo mi danno una loro impressione. In effetti, io non ho idea se ciò che scrivo è apprezzato oppure no. Scrivo prevalentemente per me stesso. Mi tengo la grande soddisfazione di aver potuto pubblicare dei libri ben curati e scritti con l’anima, ma l’incontro tra questi testi e il mondo esterno per me è avvolto nel buio. Nessuno viene a dirti se gli è piaciuto o no il tuo libro, se non sei un autore con la fortuna di avere un editore bello grosso.

E l’amore? Cosa pensi dell’amore, visto che ne hai scritto nei tuoi libri?

– Mi limito a dire che c’è un’idea troppo banalizzante dell’amore, nel mondo. Solo in rari casi l’amore è romanticismo e frasi mielose. L’amore è quotidianità e già la quotidianità esclude il 98% del romanticismo, proprio perché non siamo in grado di immaginare un mondo in cui trovi posto qualcosa di nobile ed elevato. E poi l’amore può anche trasformarsi in una condanna, in certi casi. L’amore può diventare qualcosa di distruttivo, che avvelena. Nessuno, però, sembra volerne prendere atto. Nessuno vuole affrontare la complessità delle questioni, che siano relative all’amore o a qualsiasi altro argomento. Forse sarebbe ora di invertire la rotta, prima che sia troppo tardi.

Troppo tardi per cosa?

– Per evitare di schiantarsi a terra, fracassandosi tutte le ossa.

Scriverai ancora o ti fermerai?

– Non lo so. Ho due testi inediti pronti e completi, ma non so se vedranno mai la luce. In una realtà come questa nella quale, dopo che hai scritto e pubblicato un testo non ne sai più nulla, a volte ti poni il dubbio: vale la pena di insistere? Vale la pena di pubblicare libri, se poi non riesci a convincere a leggerli nemmeno le persone che conosci? Beh, non lo so. Al momento posso soltanto dire che ho altri due testi inediti chiusi nel cassetto. Vedremo.

Si possono conoscere almeno i titoli dei due testi?

– Sì, ma niente di niente riguardo alla trama. Titolo uno: La scomparsa di Luciano Engelmann. Titolo due: Delirium – Cronaca di un’ossessione

C’è qualcosa di particolare che vorresti dire a chi leggerà questa intervista?

– L’unica cosa che posso dire è: leggete! Non volete leggere i miei libri? Leggete quelli degli altri, ma leggete. E non limitatevi ai grandi editori che, come sempre, se la giocano tra di loro con pubblicità, recensioni sui giornali e librerie di loro proprietà nelle quali mettono in vendita quello che vogliono loro. Leggete anche chi una recensione non l’avrà mai, perché l’editore non ha i mezzi per mandare via copie gratuite ai giornalisti. Non abbiate paura e leggete.

Manca un’ultima questione da affrontare: l’altra donna. Prima, riguardo al demone, hai sostenuto che c’è una seconda donna. Puoi dirmi qualcosa di lei?

– Hai ragione. C’è un’altra donna, in effetti, e non è la meno importante tra le due. Lei è L. Senza di lei io non starei qui a parlare con te e non avrei scritto nessun libro. Quindi è decisamente la più importante, tra le due. Il veleno, pur esistendo e risultando pericoloso come tutti i veleni che si rispettino, non può essere l’elemento più rilevante dell’equazione. C’è, quindi, ben altro oltre al veleno, ma le cose non funzionano come nei film. In essi, il protagonista si accorge che nel mondo non c’è solo il tragico e volta pagina, come se esso non fosse mai esistito. Come se esso non avesse mai avuto un posto nella realtà. Nella vita vera, non è così. Il tragico resta, ti danneggia, ti fa male e convive con il bello. Purtroppo non lo si può eliminare, soprattutto quando è un tragico che non collabora per venirti incontro, ma anzi fa di tutto per farti stare ancora più male, perché sembra essere questo il suo unico, dannato scopo. Ciò non toglie che il bello continui ad esistere, però. E quindi lei, L., c’è sempre ed è lì col suo sorriso, nonostante magari abbia voglia di darmi una botta in testa, in quel momento. Un sorriso che illumina i suoi occhi, portando un tocco di levità e di grazia in ogni cosa.

Bene, a questo punto dichiaro chiusa l’intervista. Lo scrittore ha qualcosa da dichiarare, prima di mandarla in mondovisione?

– Sì: finalmente l’intervista è finita e l’intervistatore se ne torna da dove è venuto. Ah già, ancora una cosa: grazie a quanti hanno letto fino all’ultima riga di questo surreale botta e risposta!

Pubblicato da gchiarol

Autore di romanzi e racconti con Meligrana Editore

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