86 – terzo incipit da La donna che attendeva il crepuscolo

Urlare, mentre nessuno ti sente. La mascherata della Morte Rossa. Chiedere aiuto.

86, tratto da La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)

Questo terzo racconto non richiede molte parole di presentazione, in effetti. È un racconto da leggere, più che da discutere. 86, il più breve tra i cinque racconti che compongono La donna che attendeva il crepuscolo, rappresenta una sorta di istantanea scattata inquadrando una mente in preda al dolore per un amore finito male. Si tratta di un’istantanea vista dal di dentro, in cui la voce narrante è la stessa persona che vive la situazione e lo stile di scrittura si discosta anche di molto rispetto agli altri racconti, proprio per marcare la differenza insanabile tra questo testo e gli altri.

Non ci sono spiegazioni particolari, non si sa nulla di quanto è accaduto prima e non si sa nulla di quanto, esattamente, avverrà dopo. Il punto del racconto è, almeno nelle intenzioni, mostrare il dolore mentale ‘allo stato solido’, senza mediazioni di alcun genere; il punto è mostrare quanto l’amore possa trasformarsi in una condanna, in certe condizioni, nonostante la narrazione dominante voglia sempre mostrarci il lato romantico e sdolcinato di questo sentimento. L’amore, però, non si lascia ingabbiare facilmente in definizioni e stereotipi, a dispetto del continuo tentativo di ricondurlo su binari ordinari e banalizzanti.

Ecco dunque, senza aggiungere altre parole, l’incipit di 86:

Sono un folle. Sì, folle! Soltanto un folle può scrivere lettere che non saranno mai lette. Lettere che non giungeranno mai a destinazione. La persona cui sono indirizzate non scorrerà mai tra le mani i fogli di queste lettere.

Lettere. Tante. Ho perso il conto, ormai. A occhio e croce, posso supporre siano almeno una decina, ma forse – forse – sono molte di più. Potrebbero essere anche una trentina, oppure ottantasei. Già, ottantasei. Perché no? Ottantasei è una bella parola. Suona bene. Ottantasei. Lo senti com’è completa, in sé stessa? Non ha bisogno d’altro. Ottantasei. Né troppo lunga, né troppo corta. Quant’è, ottantasei? Un bel pacco di fogli, pieno di tante belle parole. Belle. Parole. No, non belle. Parole, incise in lettere che non saranno mai lette, non possono essere belle. Dunque, non sono belle. Ma sono tante.

Sono vuote. Ecco, sì, vuote. Questo, sono: vuote. Ottantasei e vuote. Parole, destinate a cadere nel nulla di un immenso buco nero dal quale sarà impossibile uscire, come ogni buco nero che si rispetti. Un buco nero ingoiante e fagocitante. Scrivo le mie parole vuote per le mie ottantasei lettere, ingurgitate dai bit della memoria fisica del disco rigido. Ingurgitate e mai più risputate fuori. Chiuse lì dentro, asettiche, ad attendere un campo magnetico capace di soffiarle via per sempre, come se non fossero mai state scritte. Come se le mie dita non avessero mai premuto questi dannati tasti. Come se la mia mente, distrutta, non avesse mai partorito le mie ottantasei lettere vuote.

Dover dire qualcosa ma sapere già, ancora prima di averlo pensato, che il destinatario non riceverà mai il mio pensiero. Tutto ciò schiaccia il cervello e tutto l’essere umano dentro di me. Umano? Non lo so più, in realtà. Di umano, in me, ormai è rimasto davvero molto poco. Non un granché, ecco. Un essere umano poco umano, schiacciato da ottantasei lettere vuote.

Come uscirne? Non se ne esce. Ricordi il buco nero ingoiante? Ecco, da quello è impossibile uscire. Assolutamente, mia cara.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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