Non omnis moriar – incipit del primo racconto tratto dal libro La donna che attendeva il crepuscolo

In the villa of Ormen

in the villa of Ormen

stands a solitary candle

in the centre of it all

in the centre of it all

your eyes

david bowie, blackstar

Il mio nuovo libro uscito la scorsa settimana, La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020), è composto da cinque racconti scritti nel corso degli ultimi tre anni. Come già anticipato qualche giorno fa, il libro costituisce un viaggio nel lato oscuro dell’amore attraverso storie e stili abbastanza diversi tra di loro. Ciascuno di questi cinque racconti presenta uno sbocco differente poiché un amore segnato da aspetti non sempre luminosi e brillanti non implica necessariamente sempre una conclusione ovvia o banale.

Con questo primo pezzo, dunque, vado ad introdurre il testo che apre il libro. Il racconto è intitolato Non omins moriar (in latino significa: non morirò del tutto) e, tra le sue varie fonti di ispirazione, ci sono lo scrittore danese Stig Dagerman e il musicista rock David Bowie. Sebbene non siano gli unici punti di riferimento del testo, vorrei citarli perché chi avrà occasione di leggere l’intero racconto si accorgerà subito del nesso tra questi due nomi e il mio testo.

David Bowie nel video del brano Blackstar

Nel brano omonimo del suo ultimo album Blackstar, inciso subito prima della morte, David Bowie parla, infatti, di un personaggio di nome Ormen. Si tratta indubbiamente di uno strano nome. Esso ha, con tutta evidenza, origini letterarie dato che non si tratta di una parola inglese. A questo proposito, lo scrittore danese Stig Dagerman pubblicò il suo primo romanzo nel 1945, mentre il mondo era ancora sconvolto dalla guerra, e lo intitolò proprio Ormen. Il romanzo non è stato mai tradotto in italiano ma è possibile leggerlo nell’edizione inglese col titolo The snake (Il serpente). Senza entrare nei dettagli del romanzo, basti dire che il serpente (Ormen) di cui parla Dagerman ha a che fare con la paura e la depressione che fagocita la vita. È, in sostanza, quanto accade al protagonista del libro e allo stesso autore. Dagerman, infatti, si suicidò il 5 ottobre 1954 a soli 31 anni, vinto anch’egli dal medesimo Ormen di cui parlava nel suo primo romanzo: la depressione.

Non è certamente un caso, dunque, che David Bowie abbia voluto citare Dagerman e Ormen in Blackstar, il suo ultimo album realizzato quando già sapeva che di lì a poco sarebbe morto. Non sapremo mai con precisione cosa Bowie volesse intendere attraverso la citazione di Ormen, ma il legame con Stig Dagerman pare decisamente plausibile.

Anche nel mio racconto Non omins moriar, nel quale l’atmosfera notturna e il colore nero sono ovunque, comparirà un misterioso personaggio avvolto da un mantello, anch’esso nero, il quale si presenterà alla voce narrante come Ormen. Ed ora, come promesso nel titolo di questo pezzo, passiamo all’incipit del racconto. Chi, invece, è curioso di sapere qualcosa di più sull’oscuro Ormen, troverà la soluzione all’interno del libro La donna che attendeva il crepuscolo, appena pubblicato da Meligrana Editore.

NON OMNIS MORIAR

Partenza

Fu durante una delle mie crisi più oscure che finii a vagabondare, errando nella notte e senza una meta precisa, nei dintorni della mia abitazione. Ogni cosa mi rimbombava nel cervello, con una possanza inaudita. Non ero in grado di riprendere il controllo di me stesso. I pensieri parevano bombardarmi e mi trafiggevano ogni volta in modo diverso, ma sempre più efficace, man mano che i secondi ticchettavano inesorabilmente. La notte, oscura al punto da sembrare in procinto di inghiottire ogni cosa, rappresentava il perfetto controcanto al tumulto della mia mente in subbuglio. Mi era impossibile riportare su binari anche solo vagamente ordinari le mie elucubrazioni sovreccitate. Tutto, e intendo dire davvero ogni singolo elemento della mia vita, implodeva davanti ai miei occhi, risucchiato in un immenso buco nero dalle dimensioni stellari.

L’unica cosa che riuscii a fare fu mettermi in cammino. Uscii dunque da casa, diretto non si sa dove. Non me ne importava. L’unica cosa che contava era muovermi, allontanarmi dalla mia abitazione e sperare, tramite quel movimento convulso ma privo di meta, di giungere in qualche posto migliore di quello attuale. Non era un programma altisonante, lo so, ma era l’unico che la mia mente fosse in grado di concepire, in quei momenti.

Mi avviai lungo la strada che si dipartiva da casa mia, nel buio della notte. Non rammento l’ora, a dire il vero. So soltanto che il buio regnava sovrano, intorno a me. C’era solo la luna, ad illuminare parzialmente la via, ma la mia mente allucinata non se ne diede per inteso per lungo tempo. Essendo privo di una meta precisa, non feci altro se non vagabondare lungo le strade quasi deserte, lì in collina, pur di allontanarmi da casa e tornarci più tardi possibile.

Dopo un tempo impossibile da quantificare, giunsi nei pressi di un punto panoramico, in corrispondenza di una curva verso sinistra. Da lì si poteva godere di una vista abbastanza ampia sulle colline intorno, costellate qua e là di piccoli puntini chiari, ad identificare le poche case illuminate nella notte. Lasciando scorrere lo sguardo mi resi conto della presenza, più in alto, sempre sulla sinistra, di una grande casa che non avevo mai notato in precedenza; aveva l’aspetto di un piccolo castello, almeno stando al profilo che si poteva intuire, nonostante l’oscurità e gli alberi che la circondavano come numerose sentinelle di guardia.

Sebbene i pensieri seguitassero a ricordarmi la mia crisi irreversibile, sperimentata subito prima dell’uscita di casa, constatai con sorpresa come la visione della misteriosa dimora in mezzo al bosco, sopra di me, attirasse inesorabilmente la mia attenzione. Qualcosa mi richiamava in quella direzione, pur non sapendo esattamente cosa. Dopo qualche attimo d’incertezza, mi risolsi a procedere innanzi, nel tentativo di individuare una possibile via d’accesso al piccolo castello appena avvistato.

Fu così che, dopo pochi minuti di cammino, vidi chiaramente, alla luce lunare, un sentiero che si discostava dalla strada, salendo lungo il medesimo versante della collina sul quale si trovava il castello. M’inerpicai senza indugio, notando con piacere che il percorso era ben segnato e riconoscibile, nel mezzo della boscaglia. Soltanto una volta ebbi un’incertezza, ma mi ripresi in fretta, individuando rapidamente la direzione corretta lungo la quale proseguire la salita.

Ogni tanto alzavo gli occhi per verificare se la misteriosa casa si vedesse finalmente un po’ meglio ma, con mio grande nervosismo, dovetti riconoscere di non riuscire a scorgere più di qualche guglia o di qualche finestra, che inquadravo qua e là. Non mi restava altro da fare se non procedere innanzi, nella speranza che l’obiettivo della mia camminata non si trovasse troppo lontano.

Procedetti lungo il sentiero nel bosco per molto tempo, tanto da domandarmi, a un certo punto, se mai sarei riuscito a giungere nei pressi del castello. Mi venne perfino il dubbio che, forse, il sentiero portasse in tutt’altra direzione. Fui preso da una grande meraviglia quando, d’improvviso, mi ritrovai fuori dal bosco e davanti a me osservai il possente muro di cinta, intorno al piccolo castello cercato con tanto zelo.

La luna faceva capolino a tratti tra le nuvole, consentendomi di inquadrare qualche dettaglio in più. Potei così rilevare che il castello, all’esterno, era illuminato soltanto da un paio di luci fioche, poste subito sotto il tetto. Due torrette, una a ciascun angolo dell’edificio, chiudevano la facciata che avevo davanti. Esso era completamente immerso nell’oscurità, fatta eccezione per due finestre sulla sinistra, all’ultimo piano, vicino a una delle torrette.

Mentre ancora il mio sguardo scorreva qua e là, lungo la facciata del castello, mi colpì l’assurdità di quella situazione. Mi trovavo dinanzi a quel piccolo edificio, nel bel mezzo della notte, senza la più vaga idea di chi vi abitasse; inoltre non sapevo nemmeno come avrei potuto giustificare il fatto di trovarmi lì, qualora avessi individuato un campanello o un batacchio da qualche parte, per segnalare la mia presenza ai suoi abitanti. Stavo ancora rimuginando su quei dubbi, mentre il cervello non smetteva di gettarmi addosso, alla rinfusa, scorci di me stesso immerso nella crisi di non molto tempo prima, quando adocchiai la vaga sagoma di una porta di legno, a qualche metro da me. Feci i pochi passi che mi separavano da essa con molta circospezione, quasi nel timore di disturbare qualcuno con un rumore di troppo, finché mi trovai finalmente davanti alla porta. Si trattava di una banale porta di legno, con una maniglia di scarso pregio. Nessuno stemma, nessuna targa con inciso sopra un nome. Allungai una mano per afferrare la maniglia, ma l’improvviso e inatteso nitrito di un paio di cavalli mi fece fare un balzo indietro, mentre il cuore batteva all’impazzata. Il nitrito sembrava provenire dall’interno del castello. Dopo qualche attimo i cavalli si acquietarono, mentre io non ero più così certo di voler saggiare nuovamente quella maniglia. Nonostante una forte indecisione mi attanagliasse il cervello, mi risolsi infine a tentare di aprire la porta. Allungai la mano, afferrai la maniglia e la spinsi verso il basso, trattenendo il respiro. La porta si aprì senza difficoltà. Strano che non fosse chiusa a chiave, annotai con rapidità, mentre sgusciavo all’interno del castello.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

3 pensieri riguardo “Non omnis moriar – incipit del primo racconto tratto dal libro La donna che attendeva il crepuscolo

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