Gli italiani d’Austria durante la Grande Guerra, una storia quasi dimenticata.

Quando si parla di italiani in guerra sul fronte orientale solitamente si pensa sempre alla seconda guerra mondiale e alla ritirata dalla Russia. Qualcuno preferisce dimenticare che gli italiani erano stati mandati lì da Mussolini e che combattevano al fianco dei nazisti, ma questa è un’altra storia.

Una storia, invece, costantemente dimenticata è quella degli italiani d’Austria durante la prima guerra mondiale sul fronte orientale. Una storia che, tra l’altro, mostra in modo clamorosamente chiaro quanto la propaganda governativa italiana fosse costituita da pure e semplici invenzioni adatte a far presa sul grande pubblico, per coprire i veri scopi imperialistici verso i Balcani della guerra.

La vicenda degli italiani d’Austria durante la Grande Guerra ha finalmente attirato, negli ultimi anni, l’attenzione di diversi storici e gli studi sul tema iniziano ad essere più numerosi, facendo almeno in parte terminare il colpevole oblio nel quale l’esperienza di questi italiani era stata gettata per molti decenni.

L’aquila bicipite austriaca, uno dei simboli dell’Impero austro-ungarico

Ecco, dunque, qualche cenno su questo pezzo di storia dimenticata o quasi. L’Impero d’Austria-Ungheria era, com’è noto, multinazionale e comprendeva, quindi, numerose nazionalità e lingue al suo interno. Ciò che è meno noto, forse, è l’esistenza di una minoranza italiana di cittadini austro-ungarici. Si trattava di persone nate in Austria-Ungheria, e quindi cittadini imperiali a pieno titolo, ma di origini italiane. Spesso, infatti, portavano nomi italiani e parlavano la lingua italiana. L’italiano, infatti, era una delle lingue ufficialmente riconosciute dalle autorità austro-ungariche e la minoranza italiana era altrettanto ufficialmente riconosciuta, potendo contare anche su propri parlamentari a Vienna. A questo proposito, si possono citare due nomi divenuti famosi, per motivi molto diversi, di parlamentari austro-ungarici italiani a Vienna: Cesare Battisti e Alcide de Gasperi (sebbene i loro percorsi siano stati divergenti in ogni particolare).

Nel 1914, dunque, scoppia la guerra e l’Impero combatte contemporaneamente contro i russi e contro i serbi, a oriente. All’inizio per gli italiani d’Austria le difficoltà sono legate alle tipiche tragedie della guerra: una moltitudine di persone, perlopiù di estrazione contadina, viene sbalzata dalle tranquille vallate del Tirolo (allora il Trentino non esisteva, ovviamente) alle desolate lande della Galizia, sul confine russo. Poi, però, le cose peggiorano quando nella primavera del 1915 il Regno d’Italia decide di rompere gli indugi e scende in campo contro l’ex alleato austro-ungarico, col quale era in vigore un’alleanza (seppur traballante, per certi versi) fin dal 1882, rinnovata ogni anno.

È a questo punto che la situazione si fa molto complicata, per gli italiani riconosciuti come cittadini austro-ungarici. Le autorità dell’Impero, infatti, si fanno subito diffidenti nei loro confronti, temendo una presenza numerosa di irredentisti. Questa paura della quale le autorità, soprattutto militari, austro-ungariche non si libereranno mai, sarà sostanzialmente infondata e frutto più che altro della propaganda martellante del governo italiano in tema di irredentismo. È proprio per timore che gli italiani in divisa austro-ungarica non combattano con sufficiente determinazione, che essi vengono mandati in massa fare la guerra in Galizia, sul confine russo. Il timore delle autorità, infatti, è che gli italiani avvertano troppo fortemente la tentazione di disertare.

Soldati austro-ungarici sul fronte orientale

Inizia così, per molti italiani cittadini imperiali l’odissea della guerra a migliaia di chilometri da casa. Sul fronte russo finiscono la maggior parte degli italiani residenti in Tirolo e anche a Trieste. Essi, bersagliati dalle condizioni allucinanti della vita di trincea (peggiorate notevolmente dal clima durissimo del fronte orientale) ma anche dalla diffidenza di molti superiori e compagni d’armi, combatteranno una guerra perfino più complicata di molti altri, senza dimenticare che gli ordini venivano generalmente impartiti in tedesco, lingua che molti di loro non conoscevano. Nonostante ciò, gli italiani combattono facendosi onore soprattutto perché, a dispetto delle idee delle autorità, avvertono l’Impero come la loro casa e vogliono rappresentarlo degnamente nell’esercito. A questo proposito, vi sono anche testimonianze di italiani d’Austria che manifestano sentimenti anti italiani, dichiarando il proprio impegno a far vincere il conflitto alla Duplice Monarchia.

Distruzione sul fronte orientale

La storia di queste persone, però, diventerà spesso una vera e propria odissea, specie per coloro che saranno fatti prigionieri dai russi. Qui, infatti, oltre alle condizioni di vita molto dure, saranno anche sottoposti nuovamente a pressioni ideologiche quando, dopo il 1916, le autorità del Regno d’Italia daranno il via, d’accordo con l’alleato russo, ad un programma per far rientrare in Italia come liberi cittadini gli italiani che avessero accettato di riarruolarsi nell’esercito italiano per combattere i loro ex compatrioti. La missione italiana risulterà alquanto caotica ma, in sostanza, abbastanza fallimentare e non solo per motivi burocratici ed amministrativi. Uno dei motivi principali di insuccesso, infatti, risiederà proprio nella fedeltà all’Impero austro-ungarico da parte di una buona parte degli italiani detenuti nei campi russi. Solo una minima parte, infatti, sposerà la causa italiana.

A questo proposito va detto che per diversi di coloro che scelsero di rientrare in Italia le delusioni erano dietro l’angolo. Se, infatti, in Austria-Ungheria c’era una diffidenza marcata verso gli italiani, la stessa cosa valeva anche nel Regno d’Italia, dove si sospettava che questi italiani non si sarebbero rivelati politicamente affidabili. Ed ecco, quindi, svelato, uno dei più grandi inganni della propaganda italiana: per invogliare i giovani ad arruolarsi si calcava molto la mano sulla questione dei fratelli italiani intrappolati dentro i confini austro-ungarici e che attendevano di essere finalmente liberati ma, poi, quando questi stessi fratelli entravano in Italia, diventavano spie, nemici, finti italiani. Gente da guardare con sospetto, insomma, e da emarginare quanto prima.

Per gli altri italiani, quelli che avevano scelto la fedeltà alla Duplice Monarchia, si apriva la strada dell’incertezza, invece. Quando, infatti, l’impero asburgico si ritroverà dalla parte degli sconfitti, nell’autunno del 1918, gli italiani dovranno affrontare un’odissea infinita per rientrare in Italia, compiendo un viaggio che li porterà ad attraversare buona parte del globo, prima di giungere a destinazione. Alcuni di loro, ad ogni modo, faranno perdere le proprie tracce in Russia, ricostruendosi una famiglia lì e, a volte, entrando nelle milizie dell’esercito bolscevico per combattere contro i resti dell’esercito zarista durante la rivoluzione del 1917.

In conclusione, per coloro i quali riescono a rientrare in Italia dopo mille peripezie, ci sarà da fare i conti con la realtà dell’Italia disastrata del dopoguerra, ma anche con la diffidenza enorme da parte dei ‘veri’ italiani. Una diffidenza che comporterà la chiusura nel silenzio da parte dei reduci italiani in divisa austro-ungarica e la cancellazione quasi completa della loro memoria. Essi erano stati troppo italiani per le autorità asburgiche e diventavano, ora, troppo austriaci per quelle italiane e, quindi, doppiamente inaffidabili. A mettere una pietra tombale sulle possibilità di accettazione della loro memoria di guerra, poi, ci penserà il fascismo nascente che, dopo breve tempo dopo l’armistizio, prenderà ovunque il sopravvento. Un oblio, quello degli italiani che avevano combattuto dalla parte ‘sbagliata’, che dura ancora oggi, sebbene come detto all’inizio, si stiano finalmente aprendo degli spiragli positivi grazie al lavoro di diversi storici della prima guerra mondiale e che, si spera, potranno forse ampliarsi ancora.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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