Due storie a distanza di cent’anni una dall’altra, ma qual è quella più datata e quale quella più recente?

Ho affrontato recentemente la questione del perché esistano ancora ampi motivi per parlare di Grande Guerra oggi. Indubbiamente uno di questi motivi è: quanto poco è cambiato da allora.

Poche righe, allora, saranno sufficienti a rendere l’idea. Per dare un esempio chiaro a chiunque, qui sotto ciascuno potrà leggere due estratti che raccontano di altrettanti fatti accaduti in epoche diverse: uno nel 1920, subito dopo la prima guerra mondiale; l’altro nel 2019, come dire ieri. Volutamente non inserisco le fonti dalle quali sono tratti i due pezzi. Come distinguere, quindi, l’episodio risalente a cent’anni fa da quello più recente? Ancora una volta non bisogna mai stancarsi di tornare alle origini, spiegando cos’è stata la Grande Guerra di un secolo fa, passata a due passi dalle case di molti di noi.

Martedì 19 ottobre, più o meno alle 3 del pomeriggio, nel piccolo villaggio di Çay, vicino a Çanakkale (in Turchia), Ferhad (età 7 anni), un bambino muto, corre verso i suoi amici, gesticolando con grande eccitazione riguardo una granata che ha appena trovato nel cimitero. Un gruppo di 8 bambini segue Ferhad per esaminare la granata. Il diciassettenne Ismail, che ha portato con sé un’ascia, si posiziona sopra la granata e la colpisce. La conseguente esplosione lo uccide sul colpo, insieme a Hüseyn, figlio di Mehmed, e ferisce gravemente altri 5 suoi amici. Ismail e Hüseyn sono sopravvissuti alla guerra, ma essa li ha uccisi ugualmente.

E. e N. hanno 9 e 10 anni. La guerra si è portata via la loro infanzia in un secondo.
E. viene da un villaggio della Valle del Panshir. Stava giocando in un campo vicino a casa quando ha raccolto da terra un oggetto che è esploso poco dopo. Suo padre, poco dopo l’esplosione, lo ha portato al nostro ospedale di Anabah, dove gli abbiamo fornito le prime cure.
Una volta stabilizzato, lo abbiamo trasferito a Kabul. Per colpa di quel “gioco sbagliato”, E. ha perso l’occhio destro; sulla mano sinistra sono rimaste solo due dita e il suo corpo è ricoperto di ferite ad alto rischio di infezione.
Per questo motivo, ogni volta che viene medicato deve essere portato in sala operatoria: lì, sotto sedazione, ci prendiamo cura del suo corpo martoriato.
Anche N. è stato colpito da uno di quegli ordigni vigliacchi. È arrivato, anche lui insieme a suo padre, da un villaggio della provincia di Herat, vicino al confine con l’Iran. Ha perso entrambi gli occhi, il naso, parte della mandibola. Addome, braccia e gambe contano innumerevoli ferite

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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