La risposta trovata in un libro. Storia di un uomo e del suo percorso accidentato verso la comprensione.

Tutto ciò che devia dalla linea ristretta e cosiddetta normale rende gli uomini prima curiosi e poi cattivi.

stefan zweig, l’impazienza del cuore

Accade, a volte, di cercare una risposta a tutti i costi. Una risposta dalla quale sembra dipendere tutta la tua vita. Una risposta alla quale uno sente di non poter rinunciare, altrimenti il suo equilibrio mentale e umano vacilla pericolosamente. In certe circostanze la vita presenta simili momenti e non c‘è niente da fare: o si identifica una risposta che l’istinto (prima) e il ragionamento (poi) certificano come valida oppure ci si rovina la vita.

Sembra forse impossibile ma quando, a dispetto di tutti gli sforzi profusi nel cercar di capire; nell’immedesimarsi nel punto di vista dell’altro per carpirne i moventi; nel tentar di vedere il mondo con gli occhi di un’altra persona le cui azioni ti risultano incomprensibili; ecco, in quel momento in cui fai tutti gli sforzi del mondo ma non riesci proprio a capire, eppure comprendi con la chiarezza e la forza del tuono che da questa stessa comprensione dipende ogni cosa, inizia il lento ma inesorabile processo col quale ti rovini la vita. Sì, non afferrare la risposta al perché proprio quella persona abbia assunto un preciso comportamento che ti ha causato tanto dolore, può distruggere. Certo, c’è chi può passarci sopra, può soprassedere senza tanti problemi, ma non tutti. Alcuni non possono farlo. Alcuni sono condannati alla necessità di scovare una risposta da qualche parte e finché non la trovano, seguitano inarrestabili a cercare ad ogni ora del giorno e della notte perché da ciò dipende la loro vita e, più precisamente, la loro sanità mentale.

Passano gli anni, dunque, e anche questo può apparire strano, può dare adito a sospetti giacché, inevitabile come la morte, giunge il quesito tanto stupido quanto impossibile da risolvere. Qualcuno, infatti, o probabilmente più di qualcuno, inizierà a domandarsi e a domandare: “Ma perché non pensi a qualcos’altro? Perché non ti distrai?”

Già, perché non pensare ad altro, perché non distrarsi? Impossibile offrire una replica efficace. A chi si arrovella nello strenuo tentativo di indovinare la risposta che determina la ragione di tanto dolore avvertito nell’intimo del proprio animo, la domanda suona inevitabilmente sciocca. Se potessi pensare ad altro e distrarmi – così uno pensa tra sé – tutto sarebbe magicamente risolto e non esisterebbero più problemi di alcun genere. Eppure, la domanda individua un punto dolente: perché autodistruggersi per trovare una risposta che sfugge continuamente non appena sembra di averla tra le mani, quando si potrebbe fare altro? Ma ecco che subito torna la consapevolezza. Cristallina e nitida come tutte le consapevolezze che si rispettino, ecco che appare di nuovo davanti agli occhi. Inutile insistere nel trovare argomentazioni logiche per rispondere a qualcosa di intimamente emotivo. Per un problema emotivo, ci vuole una soluzione che stia sul medesimo piano. Quando si ha la febbre, non si intima imperiosamente alla febbre di andarsene al diavolo perché abbiamo altro da fare. No, quando si ha la febbre si assume il farmaco adatto per farla andare via. Qui (chi l’ha vissuto lo sa perfettamente) è lo stesso. La necessità di trovare una risposta, la stessa risposta che la persona provocatrice di tanto dolore non vuole assolutamente darci, non si manda via dicendo: “Stupida fissazione di individuare una risposta, vattene! Ho altro da fare, io!”

Agire in questo modo sarebbe semplicemente da sciocchi. Se si vuole mandar via questa necessità che fagocita ogni cosa, bisogna trovare il rimedio corretto e, purtroppo, in questo caso il rimedio può constare solamente, appunto, in una risposta. Ma poiché la persona incriminata non la vuole fornire, occorrerà andare a cercarla altrove, la maledetta risposta, e il tragitto da compiere sarà inevitabilmente molto, molto più lungo e tortuoso.

Trascorrono gli anni, dunque, e un giorno un uomo (sì, proprio quello che si sta dannando l’anima per individuare la risposta che nessuno gli può, o vuole, dare) si ritrova a passeggiare tra gli scaffali di una grande libreria. L’uomo è sempre stato un grande lettore ed è, poi, diventato anche uno scrittore, sebbene non di quelli famosi. Insomma, egli vaga su e giù per la libreria. Ogni tanto prende in mano un libro, lo osserva davanti e dietro. Poi procede oltre, tanto ha già un paio di volumi in mano e ogni volta che entra in una libreria deve sforzarsi per non portarsene a casa una trentina, di volumi.

Ad un certo punto, quest’uomo tormentato (anche lì in libreria, infatti, la sua mente sovreccitata continua a cercare senza sosta la famosa risposta) passa accanto agli scaffali di uno dei reparti che solitamente frequenta di meno e, proprio su quello posto più in basso, è attirato dall’ultimo libro a destra. Si tratta di un romanzo di uno dei suoi autori preferiti. Un romanzo che egli non ha mai sentito nominare, prima. Dunque, incuriosito, si accuccia e tira fuori il libro. Ne osserva il titolo, lo soppesa, ne valuta la trama. Indubbiamente, pensa l’uomo, questo romanzo possiede qualcosa di interessante e non solo perché l’autore è uno tra i suoi preferiti. C’è qualcosa di indefinibile ad attrarlo verso il libro, sebbene egli stesso non sia in grado di definire esattamente cosa.

A questo punto, l’uomo si è quasi deciso ad acquistare il libro ma poi gli sovviene un pensiero: “Ho già molti libri arretrati, a casa, e anche oggi in libreria già ne tengo sotto braccio un altro paio… non posso acquistarne altri!”

E così, con un po’ di titubanza, l’uomo rimette giù il libro nello scaffale in basso, sulla destra, dove l’ha trovato. Dopo averlo riposto, riprende a camminare su e giù per la libreria ma il pensiero di quel libro abbandonato lì continua a non lasciarlo tranquillo. È così che l’uomo non si decide ad andare a pagare i libri che ha in mano e continua, incerto, ad aggirarsi tra gli scaffali degli altri reparti. Ogni tanto la spina di quel pensiero torna a visitarlo e allora si dirige nuovamente una, due, tre volte presso quello scaffale in basso, si accuccia e tira fuori ancora l’ormai noto libro individuato in precedenza. Alla fine, stanco di quel vagare e di tutta quell’incertezza, l’uomo prende una decisione: acquisterà il libro. E così, per l’ultima volta, torna davanti al ben noto scaffale, si accuccia ed estrae dall’angolo a destra il volume che ormai conosce tanto bene. Qualcosa, in quel libro, lo attira irresistibilmente e lui sa bene che, quando un libro chiama misteriosamente, bisogna rispondere al suo richiamo.

L’uomo, dunque, torna a casa e mette via i libri appena acquistati. Non leggerà subito quel romanzo che in modo tanto strano ha attirato la sua attenzione, in libreria. Deve finire altri libri, prima. E poi, a dire il vero, insieme all’attrazione sente anche un certo timore reverenziale nei confronti di quel libro. Dopo averne letta la trama, infatti, l’uomo ha pensato: “Decisamente interessante, sì, ma potrebbe farmi soffrire…” e così, per il momento, lo mette da parte.

Le cose, come chiunque sa, possono instradarsi lungo percorsi molto tortuosi. Anche pazzamente tortuosi, a volte. Accade, così, che il nostro uomo continui la sua vita tra alti e bassi, ma sempre tormentato irriducibilmente dalla sua domanda senza risposta e, nel frattempo, passino più di un paio d’anni. Anni a volte molto difficili, durante i quali l’urgenza di individuare la sua risposta si fa ancora più stringente.

Poi, mentre sta lavorando all’uscita di un suo libro, all’improvviso sente qualcosa nella sua mente. È come se il libro, proprio quel libro, d’un tratto lo chiamasse. Molto strano, pensa l’uomo. Sono passati più di due anni da quando l’ho comprato e finora non ho mai sentito nulla di particolare. Eppure, tendendo meglio l’orecchio, l’uomo avverte distintamente il richiamo: “Sono qui che ti aspetto” dice tranquillamente, con voce piana ma sicura, il libro “perché non vieni a leggermi? È giunto il momento di incontrarci.”

A dire il vero l’uomo è un po’ perplesso ma poi conclude: “In fondo che male c’è a leggere proprio quel libro? D’altronde sarebbe scortese ignorare un invito educato come il suo.”

E così l’uomo va nello scaffale dove sa di aver posato il libro, lo estrae, si siede e comincia a leggere. Un gran libro, si vede subito. Il romanzo lo coinvolge fin dalla prima pagina e lo stile di scrittura dell’autore, uno dei suoi preferiti, non lo delude nemmeno stavolta. Man mano che legge, l’uomo avverte una strana sensazione: è come se il libro producesse dentro di lui delle strane risonanze. Ancora non gli è chiaro il motivo per cui le avverte, ma capisce che sta accadendo qualcosa. Poi, poco oltre la metà del libro, l’uomo si blocca e capisce. Il libro, scritto un centinaio d’anni prima, parla di lui! Certo, i personaggi sono diversi, vivono in un mondo che oggi non esiste più e attraversano situazioni e circostanze molto diverse da quelle vissute da lui, ma non ci sono dubbi sul fatto che il libro parli di lui! Ciò che sperimentano i personaggi ha esattamente le medesime caratteristiche di ciò che ha vissuto lui; la dinamica umana e la psicologia della situazione descritta nel romanzo sono esattamente le stesse che ha attraversato lui. E così, finalmente, capisce! Dopo molti anni durante i quali quella persona, quella che l’ha fatto tanto soffrire, non ha mai voluto dargli una parola di spiegazione, l’uomo capisce, finalmente. Ha trovato la risposta a lungo cercata in ogni dove, giorno e notte. La risposta, incredibilmente, stava proprio in quel libro, spiegata con parole cristalline, sebbene applicata a personaggi e circostanze parzialmente diverse.

L’uomo, infine, si alza dal divano sul quale si era accomodato per leggere il suo libro e inizia a camminare lentamente su e giù per la stanza. Riflette. Si passa una mano tra i capelli, si accarezza una guancia sulla quale avverte qualche rigido pelo di barba e quasi non crede alle parole che ha appena letto. L’autore del libro, che lui ha sempre amato profondamente, sembra aver scritto proprio per lui quel romanzo. A distanza di circa cent’anni si è formato un ponte tra due uomini, due autori, due lettori. E, naturalmente, un ponte tra i personaggi del romanzo e un uomo che vive cent’anni dopo di loro. Un ponte che, finalmente, ha spalancato le porte della comprensione nella mente dell’uomo.

“Ecco perché le cose sono andate così” seguita a meditare fra sé.

“Ecco perché lei ha fatto quello che ha fatto, ormai molti anni fa” scandisce ad alta voce l’uomo, sebbene non ci sia nessuno in casa a sentirlo.

“Il dolore non può essere cancellato ormai, e nemmeno il ricordo” dichiara l’uomo, che ora si sente un po’ più tranquillo, sebbene una certa inquietudine ancora lo pervada, come sempre accade nei momenti di grande comprensione e di conseguente grande turbamento. “Eppure, adesso almeno so perché. Posso dire di aver finalmente capito qual era il punto e, cosa non meno rilevante, di aver capito lei.”

La risposta, come spesso accade, si trovava proprio dentro un libro. Quel libro che l’aveva richiamato in modo tanto strano e cortese più di due anni prima.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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