Il dovere della memoria sui crimini fascisti. Cent’anni fa l’incendio del Narodni Dom a Trieste.

Sono trascorsi cento anni esatti. Il 13 luglio 1920 accadeva uno dei più gravi fatti di sangue che portarono all’affermarsi del fascismo in Italia: l’incendio del Narodni Dom, a Trieste.

Il Narodni Dom (noto anche come Hotel Balkan) in una foto d’epoca

Non si può certo dire che sia un fatto noto ai più e questo è senz’altro un motivo in più per parlarne. Per comprendere a fondo l’importanza di questo evento, bisognerebbe spiegare a fondo la storia di Trieste partendo almeno dai primi anni del Novecento, quando era una città austro-ungarica. Cercherò, per ovvie ragioni di spazio, di dare un quadro sommario della questione, per poi arrivare ai fatti del Narodni Dom.

Trieste, dunque, era diventata una delle più importanti città dell’Impero d’Austria-Ungheria, tanto che alcuni la soprannominavano addirittura ‘la piccola Vienna’. La città, come del resto tutto il territorio imperiale, era multietnica e multinazionale. L’Impero austro-ungarico, infatti, era una sorta di contraddizione politica, amministrativa e sociale vivente. A differenza di qualsiasi altro stato dell’epoca, riuniva sotto la corona degli Asburgo una serie di stati molto diversi tra loro, ciascuno dei quali manteneva alcune strutture politiche e amministrative indipendenti (fino a un certo punto, ovviamente). Le ‘stranezze’ austro-ungariche proseguivano con la lunga lista delle lingue e delle nazionalità ufficialmente riconosciute nell’Impero. Tra esse figurava anche quella italiana. Ebbene sì, gli italiani erano una nazionalità ufficiale dell’Impero, la lingua italiana era anch’essa una delle lingue ufficiali e gli italiani avevano i loro parlamentari a Vienna (si possono citare, a questo proposito, due nomi divenuti illustri: Cesare Battisti e Alcide de Gasperi).

Anche a Trieste, dunque, si respirava un’aria di multinazionalità sebbene, come in altre zone del territorio imperiale, non mancassero le teste calde e, di conseguenza, gli scontri tra visioni politiche diverse e nazionalità diverse. Ad ogni modo, come prevedeva la struttura politica e sociale della Duplice Monarchia, a Trieste convivevano un folto gruppo maggioritario di italiani, suddivisi tra i cosiddetti italiani d’Austria (ovvero cittadini imperiali a tutti gli effetti, ma di origine e lingua italiana) e i cosiddetti regnicoli (ovvero cittadini del Regno d’Italia che risiedevano o lavoravano a Trieste), una numerosissima minoranza slovena (tra gli slavi c’era anche un numero molto minore di croati) e, naturalmente, la minoranza tedesca. Vi erano, com’è logico, anche altre minoranze ma queste erano senz’altro le più significative.

In questo clima multinazionale, dunque, la città di Trieste era diventata un grande centro economico con un porto fiorente. Nel frattempo, ciascuna nazionalità godeva di pari diritti con le altre e poteva disporre di organizzazioni, enti, giornali e scuole nella propria lingua. Tutto ciò sopravvisse, bene o male, fino al novembre del 1918, quando l’armistizio tra l’Impero degli Asburgo e il Regno d’Italia sancì quello che era divenuto evidente da almeno qualche mese: l’implosione e la conseguente sparizione dalle carte geografiche della potente Duplice Monarchia.

Quando gli italiani entrarono a Trieste, città che costituiva l’obiettivo della guerra italiana secondo le direttive della propaganda governativa fin dal 1915, le cose cambiarono per sempre. Accanto alla fuga precipitosa di quasi tutta la minoranza tedesca che costituiva il ceto amministrativo della città, fuggirono anche una grossa parte degli sloveni, i quali approdarono nel neocostituito Regno SHS (Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). Ma non finì qui. Gli italiani, nuovi padroni della città, manifestarono subito tendenze nazionaliste di tipo estremistico e, spesso, terroristico. In breve, gli italiani misero subito in chiaro, fin dai primi giorni, che tutto ciò che non era italiano avrebbe dovuto sparire per sempre da Trieste. Tre anni e mezzo di guerra totale, con 650 mila morti, avevano prodotto il frutto avvelenato di un nazionalismo intriso di tendenze violente e radicali. Queste tendenze, di lì a pochissimo, si sarebbero trasformate nel fascismo vero e proprio.

È dunque in questo clima surriscaldato e violento, nel quale gli italiani si producono continuamente in vessazioni e vere e proprie persecuzioni contro tutto ciò che non è italiano, che si giunge ai fatti del Narodni Dom. Fin da subito la comunità triestina più bersagliata dai nuovi padroni fu quella slovena. Dopo la Grande Guerra si scatenò, da parte dell’Italia e soprattutto a Trieste, una specie di guerra santa contro tutto ciò che era slavo e, in modo particolare sloveno.

Siamo, dunque, giunti per sommi capi al 13 luglio del 1920. Non dimentichiamo che la guerra è finita con la firma dell’armistizio vicino a Padova il 3 novembre 1918. Esso entra in vigore ufficialmente ventiquattro ore più tardi, nel pomeriggio del 4 novembre (fatto che, per inciso, causò la morte di molti altri soldati da entrambe la parti). Il conflitto, quindi, si è chiuso circa un anno e mezzo prima e i suoi strascichi si fanno sentire pesantemente. Il clima in città è pesante. Dal giorno dell’armistizio gli italiani sono impegnati nel tentativo di far sparire ogni traccia della presenza slovena a Trieste (senza dimenticare che l’italianizzazione forzata colpì anche i tedeschi dei quali, solitamente, si parla poco). Al Narodni Dom (la Casa del popolo degli sloveni) si trova, in un bel palazzo progettato da un famoso architetto, la sede delle organizzazioni slovene della città. Già da qualche tempo, mentre le tensioni tra italiani e sloveni, alimentate dalle squadre armate del nuovo fascismo nascente, salgono sempre di più, uno dei caporioni italiani, Francesco Giunta, parla di appiccare il fuoco al Narodni Dom. I fatti del 13 luglio, in effetti, lasciano pensare ad un’aggressione premeditata sebbene siano presenti alcuni punti mai chiariti nella dinamica degli eventi.

Il Narodni Dom in fiamme

La sera del 13 luglio gli squadristi guidati da Giunta assalgono il Narodni Dom e lo incendiano. Il fuoco divampa facilmente e l’intero edificio è in breve tempo in preda alle fiamme. Hugo Roblek, un farmacista e alpinista che si trova all’interno del Narodni Dom, si getta dalla finestra per non essere divorato dalle fiamme, schiantandosi sul selciato. Aveva quarantasei anni. Anche la moglie si getta fuori subito dopo, ma sopravvive miracolosamente.

Nel frattempo gli squadristi impediscono ai pompieri di avvicinarsi per domare le fiamme. A questo proposito va ricordato che il Narodni Dom era presidiato da più di quattrocento militari ma nessuno di loro riuscì ad impedire l’ingresso degli assalitori nell’edificio. Essi, indisturbati, girarono per le sale versando benzina e appiccando il fuoco in tutta tranquillità. Inoltre, i clienti e i dipendenti all’interno dell’edificio, quando uscirono dalla porta sul retro furono accolti dagli stessi assalitori che li presero a bastonate. I militari di presidio rimasero a guardare per tutto il tempo.

Alla fine della serata del Narodni Dom non restò che un rudere annerito dalle fiamme.

Quanto accaduto cent’anni fa a Trieste sotto gli occhi di militari, polizia e popolazione civile è uno dei più gravi fatti sanguinosi commessi dal fascismo nascente in Italia, dopo mesi di attentati e intimidazioni contro civili e organizzazioni slovene a Trieste. La città, infatti, a dispetto del passato multinazionale austro-ungarico, diventò subito un laboratorio all’avanguardia (e a cielo aperto) del nuovo fascismo squadrista che avrebbe imperversato, di lì a poco, in tutta Italia. È importante oggi non dimenticare i fatti del Narodni Dom, mentre vediamo attorno a noi continui rigurgiti e ripetizioni di prassi e politiche fasciste da parte di tutti i partiti politici e da parte di una significativa porzione della società civile italiana. Non bisogna mai dimenticare, né abbassare la guardia.

Infine, un ultimo cenno a un episodio che rende bene l’idea della metamorfosi incredibile conosciuta dalla società civile di Trieste in pochi anni.

L’imperatore d’Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe

È il 23 maggio 1915. L’Italia ha appena comunicato alle autorità della Duplice Monarchia che il giorno seguente avrebbe iniziato le ostilità contro l’ormai ex alleato. Francesco Giuseppe, il vecchio imperatore degli Asburgo, detta un proclama in cui lo sdegno e il disprezzo verso l’ex alleato sono a malapena celati. Tralasciamo qui i giochi politici reciproci tra le due nazioni. Certamente l’Austria-Ungheria non poteva pretendere di ricoprire il ruolo dell’innocente, ma questa è un’altra storia.

L’imperatore, dunque, diffonde il proclama ‘Ai miei popoli’. La sera del 23 maggio a Trieste una folla inferocita si dedica a saccheggiare e vandalizzare tutto ciò che trova a ricordare la presenza italiana in città. Negozi, scuole, sedi di associazioni, sedi di redazioni di giornali. Ma chi sono costoro? Soltanto sloveni e austriaci? Ci sono molti testimoni che riferiscono un fatto importante: molti dei manifestanti parlano in italiano o in dialetto triestino. Nessuno, allora, poteva immaginare quale ribaltamento delle parti si sarebbe verificato nell’arco di meno di quattro anni.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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