La pace per fare la guerra. Breve racconto sull’11 novembre 1918

L’11 novembre 1918, alle ore 11 del mattino, entra in vigore l’armistizio, dopo quattro interminabili anni di guerra. Ci troviamo in uno dei molti ospedali militari sparsi per la Germania, appena sconfitta. Alcuni soldati in convalescenza si trascinano stancamente qua e là, mentre leggono i giornali e ascoltano le notizie provenienti dalla radio. Altri seguono attentamente le novità riferite da chi è riuscito a parlare con qualcuno, fuori dal sanatorio. L’atmosfera generale è quella di una grande massa di uomini spezzati, che paiono destinati ad un avvenire incerto, tra molte sofferenze.

La guerra è finita, dunque, e la Germania del Kaiser è sconfitta. Qualcuno accoglie la novità con sarcasmo, qualcun altro con gioia. Le bestemmie si mescolano alle esclamazioni di giubilo, sebbene nemmeno queste ultime riescano a raddrizzare la situazione, alleggerendo il gigantesco peso che grava sulle spalle di questi uomini confinati nel sanatorio. Per la maggior parte di loro l’importante, comunque, è aver voltato le spalle agli orrori della trincea.

Una delle numerose fotografie che mostrano il paesaggio desolato che i soldati incontravano sul fronte occidentale

Uno dei soldati, mentre apprende incredulo come la Germania per la quale combatte fin dal lontano 1914 sia capitolata a tutti gli effetti di fronte alla Francia e all’Inghilterra, si sente scosso dalla rabbia. Com’è possibile che tutto finisca in quel modo? Come può avvenire che una nazione gloriosa come quella tedesca sia stata sconfitta, pur trovandosi ancora il suo esercito in territorio nemico? Come può essere accaduta una cosa simile, dal momento che una porzione non indifferente del fronte occidentale è ancora sotto occupazione tedesca? Come può essersi verificato tutto ciò, dopo la trionfale pace di Brest-Litovsk con la Russia dei bolscevichi e lo zar fuori combattimento per sempre? Il soldato sente qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò e inizia ad essere posseduto da un pensiero fisso: la guerra non deve finire quel giorno. Non deve concludersi in quel nefasto 11 novembre 1918. No. La guerra deve proseguire, finché la Germania non tornerà forte e vincente.

Il giovane soldato, poco più che ventenne, si trova in ospedale perché alcuni mesi prima è stato ferito sul fronte occidentale, durante un bombardamento inglese a gas. Quando è stato raccolto dai barellieri e portato davanti al medico, questi l’ha ficcato immediatamente su un convoglio ferroviario diretto in Germania, per farlo curare. Il ferito, infatti, era inabile a qualsiasi tipo di servizio militare, in quelle condizioni. Ecco perché oggi, giorno dell’armistizio, si trova in mezzo ad altri derelitti come lui, in precarie condizioni di salute, i quali gli comunicano in modo ancora più netto l’impressione di vacuità di tutti i suoi sforzi di soldato. Proprio lui, dopo essersi sentito finalmente qualcuno durante la guerra, ora si sente inutile. Dopo le miserie profonde della sua giovinezza viennese, l’indigenza e la depressione, era riuscito a dare un senso alla propria vita, con l’arruolamento volontario nell’esercito nell’estate del fatidico 1914, l’anno che avrebbe cambiato per sempre il mondo. Per quattro anni egli ha combattuto senza fermarsi mai. Solo una o due licenze, in quanto non aveva parenti, né amici, da andare a trovare, in Germania. Ha fatto il portaordini nell’inferno di fuoco della Somme (lo stesso nel quale hanno combattuto Robert Graves, Ernst Jünger e J. R. R. Tolkien), incurante delle pallottole che gli fischiavano ad un centimetro dall’elmetto. Si è anche beccato qualche pallottola, ma ha guadagnato l’ambita Croce di Ferro, una rarità per un soldato di basso grado come lui. Tutto per niente.

Il nostro caporale di fanteria si guarda intorno. Si sente come inebetito dalle notizie apprese dalla radio e dagli altri degenti. Capisce, istintivamente, di dover fare qualcosa. Sa di non poter assolutamente stare a guardare, mentre ogni cosa intorno a lui si svuota di significato. E così il buon caporale uscirà, qualche settimana più tardi, dal sanatorio e inizierà effettivamente a fare qualcosa. Qualcosa di grande, anche se all’inizio le sue azioni paiono destinate ad un sicuro ed inevitabile oblio. Il giovane, però, ha dalla sua, non soltanto quattro lunghi anni di guerra. Ha dalla sua anche un nome: lui si chiama Adolf Hitler, caporale di fanteria dell’esercito del Kaiser. Farà molta strada, una volta fuori dall’ospedale. Certo, in realtà lui ci è entrato abusivamente nell’esercito tedesco. Nel 1914 aveva tentato di arruolarsi in quello austro-ungarico (lui, infatti, è austriaco) ma era stato respinto. Senza arrendersi, aveva attraversato la frontiera e, con qualche trucco, si era arruolato nell’esercito imperiale tedesco di Guglielmo II.  

Hitler con alcuni compagni di trincea durante la Grande Guerra. Hitler è quello seduto, sulla destra, con i baffi

L’ex caporale Hitler, un volta dimesso dall’ospedale, qualche settimana dopo l’armistizio della Grande Guerra, non ha avuto molti dubbi, nel scegliere la sua strada. La percorrerà, anzi, fino alla fine, quando si suiciderà nel bunker sotterraneo fatto costruire al di sotto del Reichstag mentre, a brevissima distanza, le truppe dell’Armata Rossa stanno per arrivare da lui, dopo aver reso Berlino un cumulo di macerie durante i combattimenti con gli ultimi resti della Wehrmacht e dei reparti armati superstiti delle SS. Una strada che manterrà sempre solidi e vistosi legami con quella della sua giovinezza miseranda a Vienna e con quella, per lui indimenticabile, della Grande Guerra.

Per noi uomini moderni, se vogliamo davvero capire come sia nato Hitler come Führer del Terzo Reich, bisogna ripartire da qui: dal 1914, l’anno che ha rivoluzionato il mondo.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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