Perché è importante parlare, oggi, di Grande Guerra

Una volta, in relazione al mio primo romanzo La Morte attende tranquilla, mi è stato chiesto come mai, a mio parere, la Grande Guerra rappresenti il fulcro della storia contemporanea europea e mondiale. La persona che mi ha posto la domanda riteneva un dato sostanzialmente acquisito che lo spartiacque storico fosse dato dalla seconda guerra mondiale, con l’esperienza nazista e con i lager.

Credo valga la pena di soffermarsi sugli innumerevoli spunti che un quesito simile offre, anche per chiarire, spero, perché la prima guerra mondiale sia il punto nodale della storia contemporanea, non solo europea.

Ebbene, vorrei chiarire, come piccola premessa, che quanto andrò ad illustrare non è solamente una mia opinione, ma è un elemento considerato abbastanza pacificamente tra gli storici di tutto il mondo.

L’argomento, come si può facilmente intuire, è di tale portata che potrebbe occupare un’intera enciclopedia, quindi farò, qui, solamente qualche cenno che, almeno spero, potrebbe incuriosire qualcuno verso letture e argomenti un po’ diversi dal solito.

Una mappa dell’Europa nel 1914

L’Europa: noi uomini e donne della modernità ci svegliamo la mattina dando per acquisite una serie di cose che, in realtà, non lo sono affatto, sebbene a noi sembri così. Ad esempio, noi pensiamo all’Europa come a un insieme di stati democratici con una fisionomia abbastanza precisa. C’è l’Italia, dove molti di noi risiedono, poi la Francia, l’Austria, la Germania, i piccoli stati tra la Francia e la Germania come il Belgio, il Lussemburgo e i Paesi Bassi; a nord abbiamo i paesi scandinavi e, infine, ad est gli stati come ad esempio la Polonia, la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria e anche quelli balcanici del blocco della ex Jugoslavia.

Le cose, però, non sono sempre state così. Un centinaio d’anni fa esisteva un’Europa completamente diversa che, dopo la fatidica estate del 1914, sarebbe cambiata irrimediabilmente per sempre. Fino alla Grande Guerra, l’Europa consisteva di una serie di nazioni di stampo monarchico con caratteristiche più o meno assolutistiche a seconda della situazione di ognuno. Nella carta geografica dell’Europa pre-Grande Guerra trovavano posto il giovanissimo Regno d’Italia, l’Impero austro-ungarico degli Asburgo (il quale federava una serie di nazionalità molto diverse tra loro e contemplava svariate lingue ufficiali e un esercito altrettanto multinazionale), l’Impero prussiano della Germania col Kaiser (sì, l’assonanza col nome del mitico Cesare dei romani non è casuale) Guglielmo II, la Francia repubblicana (unico caso in Europa, grazie alla Rivoluzione Francese), l’Impero britannico, il più vasto e potente impero coloniale del pianeta e, infine, sebbene non sia del tutto uno stato di stampo europeo, non dimentichiamo la Russia zarista di Nicola II Romanov (e anche qui la parola zar deriva dal solito Cesare dei romani, per dire quanto si sentissero invulnerabili i sovrani dell’epoca).

Insomma, un centinaio d’anni fa, quindi non tantissimi, a conti fatti, esistevano ancora re, regine, imperatori, zar, imperi coloniali giganteschi e apparati statali di derivazione fondamentalmente ottocentesca. Certo, c’era già allora una grossa differenza tra l’impero britannico col suo sistema parlamentare molto evoluto e quello tedesco, dove il parlamento contava enormemente meno e i militari contavano enormemente di più. E, certo, non possiamo dimenticare che anche gli stati meno potenti avevano le loro famiglie regnanti e le loro corti.

Noi, oggi, non ce ne rendiamo conto, il più delle volte, poiché il mondo nel quale viviamo e ci alziamo la mattina ogni giorno ci sembra fondamentalmente stabile e determinato da categorie precise, che abbiamo interiorizzato fin da bambini, ma la questione di fondo rimane: un centinaio d’anni fa, il mondo che conosciamo oggi non esisteva quasi per niente. Cosa l’ha creato, quindi? Sebbene la risposta, logicamente, sarebbe molto complessa (e lunga) da srotolare, si può individuare un evento di proporzioni inaudite che ha avuto una portata di cambiamento epocale generale e che ha prodotto il mondo come noi oggi lo vediamo con i nostri occhi: la Grande Guerra.

Se nell’estate del 1914, 106 anni fa, esisteva il mondo dei regni e degli imperi appena descritto, compreso l’antico Impero ottomano, e se questo mondo appariva inscalfibile e destinato a durare per sempre (non diversamente da come oggi appare a noi il nostro mondo), soltanto quattro anni più tardi, nell’autunno del 1918, questo stesso mondo con tutto il suo sistema di valori, alleanze, famiglie reali e società civili, non esisteva più. Tutto questo era caduto definitivamente, o quasi, nel baratro aperto da quattro anni di guerra totale (e anche qui va sottolineato come la prima guerra totale moderna non sia stata la seconda guerra mondiale, ma la prima). Alla fine del 1918, l’Impero austro-ungarico con la reggenza degli Asburgo non esisteva più; al suo posto era stata instaurata la nuova Repubblica d’Austria. L’impero prussiano non esisteva più; al suo posto era sorta, anche qui, una Repubblica, la cosiddetta Repubblica di Weimar, un esperimento di stampo semi-democratico destinato ad un tragico fallimento nel giro di una decina d’anni. L’Impero ottomano non esisteva più; al suo posto nasceva lo stato della Turchia, come ancora oggi è chiamata e che paga ancora un carissimo prezzo per i disastri prodotti dalla Grande Guerra anche in quelle regioni. Accanto a questi stati profondamente modificati, e che ritroviamo, però, ancora oggi, nella forma assunta dopo il 1918, si sono formati anche i vari stati nazionali dell’est, così come oggi siamo abituati a conoscerli: l’Ungheria, la Polonia, la Jugoslavia (dopo il 1918 e fino all’invasione fascio-nazista italo-tedesca del 1941 si chiamava Regno SHS, ovvero regno degli sloveni, serbi e croati) e via dicendo. Siamo ancora sicuri, dopo questa pur sommaria panoramica a volo d’uccello sull’Europa prima e dopo la Grande Guerra, che lo spartiacque sia davvero la seconda guerra mondiale?

Hitler durante la Grande Guerra, quando prestava servizio nell’esercito tedesco. Hitler è il primo da sinistra, seduto.

Hitler: diventa necessario, a questo punto, dare almeno un cenno sulla questione di Hitler. La nefanda portata del personaggio ha condotto, senza nemmeno che ci si accorgesse di tutto ciò, ad un gigantesco processo di sovrascrittura della storia. In parole semplici, ciò avviene quando un evento di portata emotivamente pesantissima, eclissa tutto quanto è accaduto prima, quasi come se gli eventi precedenti non avessero importanza. È esattamente quanto è accaduto con Hitler e con l’esperienza nazista (e con i lager). La portata emotiva di questi fatti ha indotto istintivamente il mondo intero a considerare automaticamente questi come i fatti che costituiscono il punto di non ritorno della storia contemporanea europea e mondiale. Il problema è che, sebbene il meccanismo sia del tutto comprensibile, si basa su un presupposto emotivo e non storico. Se vogliamo capire qualcosa di quanto è successo negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, dobbiamo sempre necessariamente tornare alla Grande Guerra, perché è allora che il mondo moderno, lo stesso che si sono trovati di fronte Hitler, Mussolini e i loro accoliti, si è formato. L’esperienza nazista e quella fascista sono nate entrambe dentro le trincee della Grande Guerra e senza quelle trincee non avrebbero potuto svilupparsi. Non è un caso, sebbene non abbia lo spazio, qui, per affrontare il discorso (l’ho fatto, in parte, nel mio secondo romanzo, La crepa), che sia Hitler sia Mussolini siano stati soldati durante la Grande Guerra. Certo, lo sono stati con esiti diversi, tanto che è stato Hitler a rimanere sempre legato in modo indissolubile ai suoi quattro anni da caporale portaordini nel fango del fronte occidentale ma, cionondimeno, il fascismo italiano ha fondato il proprio potere sulla rielaborazione e sulla monopolizzazione del ricordo e dell’elaborazione del lutto della Grande Guerra italiana. Se, dunque, non ripartiamo da lì, non sarà mai possibile farsi un quadro preciso degli eventi successivi.

Italia: il discorso, ancora una volta, sarebbe lungo e complesso ma un paio di cenni vorrei comunque darli. Abbiamo assistito, durante l’emergenza virus, ad un proliferare di linguaggio bellico e di unità nazionale, in Italia. Chiunque può facilmente rendersi conto, aprendo un libro sulla Grande Guerra, di quanto parole e toni siano inquietantemente simili, tra i due casi. Una coincidenza? No, visto anche che l’Italia non ha mai affrontato i nodi scomodi del suo passato, dalla Grande Guerra al fascismo. Inoltre, il modo in cui l’Italia è entrata in guerra, nel famoso 24 maggio 1915, la dice molto lunga sulla tradizione di mercanteggiamento sconsiderato tipica del modo ‘all’italiana’ di affrontare i problemi. Discorso a parte meriterebbe, poi, la presa di possesso da parte del fascismo di tutto il discorso inerente il ricordo e l’elaborazione del lutto nazionale (ma anche privato) della prima guerra mondiale, non esclusa la soppressione dei cimiteri militari italiani per erigere giganteschi e, il più delle volte, tronfi mausolei al loro posto.

Infine, riguardo, al caso italiano, mi limito ad un’ultima domanda, volutamente provocatoria. Pur non avendo lo spazio, in questo intervento, per dare una risposta, credo valga comunque la pena almeno porla: come mai tutti i monumenti italiani ai caduti mostrano i nomi di Trieste, Fiume, Gorizia ecc. (ovvero i nomi cari alla propaganda governativa di ogni epoca) e nemmeno uno mostra il nome del fiume Isonzo, dove per due anni e mezzo si sono svolte dodici sanguinosissime battaglie che sono costate centinaia di migliaia di morti, sia italiani sia austro-ungarici?

Nelle immagini qui sotto, le placche presenti sul monumento ai caduti della Grande Guerra della mia città:

Spero di aver dato almeno qualche spunto nel comprendere perché è ancora di fondamentale importanza, oggi, parlare di Grande Guerra. E spero di aver dato qualche spunto anche per comprendere come sia rilevante farlo proprio in Italia, dove le pagine nere della guerra non sono quasi mai state affrontate e, spesso, non sono nemmeno note al grande pubblico. Abbiamo appena superato il centenario della Grande Guerra, tra l’altro, e in Italia, come al solito, il tutto si è risolto in una gigantesca bolla di sapone che, sul piano della coscienza nazionale, si è rivelato la consueta occasione persa. Sarebbe importante, per una volta, non fare l’abitudine a questa folle politica dell’occasione persa alla quale siamo sempre più assuefatti (a partire dal virus, passando per la scuola, la sanità, i crolli durante i terremoti e quant’altro), proprio perché se, oggi, l’Italia è quella che è ed è in mano ad un’accozzaglia peggio di un’armata Brancaleone come i moderni pd-lega-5 stelle ecc., una buona parte del merito va ascritto a quanto accaduto un centinaio d’anni fa e al modo in cui (non) è stato affrontato a livello nazionale.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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