L’arte come di solito non la conosciamo – viaggio in due parti tra furti e musei (parte uno)*

Facendo ricerche per un possibile nuovo romanzo, a volte ci si imbatte in fatti e argomenti mai presi prima in considerazione. Ad esempio: i furti d’arte e come si sono formate le collezioni presenti nei più famosi musei italiani e internazionali.
Partiamo dalla fine, ovvero da un caso di furto d’arte anomalo il quale, però, apre la via a una serie di questioni di primo piano per chiunque si interessi di arte, anche da semplice appassionato, e che quasi mai vengono prese in considerazione.

Siamo nell’agosto del 2003 in Scozia, nel castello di Drumlanrig, costruito sul finire del Seicento. Il castello non è famoso per la sua architettura, né per altri suoi elementi costruttivi, ma perché contiene un’importante collezione d’arte. È a questa che i ladri puntano e, in particolare, a una delle due opere più rilevanti dell’intera collezione. Esse sono: La vecchia leggente di Rembrandt e La Madonna dei fusi, attribuita a Leonardo da Vinci.

Qui sotto i due dipinti:

Rembrandt, La vecchia che legge
La Madonna dei fusi, di dubbia attribuzione, forse di Leonardo da Vinci

Vediamo, brevemente, le caratteristiche di entrambi i dipinti.
Il dipinto di Rembrandt, come molti dell’artista, ha nella luce l’aspetto fuori dall’ordinario. Pur raffigurando un’anziana signora con tutte le caratteristiche dell’età avanzata, sembra quasi di essere portati ad ignorarle, tanto l’occhio e la mente si concentrano quasi subito sulla luce del libro che, per traslato, è la luce che proviene dalla lettura (un tema, questo, di pressante attualità, vista la situazione dell’editoria italiana).
La seconda opera, invece, è una Madonna che tiene in braccio il bambino, il quale gioca con due assi di legno a formare una croce, prefigurando la Passione. Quest’opera, della quale esistono varie versioni, contiene sicuramente diversi elementi nello stile di Leonardo (tra l’altro nel 1501 Leonardo stava effettivamente realizzando una Madonna con bambino che gioca con i fusi), ma tra gli studiosi i dubbi sono sempre stati numerosi e il sospetto che sia stata realizzata da artisti della scuola di Leonardo (o da qualche ignoto ammiratore) resta ad oggi elevatissimo. Non è, quindi, di per sé, un’opera di Leonardo da Vinci, ma soltanto un suo possibile lavoro.
Torniamo, ora ai ladri. Arrivano a bordo di una golf bianca e sono in quattro: due di loro entrano nel castello di Drumlanrig come normalissimi turisti, per guardare la collezione d’arte qui custodita, attraverso una visita guidata (l’accesso alle sale non è consentito senza guida). A quel punto, una volta giunti davanti all’opera di loro interesse, intimano alla ragazza che fa la guida di stendersi a terra, altrimenti sarà uccisa. Poi staccano la Madonna dei fusi e, appena l’allarme suona, fuggono da una finestra, salgono nella golf, dove li attendono i due complici che non sono entrati nel castello, e si dileguano. Le forze dell’ordine vengono allertate subito, anche perché la commessa addetta alla biglietteria ha visto tutta la scena, ma dell’opera sottratta paiono non esserci tracce. Viene anche chiesto il pagamento di un riscatto di più di quattro milioni di sterline per la restituzione della Madonna, poco dopo il furto.
Per quattro anni, poi, non se ne sa più nulla finché, all’improvviso, avviene una svolta. I dettagli non sono chiari, poiché le autorità non hanno, ad oggi, svelato come sono giunte a rintracciare l’opera rubata e chi sono i ladri. Ad ogni modo, nel 2007, presso l’ufficio di uno studio legale di Glasgow, viene ritrovata la Madonna dei fusi.

Questa la cronaca del furto, ma una domanda salta subito all’attenzione: perché i ladri, che indubbiamente sapevano il fatto loro, rubano un’opera di dubbia attribuzione e lasciano lì un capolavoro che sicuramente è di un famosissimo artista come Rembrandt? Tra le altre cose, Rembrandt è uno degli artisti più rubati del mondo.

La Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci

Il dipinto, come abbiamo detto, è di attribuzione incerta, forse è di Leonardo da Vinci ma, più probabilmente, è di qualche altro artista (o più artisti). Certamente ci sono elementi per collegarlo al famosissimo genio italiano: il paesaggio dietro le due figure in primo piano, ad esempio, è affine a quello presente nella famosa Monna Lisa (e in altri dipinti di Leonardo), così come la mano della Madonna è indubbiamente di stile leonardesco (vedasi la mano di Maria ne La Vergine delle rocce, di attribuzione certa, per esempio). Senza contare che Leonardo fece un vero e proprio studio delle mani e che il suo modo di rappresentarle fu imitato da numerosi artisti, alcuni anche molto famosi. L’opera ha a che fare con Leonardo, quindi, ma resta il fatto che, con buona probabilità, non è sua.

Tornando all’analisi del furto e delle ragioni che possono aver spinto i ladri a dedicare la loro attenzione alla Madonna piuttosto che al Rembrandt, innanzitutto va fatta una precisazione legata alla cronaca: come accennavo ieri, le autorità hanno mantenuto il silenzio su molti importanti particolari circa le modalità di recupero dell’opera e non è, dunque, possibile dare risposte sicure al 100% alla domanda che ci interessa. È, però, possibile fare qualche ipotesi sensata.
Esistono due elementi rilevanti da considerare: 1. I ladri non erano sprovveduti, ma sapevano esattamente ciò che facevano: non è, dunque, ipotizzabile che credessero la Madonna dei fusi realmente di Leonardo; ovviamente, essendosi diretti con sicurezza verso quel dipinto e avendo organizzato la rapina in modo perfetto, non è nemmeno pensabile che non sapessero della presenza del Rembrandt. 2. Esiste un elemento chiamato, in latino, consensus gentium che potrebbe spiegare bene gli eventi riguardanti questo furto.
L’espressione consensus gentium si traduce letteralmente come: consenso delle genti, ovvero una sorta di consenso di un gran numero di persone su un certo argomento. Applicato all’arte, il consensus gentium indica il consenso di cui un determinato artista (o una determinata opera) gode.
Proviamo a metterlo in pratica al caso specifico di Drumlanrig. Rembrandt: è chiaro che, trattandosi di un artista decisamente famoso e importante, il consenso che raggiunge è sicuramente molto elevato. Inoltre, La vecchia leggente è un capolavoro dell’artista olandese e questo rende il suo consenso ancora più vasto. Un colpo sicuro, quindi, in caso di furto.
Veniamo a Leonardo da Vinci. La Madonna dei fusi non è certamente un’opera famosa o ambita di Leonardo ma, se dall’opera ci spostiamo all’autore, il discorso cambia radicalmente. Leonardo non è solo un artista, inventore, disegnatore e chi più ne ha, più ne metta. Leonardo è molto di più. È un’icona universale che tutti conoscono, anche chi di arte non sa nulla. È il simbolo stesso dell’arte, dell’ingegno e di una capacità intellettuale virtualmente infinita. Risulta chiaro che (Rembrandt non me ne voglia, anche perché io sono un suo ammiratore) se l’olandese è un eccezionale e grandissimo artista, Leonardo è l’arte (e molte altre cose) personificata. Dunque, chiunque può subito capire come il consensus gentium di Leonardo da Vinci sia spropositatamente superiore a quello di Rembrandt. Anche se pensiamo ad un qualche possibile calcolo economico, varrebbe di più un Rembrandt o un Leonardo?
A questo punto, col consensus gentium, potremmo aver avvicinato il punto della rapina della Madonna dei fusi. Con buona probabilità, si tratta di un furto su commissione, come nella maggioranza dei furti d’arte e il committente ha fatto una scelta: meglio possedere un Leonardo dubbio, che un Rembrandt certo. Perché? Perché il Leonardo, pur se dubbio, riveste molta più importanza del grande Rembrandt. Possedere un’opera che potrebbe essere di Leonardo è più gratificante per il committente, in quanto può fregiarsi di avere per le mani un dipinto su cui potrebbe benissimo essersi posata la mano del più grande genio di tutti i tempi, secondo il consensus gentium. L’arte non produce soltanto stimoli positivi e volti al bello, come a scuola ci fanno credere. L’arte produce anche numerosissimi stimoli oscuri ed egoistici come questi, come il desiderio di possedere privatamente delle opere di enorme valore a puro titolo egoistico. Forse è difficile entrare in questo tipo di mentalità, ma spesso coloro che commissionano furti d’arte si muovono anche sulla base di simili argomentazioni, ovvero del godimento privato nel possedere opere inestimabili. E se, ad esempio, un giorno (sebbene la cosa sia un po’  improbabile) giungesse la certezza sull’attribuzione a Leonardo della Madonna dei fusi? Il committente di un suo furto proverebbe una perversa gioia interiore ineguagliabile, sebbene incomprensibile ai più, nel possedere il dipinto.
Ma anche così, con l’attribuzione dubbia e con buona probabilità da riferirsi ad artisti diversi da Leonardo (sebbene comunque a lui collegati), qualcuno ha ritenuto di ordinare il furto di una Madonna di incerto autore, pur di avere la possibilità di stringere tra le mani un potenziale dipinto di Leonardo e ha lasciato al suo posto un’opera straordinaria, il cui autore è il celeberrimo Rembrandt la quale, ad ogni modo, varrebbe svariati milioni di dollari.
E con questo, veniamo a collegarci con quanto espongono molti musei famosi nel mondo, dal British Museum alla National Gallery, dal Getty Museum fino al Museo Egizio di Torino. Tra ladri, furti e musei, ce n’è in abbondanza per qualche altro discorso interessante, per chi vuole seguire questo excursus anomalo sul mondo dell’arte.

Dopo aver parlato del furto della Madonna dei fusi di incerta attribuzione, quindi, veniamo ai musei. Quando andiamo a visitarne uno, ci concentriamo a guardare e apprezzare le opere esposte, dando per scontato che il materiale sia giunto lì, davanti ai nostri occhi, in modo del tutto trasparente. I musei, però, non funzionano sempre così.
Se qualcuno si è mai chiesto come funzionino, ecco qualche indicazione. Certamente ci sono tutta una serie di opere acquisite in modo perfettamente regolare e trasparente, ma una parte ingente di queste non lo è per niente. Vediamo, dunque, qualche dettaglio in più.
Premessa necessaria: quando dico “opere” contenute in un museo, non intendo solamente i dipinti, ma intendo anche una lunghissima serie di oggetti preziosi, più o meno antichi, come, a titolo di esempio, gioielli, oggetti d’arredamento in materiale prezioso, vasi, suppellettili varie, statue o porzioni di statue e via dicendo.

Prendiamo, ora, un caso piuttosto estremo ma che illustra bene la situazione di quasi tutti i musei, compresi quelli più famosi del mondo: il famosissimo museo Getty, negli Stati Uniti. Com’è nato questo museo?
Jean Paul Getty era un magnate del petrolio che nel corso del secolo scorso è diventato l’uomo più ricco del pianeta. Getty si è dedicato, principalmente, a due attività: accumulare soldi e fare il collezionista d’arte.
Negli anni Conquanta ha fondato il Jean Paul Getty Museum, il quale ha due sedi: una a Malibù e una Los Angeles. Del museo fa parte anche il Getty Research Institute, dedicato allo studio e alla ricerca, come indica il nome.
Alla sua morte, avvenuta nel 1976, lasciò un’eredità di 2 miliardi di dollari (non è un refuso, si tratta proprio di 2 miliardi di dollari). La gran parte di questa cifra fu destinata, per sua volontà, proprio al museo che porta il suo nome, con lo scopo di utilizzarla per ampliarne la collezione e acquisire quanto di meglio si potesse trovare in tutto il mondo per un museo d’arte.
A questo punto, si sarebbe portati a dire qualcosa di simile a: molto bello, un petroliere che dedica tutte queste risorse per la cura e lo sviluppo di un grande museo dedicato all’arte di tutti i paesi del mondo. Sì, sarebbe bello, se non accadesse frequentemente che i musei non hanno un funzionamento del tutto trasparente, come noi erroneamente riteniamo.
Tutti i musei del mondo, quasi nessuno escluso, hanno acquisito le proprie collezioni in modi spesso, quanto meno, opachi. Parliamo di razzie avvenute nel corso dei secoli durante scavi archeologici, oppure di oggetti preziosi trafugati e giunti ai musei attraverso l’opera di mercanti d’arte specializzati nel commercio in nero, i quali, poi, rivendono questi oggetti ai musei. Parliamo, insomma, di oggetti che gli addetti dei musei sanno benissimo essere di origine illegale, ma vengono pagati milioni di euro o di dollari, pur di essere portati nelle sale dove noi li ammiriamo. Qualcuno si è mai chiesto come mai, ad esempio, il Museo Egizio di Torino sia uno dei maggiori musei specializzati nel periodo dell’antico Egitto, con una collezione sterminata, pur trovandosi a Torino, ovvero una città che non ha niente a che fare con l’Egitto? Come ci sono arrivati, a Torino, tutti quegli oggetti? A questo punto avrete capito che molti di essi sono giunti lì tramite razzie, furti, azioni di tombaroli e intermediazione di mercanti d’arte specializzati in questo genere di cose.
Ma torniamo al Getty Museum. Il museo, grazie alla donazione astronomica garantita dal suo fondatore, può contare su una potenza di fuoco economica virtualmente infinita. In questo modo, i curatori del museo, nel corso dei decenni, si sono accaparrati ogni sorta di oggetti preziosi e dipinti di grandi artisti. Solo una parte di queste opere è stata ottenuta tramite transazioni legali. Tutto il resto deriva da transazioni con mercanti d’arte specializzati nel reperire e valutare l’autenticità di opere ottenute illegalmente. È ovvio che chi può permettersi di pagare di più, avrà la capacità di accaparrarsi le opere migliori e quindi, da questo punto di vista, il Getty Museum è al primo posto nel mondo. La quantità di opere ed oggetti accumulata dal museo americano è praticamente impossibile da quantificare. Fate una ricerca online di qualche opera o oggetto prezioso e, presto o tardi, qualsiasi motore di ricerca vi restituisce almeno un risultato inerente il Getty Museum.
Alcune opere acquisite da questo museo americano hanno visto aprirsi un contenzioso legale tra il museo e le autorità italiane, le quali sostenevano che esse fossero di proprietà italiana e andassero, dunque, restituite. Si parla, per dare un’idea, di centinaia di oggetti, non di due o tre pezzi. Uno di questi, la Venere di Morgantina, una statua greca che è anche l’oggetto più famoso richiesto dalle autorità italiane, mostra bene il funzionamento del meccanismo.

La Venere di Morgantina

Ecco, dunque, la storia della statua della Venere di Morgantina.
Un tombarolo si impossessa, attraverso uno scavo illegale in Sicilia, della statua e la rivende a un noto ricettatore d’arte italiano. Questo la fa arrivare in Svizzera senza problemi, probabilmente spezzandola in più parti per trasportarla meglio e qui la rivende a un mercante d’arte inglese specializzato in questo tipo di traffici, Robert Symes. Symes, compreso il valore dell’oggetto, lo compra dal ricettatore italiano per un milione e mezzo di dollari. Con ogni probabilità, Symes ha già un acquirente pronto, altrimenti pare un po’ improbabile che si sarebbe esposto per una cifra simile (tra l’altro siamo a metà anni Ottanta, con il relativo valore che avevano allora un milione e mezzo di dollari). In effetti, il compratore è pronto: si tratta del solito Getty Museum, il quale sborsa la cifra incredibile di 18 milioni di dollari per la Venere di Morgantina, senza interessarsi (o quasi) di indagare la provenienza dell’oggetto. Se si pensa che il tombarolo, che per primo l’ha recuperata, può aver guadagnato, se gli è andata bene, al più qualche milione di vecchie lire, ci si fa un’idea del giro di soldi che circonda il commercio d’arte. Da pochi milioni di lire a 18 milioni di dollari.
A questo punto, a seguito di alcune dichiarazioni di un esperto del Metropolitan Museum di New York  e di indagini del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, del Ministero dei beni culturali e dell’Interpol, si apre un contenzioso legale tra il Getty e lo stato italiano. Nel 2011, la Venere di Morgantina torna in Italia, insieme a numerose altre opere illegalmente acquisite dal museo americano. La curatrice del Getty Museum finita sotto processo per la storia della Venere non è stata condannata a causa della prescrizione del reato.
A questo punto, però, si aprono nuovi problemi: la Venere restituita (ma il discorso vale per molte altre opere con un destino simile) è più sicura ora che si trova in Italia, oppure lo era di più prima, quando era esposta nelle sale del Getty? E ancora: qual è la situazione dei furti d’arte in Italia? Ci sono leggi per contrastarli? I musei italiani sono sicuri? E nel resto del mondo come ci si regola al riguardo?

* Ulteriori informazioni su questi argomenti si possono trovare anche nel libro “Capolavori rubati” di Luca Nannipieri (Skira Editore)

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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