Primo Levi e Heinz Riedt, il primo traduttore tedesco di Se questo è un uomo. Una storia tra letteratura e antinazismo.

Ho parlato, precedentemente, della Rosa Bianca e della poco conosciuta realtà dei tedeschi antinazisti. Nonostante l’assenza di un vero e proprio movimento di resistenza organizzata in Germania, rimane sempre di grande importanza sottolineare come il consenso al Terzo Reich e ad Hitler non fosse sempre completo e privo di crepe. Questo è un argomento che riguarda anche il mio secondo romanzo, nel quale ho voluto mettere in scena proprio un gruppo di tedeschi contrari al regime nazista, sebbene in un contesto distopico che vede la Germania vincente nel secondo conflitto mondiale.

Un’altra storia pressoché sconosciuta, parlando di cittadini tedeschi non allineati, è quella di Heinz Riedt, il primo traduttore tedesco di Se questo è un uomo di Primo Levi.

Facciamo, però, un passo indietro per capire meglio il contesto nel quale il libro di Levi raggiunge la Germania.

Primo Levi

Nel 1945, mentre il futuro autore di Se questo è un uomo assisteva alla liberazione di Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Rossa e intraprendeva, poi, un lunghissimo viaggio per rientrare in Italia, il Terzo Reich conobbe un vero e proprio collasso generale, con l’accerchiamento da parte di inglesi e americani (da ovest) e dei russi (da est). Alla fine di aprile, con l’arrivo dell’Armata Rossa a Berlino e con i combattimenti che si dispiegavano strada per strada, avvenne il crollo definitivo. Hitler, ormai chiuso nel bunker sotterraneo nei pressi del Reichstag, scelse la via del suicidio, una volta messo di fronte all’evidenza che il suo Reich Millenario era fallito e i soldati russi l’avrebbero raggiunto in poche ore. Con lui si uccise anche Eva Braun, sposata soltanto una manciata di ore prima della fine.

La Germania nazista, quindi, si dissolse, sebbene alcuni alti gerarchi cercassero di far perdere le proprie tracce, mischiandosi ai civili in fuga in tutto il paese. Un tentativo simile, ad esempio, fu intrapreso da Rudolf Höss, ex comandante di Auschwitz e figura di spicco del mondo dei campi nazisti. Höss fu, poi, arrestato e giustiziato proprio all’interno del campo di Auschwitz, dove aveva seminato il terrore qualche anno prima. Anche Himmler, dopo aver fallito l’approccio con gli Alleati, presentandosi di fronte a loro come il filantropo che aiutava gli ebrei e voleva intavolare negoziati di pace, tentò di sparire senza lasciare tracce, ma poi scelse, a sua volta, il suicidio. Fu piuttosto diffusa, in effetti, l’ondata di suicidi di membri sia di alto, sia di basso rango del movimento nazista, nella fase immediatamente successiva alla fine della guerra.

Alcuni altri tentarono, nonostante tutto, di darsi un contegno come dirigenti della ormai ex potenza nazista, come ad esempio Herman Göring il quale, comunque, finì suicida in carcere il giorno prima dell’esecuzione della sua condanna a morte.

Goebbels (seduto, a destra), la moglie e i sei figli

Altri ancora come Joseph Goebbels, il responsabile della propaganda del Terzo Reich, fecero una scelta simile a quella del loro mentore, Adolf Hitler. Goebbels e la moglie fecero ingerire del veleno ai loro sei figli; subito dopo, i coniugi Goebbels misero in atto un omicidio-suicidio e scomparvero per sempre dalla scena, insieme ai loro figli i quali, a differenza di loro, erano delle vittime innocenti.

Infine, un certo numero di dirigenti nazisti riuscì a lasciare la Germania o, dopo l’arresto dagli Alleati, riuscì ad indurre gli investigatori anglo-americani a credere nella loro estraneità con il regime.

Negli anni seguenti la fine della guerra, in Germania si tentò di ricostruire un’intera nazione dalle macerie lasciate ovunque dal regime hitleriano. Macerie non soltanto materiali, con l’intero paese distrutto, ma anche morali ed umane. Se gli edifici e le strade si possono riparare o ricostruire, non è altrettanto facile fare i conti con la connivenza di milioni di persone con un regime dedito al genocidio su larga scala, come quello nazista.

Sono questi gli anni durante i quali in Germania nessuno voleva sentir parlare delle responsabilità dei nazisti e di quelle, non meno gravi, della popolazione tedesca che gli aveva concesso l’opportunità di perseguire per anni le peggiori politiche di eliminazione degli oppositori, dei poveri, dei malati e, infine, di tutte le categorie di persone considerate indesiderate, come gli ebrei (ma la lista non si riduce solo a loro).

Dopo questa breve descrizione del mondo tedesco tra la fine della guerra e l’inizio della ricostruzione, torniamo ora a Levi.

In questo clima, del quale Primo Levi conosce bene le caratteristiche perché comune anche all’Italia e perché si tiene informato sulla realtà tedesca, compare una prima possibilità di far tradurre in tedesco Se questo è un uomo.

Una delle edizioni italiane del libro

Fin da subito dopo aver ultimato la stesura del testo (inizialmente rifiutato da quasi tutti gli editori italiani), Levi sperava di riuscire, un giorno, a far approdare il libro in Germania. Egli, infatti, volendo ricoprire fino in fondo il ruolo di testimone degli orrori dei campi nazisti, desiderava portare le sue parole anche ai tedeschi, nella speranza di costituire un piccolo tassello nella loro presa di coscienza di quanto accaduto durante il Terzo Reich.

Quando, dopo essere riuscito a far pubblicare il testo con un editore importante, gli comunicarono l’opportunità della traduzione tedesca, Levi ne fu subito profondamente emozionato.

Egli chiese subito di poter parlare con la persona incaricata della traduzione in Germania, prima di dare un’opinione quanto alla fattibilità del lavoro. Avviò, quindi, una fitta corrispondenza con Heinz Riedt, il traduttore incaricato dall’editore tedesco. Il motivo di questa mossa è che Levi non si fidava del tutto della buona fede dei tedeschi, e non a torto, in quegli anni. Come abbiamo visto, ci troviamo in un periodo nel quale ancora in Germania si tenta di evitare di parlare di Hitler, di campi di sterminio e di ideologia nazista, sebbene non più tardi le cose cambieranno radicalmente.

Un’edizione tedesca di Se questo è un uomo

Tutta la nazione tedesca, infatti, farà duramente i conti col suo passato nazista, cosa che, ad esempio, non è per niente accaduta in Italia col fascismo.
Dunque, Levi e Riedt si scrivono assiduamente. È così che lo scrittore italiano viene a sapere come il suo traduttore ha vissuto la sua giovinezza. Nel 1941 Riedt viene chiamato alle armi, ma simula una malattia, per evitare di andare in guerra. Ottiene il permesso di trascorrere la convalescenza in Italia, studiando letteratura italiana all’università di Padova. Qui, proprio all’interno dell’ateneo, entra in contatto con alcuni gruppi antifascisti italiani e così, dopo l’armistizio del settembre 1943, entra nei gruppi di partigiani di Giustizia e Libertà, i quali, sui colli euganei, combattono i fascisti della Repubblica Sociale di Salò e i suoi stessi connazionali presenti in Italia. Levi è entusiasta di apprendere i trascorsi di Riedt e non glielo nasconde, al punto che, oltre alle lettere, i due si incontreranno di persona in Germania.
Indubbiamente Riedt è stato un tedesco anomalo, rispetto alla media dei suoi connazionali del periodo nazista. È molto raro imbattersi in tedeschi antinazisti, che fanno di tutto per non arruolarsi nell’esercito e che non rinunciano ad imbracciare le armi contro i loro stessi connazionali.

Dopo la guerra, una volta rientrato in terra tedesca, Riedt lavorò, oltre che come traduttore dall’italiano, sia di autori antichi sia di moderni, anche in ambito teatrale. In seguito, dopo la costruzione del muro di Berlino, fu perseguitato dalle autorità della Germania Est, in quanto considerato disertore durante la guerra e in conseguenza della sua attività partigiana svolta in Italia. Costretto ad abbandonare la sua casa, si rifugiò nella Germania Ovest, dove continuò l’attività di traduttore.
Come dicevo a proposito del gruppo della Rosa Bianca, non tutti i tedeschi degli anni Trenta-Quaranta, erano nazisti, sebbene questa non sia una realtà ricordata di frequente. Tra l’altro i tedeschi che combatterono con i partigiani italiani non furono solamente limitati a qualche singolo caso come Riedt, sebbene questa sia una storia praticamente sconosciuta, così come la matrice internazionale della Resistenza italiana. Ma questa è un’altra storia e andrà raccontata un’altra volta.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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