Politiche di emergenza e unità nazionale. Cent’anni fa la Grande Guerra, oggi il coronavirus

Esistono una valanga di ragioni per le quali è ancora utile, oggi a più di cent’anni di distanza, parlare di Grande Guerra. Una di queste è che parlarne aiuta a comprendere meglio a cosa servono le politiche di emergenza adottate in tempo di guerra riutilizzate poi, in numerosi altri contesti, e tanto amate dai governanti di tutti i paesi. Tra l’altro, considerando che ci troviamo proprio all’interno di un’emergenza internazionale sanitaria, tutta la questione risulta ancora più attuale. Se, infatti, esiste una crisi oggettivamente esistente (oggi come oggi, data da una pandemia), è altrettanto vero che questa emergenza esiste anche su un altro piano: quello politico, ovvero soprattutto del significato politico dei provvedimenti adottati per gestire l’emergenza. Criticare il secondo, non significa negare il primo.

Ma torniamo un po’ indietro nel tempo e vediamo se gli eventi di un secolo fa hanno ancora qualcosa da dire a noi, uomini moderni.

Guglielmo II di Germania, uno dei decisori politici nel 1914

Nel 1914, dunque, scoppia una guerra nel cuore dell’Europa. Dapprima sembra trattarsi di un conflitto circoscritto, ma presto si intuisce quanto questa sia solamente una pia illusione. In poco tempo, un intero continente si ritroverà a bruciare, dai Balcani (dove l’incendio è iniziato diverso tempo prima) alle zone di confine con la Russia zarista, passando per il Belgio, la Francia, poi l’Italia e anche quello che noi, oggi, chiamiamo Medio Oriente. E questo solo per citare i fronti principali, quelli di cui si parla spesso. Non è il caso di dimenticare, però, che anche l’Africa viene pesantemente colpita e che in guerra c’è, ad esempio, perfino il Giappone. Senza contare che, dei combattent,i fanno parte uomini provenienti da mezzo mondo (basti pensare anche solo a quanto vasto fosse l’impero britannico all’epoca, attingendo a nazioni sparse in entrambi gli emisferi).

Nell’ambito di questa situazione generale, cosa accade alla politica e alla società civile, in Europa e in Italia?

A livello generale, si può dire subito una cosa: quando si presenta un evento di portata eccezionale (come la guerra nel 1914, ad esempio, o la pandemia oggi), il potere politico trova la via aperta per far accettare alla popolazione civile una serie di provvedimenti e nuove situazioni prima considerati inaccettabili. Ricordo, a scanso di equivoci, come ho spiegato all’inizio, che qui siamo nell’ambito del significato politico di azioni e provvedimenti, cosa che non ha nulla a che vedere né con la negazione di un certo tipo di emergenza, né con il fatto che questi provvedimenti abbiano tecnicamente senso oppure no.

Nicola II, zar di Russia, e Giorgio V, re d’Inghilterra. Imparentati tra loro, ma anche con Guglielmo II, contribuirono a far scoppiare una guerra mondiale anche tra parenti, cosa che probabilmente avrebbero considerato impensabile solo qualche anno prima

Scendendo, dunque, un po’ più nel dettaglio, cosa diviene accettabile nel 1914 e negli anni a seguire, che prima non lo era? L’elenco è lungo, ma alcune cose si possono certamente dire. In tutte le nazioni europee, e in Italia la cosa avrà ripercussioni molto pesanti, si conosce una profonda limitazione dei diritti civili, cosa che prima nessuno avrebbe mai accettato. Con la scusa della guerra, si sostiene che sia necessario vietare gli scioperi, militarizzare le fabbriche, porre un tetto ai salari, impedire alle persone di esprimere opinioni disfattiste (ovvero contrarie o anche solo dubbiose nei confronti della guerra), per cominciare. Si arriva a dare ovunque la caccia al dissidente, fino al punto (in Italia lo si è fatto) di condannare a gravi multe o anche al carcere i soldati che esprimevano il proprio sconcerto o la propria indignazione per gravi violenze compiute dai superiori sui soldati stessi, nelle lettere spedite ai familiari. Un’intera nazione è stata militarizzata, partecipare ai prestiti di guerra era considerato un obbligo e la delazione si diffondeva contro chiunque mostrasse un’opinione difforme.

La domanda d’obbligo è: tutto ciò sarebbe stato tranquillamente accettato, prima dell’inizio del conflitto? Il partito socialista italiano (ma quasi lo stesso è accaduto all’estero) finisce, in buona sostanza ad approvare la guerra, ad approvare in Parlamento le scelte guerrafondaie del governo e a fare discorsi piuttosto bellicosi, quanto a patriottismo. Sarebbe stato accettato, questo, anche solo un paio d’anni prima, dagli elettori socialisti? Probabilmente no, ma diventa la regola durante la guerra.

Cimitero militare inglese provvisorio. Come fece ripetutamente notare il grande scrittore austriaco Karl Kraus: mentre i giovani morivano, gli industriali si arricchivano rimanendo a casa

Se qualcuno avesse prospettato una situazione in cui i grandi industriali avrebbero potuto fare il bello e il cattivo tempo con il benestare del governo, limitando anche quei pochi diritti conquistati dagli operai e militarizzando le fabbriche, questo sarebbe stato accettato? Certamente no, ma in guerra non solo tutto ciò sarà comunemente messo in pratica ovunque, ma si arriverà perfino ad arrivare, a fine conflitto, con la Fiat e l’Ansaldo (i due più grandi gruppi industriali italiani) che conosceranno un aumento dei propri introiti fino a cinque o sei volte rispetto a quelli d’anteguerra. Il tutto mentre gli operai vivono come soldati nelle fabbriche, non possono scioperare e i salari languono. Per inciso, se si ritiene che questa sia una situazione solamente italiana, invito a pensare ai casi della Renault in Francia oppure della Skoda e Krupp negli Imperi centrali.

Eppure una simile realtà diviene comunemente accettata, grazie all’emergenza della guerra mondiale. Anzi, i politici capiscono di poter far passare qualunque legge, tanto l’emergenza copre qualsiasi possibile scelta, anche la più impopolare. E, per giunta, l’emergenza stessa consente di chiamare a raccolta tutta la popolazione, per gli scopi di pochi, con slogan altisonanti. Ecco, quindi, la politica dell’emergenza unirsi con quella dell’unità nazionale: un altro modo di compiere qualsiasi abuso, in nome di alti ideali.

È così che, in tutta Europa, si inaugurano soprusi e vere e proprie violenze e persecuzioni nei confronti dei civili di nazionalità nemica residenti sul proprio territorio, fino all’istituzione di grandi campi d’internamento che saranno gli antesignani dei più noti campi nazisti. Ed ecco che, in nome dell’unità nazionale, si guardano morire i propri amici, parenti e vicini con meno scetticismo e riprovazione.

“Siamo in guerra, dobbiamo resistere”, “Uniti ce la faremo”, “Se restiamo uniti, ne usciremo vincitori”, “Tutti insieme, sconfiggeremo il nemico”. Sono alcuni tra i più gettonati slogan che circolano in tempo di emergenza e/o di guerra. Qualcuno ha notato la pericolosa somiglianza tra queste frasi ad effetto, tipiche della Grande Guerra italiana ed europea, e le frasi ricorrenti dei governanti italiani durante l’emergenza virus, soprattutto nella cosiddetta ‘fase 1’, quella più buia ed acuta? Qualcuno ha notato la quasi costante insistenza sul linguaggio bellico-patriottico di unità nazionale srotolato sotto gli occhi di tutti dai governanti, dai grandi industriali, dai media e anche dalla pubblicità? Se la risposta è no, consiglio di andare a rileggere o rivedere articoli, dichiarazioni, video e quant’altro relativi alla ‘fase 1’ italiana del virus, ivi compresi decreti emergenziali, documentazione d’emergenza, reati concepiti al di fuori delle leggi vigenti, stimolo alla delazione e limitazione di molti diritti ben al di là non solo della legge, ma anche del buon senso e delle reali necessità sanitarie. Fatto questo, confrontatelo con quanto ho scritto riguardo alla politica dell’emergenza e dell’unità nazionale durante la Grande Guerra descritto e domandatevi quante analogie e quante differenze riuscite a trovare. Certo, non posso pretendere che un excursus tanto rapido risulti esauriente, ma qualche spunto credo di averlo fornito.

Per concludere, compito di uno scrittore dovrebbe essere quello di stimolare la riflessione, non di fornire risposte preconfezionate. Spero di aver assolto almeno il primo compito, per il momento. Ad ognuno, trarre le proprie conclusioni, ora.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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