Stefan Zweig e il mondo di ieri, per far luce su quello di oggi

Voglio parlare, oggi, di uno degli scrittori che hanno avuto grande importanza nella scrittura dei miei libri. Stefan Zweig, uno tra i più grandi scrittori austriaci del Novecento, visse la sua parabola vedendo gli effetti di due guerre mondiali, pur senza combattere in nessuna delle due. Scrisse molti testi notevoli, tra i quali citerò solamente, a titolo di esempio, Il mondo di ieri, La novella degli scacchi, Il mondo senza sonno e Amok.

Il fondamentale testo autobiografico dello scrittore austriaco

La vita di Zweig trascorse partendo dallo sfavillante Impero austro-ungarico a cavallo tra Ottocento e Novecento per poi attraversare il cataclisma della Grande Guerra, i turbolenti anni della Germania di Weimar e della neonata Repubblica d’Austria ed, infine, approdare al periodo oscuro del Terzo Reich. Vediamo, quindi, sebbene un po’ sommariamente, la storia di Zweig, che riassume, per molti versi, quella dell’Europa dalla fine del XIX e la prima parte del XX secolo.

Lo scrittore austriaco nasce e cresce nella Vienna del massimo splendore dell’Impero austro-ungarico, tra gli ultimi anni dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Zweig vede con i propri occhi, durante la giovinezza, i fasti della cultura imperiale al suo massimo sviluppo, quando a Vienna le sale da concerto vedono esibirsi le migliori orchestre, le sale da teatro i migliori attori e riviste ed editori abbondano. Egli fa parte di una famiglia di origine ebraica benestante, di conseguenza può permettersi ottime scuole, buone letture e di andare anche a teatro. La passione con la quale descrive questo periodo della sua vita, nel fondamentale Il mondo di ieri, è enorme. In questo testo autobiografico Zweig compone un inno ai libri, al teatro e in generale alla cultura del periodo immediatamente precedente la Grande Guerra, proprio quella fase in cui, agli occhi di molte persone, il progresso e la pace paiono inarrestabili, in Europa, e si può girare il mondo senza documenti, come lui stesso farà visitando l’India e gli Stati Uniti. Un mondo, quindi, ricco di aspettative, ma destinato inesorabilmente all’implosione con l’arrivo del 1914. Anche in questo caso, lo scrittore austriaco descrive con maestria l’atmosfera surreale ed allucinata nella quale inizia il conflitto, per poi trascinare a fondo con sé l’intera Europa e, di seguito, il resto del mondo. La Grande Guerra porta con sé le speranze tradite di milioni di uomini e donne, mentre le battaglie devastano ovunque tutto quanto passa sotto il loro rullo compressore, finché anche chi è rimasto a casa vede avvicinarsi lo spettro della miseria e della morte.

Stefan Zweig nel 1912

Nemmeno il mondo culturale appare risparmiato dalla guerra. Nasce, infatti, una disputa di violenza inedita tra intellettuali tedeschi e francesi, tesa ad eliminare dal mondo culturale ed universitario tutti gli intellettuali e gli scienziati facenti parte della nazione avversaria. Zweig, profondamente contrario a tutto ciò, parteciperà ad un’iniziativa per riunire in nome dell’arte proprio gli intellettuali dei due paesi e chiunque altro, con buona volontà, voglia unirsi a loro. Si tratterà di un’azione palesemente incompresa e fallimentare, come lui stesso ammetterà. Nel mondo del 1914 era necessario schierarsi. La maggioranza delle persone credeva di essere di fronte ad un conflitto tra la civiltà e la barbarie (quante guerre e situazioni sociali abbiamo visto contrapporre la civiltà alla barbarie, nella storia contemporanea, anche recente?): nessuno poteva permettersi di rimanere neutrale o addirittura di sostenere l’esistenza di pregi e qualità in entrambi gli avversi campi. Ecco perché l’iniziativa cui prende parte Zweig fallisce miseramente. In una guerra violentissima sia sotto il profilo fisico sia sotto quello culturale (ricordiamo, per inciso, come la Grande Guerra fosse imbevuta pesantemente di razzismo), le persone miranti a salvare la situazione non in nome di uno dei belligeranti, ma in nome della pace, venivano messe in un angolo.

Nel dopoguerra Zweig rientra in Austria dalla Svizzera, trovando un paese disastrato economicamente e socialmente. L’inflazione è alle stelle, molti emigrano in Germania, dove la situazione pare, a prima vista, meno nera. L’Impero austro-ungarico non esiste più, ma nessuno vuole la nuova Repubblica d’Austria creata dai vincitori della Grande Guerra. La maggior parte degli austriaci desidera una cosa sola: l’unificazione (proibita dal trattato di pace) con la Germania. In questo quadro fosco, la guerra stringe ancora come una morsa il paese. La fame e le malattie sono diffusissime, anche perché i vincitori hanno deciso di non rimuovere il blocco navale, instaurato durante la guerra, che continua ad affamare la popolazione civile austro-ungarica e tedesca, fino al 1920. Inoltre, molti prigionieri (tra cui quelli catturati sul fronte italiano) non vengono restituiti ai propri paesi per rappresaglia e per giocare la carta del ricatto nei confronti degli sconfitti: se non rigate dritto, ce la prendiamo con i vostri prigionieri. L’Italia, ad esempio, incapace di gestire tutti gli aspetti logistici della guerra, si terrà spesso fino al 1920 i prigionieri austro-ungarici, facendone morire centinaia di fame.

Il nazionalismo, dunque, trae nuova linfa dalla pace vendicativa imposta dai vincitori della guerra, mentre dopo qualche anno dalla fine delle ostilità il flusso migratorio, in parte, si inverte: molte persone emigrano dalla Germania all’Austria, poiché in quest’ultimo paese l’inflazione inizia a scendere, mentre in Germania sale sempre di più, mano a mano che il caos della Repubblica di Weimar non cessa di aumentare.

Zweig, nel frattempo, inizia a diventare uno scrittore abbastanza noto sia nel paese natale, sia in Germania e intraprende una carriera letteraria apparentemente promettente. Sì, apparentemente. Lui, come molti altri d’altronde, non ha fatto i conti col nazismo. Sono questi, infatti, dopo la metà degli anni Venti, gli anni dell’affermarsi di Hitler e del suo partito nazionalsocialista dei lavoratori. Un ossimoro, una contraddizione in termini fin dal nome, ad indicare un simulacro vuoto nel quale attirare i creduloni per poi mantenere inalterato lo status quo. Sul finire del decennio, Hitler è ormai un personaggio di fama nazionale e acquisisce sempre più potere, mentre le sue squadre armate seminano il terrore dovunque vadano, imitando in ciò le famose camicie nere di Mussolini, giunte sulla scena con anni di anticipo.

È all’inizio degli anni Trenta, dunque, in corrispondenza con l’ascesa finale di Hitler, che per Zweig e molti altri cominciano i problemi seri, mentre il vecchio presidente Hindenburg, l’eroe nazionale della Grande Guerra, scivola sempre più verso uno stato di allucinazione nel quale non distingue più la realtà dalla fantasia. Esiste anche un racconto, a questo proposito, dell’episodio in cui Hitler andò a trovarlo sul letto di morte. Mentre il nuovo uomo di potere, incurante delle più elementari norme di buona educazione, non nasconde il fastidio nel dover perdere tempo con un moribondo, Hindenburg gli parla, convinto di avere di fronte il Kaiser Guglielmo II, durante la Grande Guerra. Hindenburg perderà conoscenza subito dopo questo monologo surreale con Hitler e morirà non molte ore più tardi.

Una copia di Amok sopravvissuta ad un rogo nazista

Ma torniamo a noi. L’antisemitismo dei nazisti è sempre più violento. Zweig, in quanto di famiglia con origini ebraiche, viene bersagliato quasi subito. I suoi libri sono messi al bando e ne è proibita la vendita, la lettura e il possesso. Lo scrittore austriaco assisterà impotente, provando un immenso dolore dal quale non si riprenderà mai più, al rogo dei suoi libri, bruciati insieme a quelli di molti altri. Vedendo la situazione peggiorare con paurosa rapidità, Zweig prende una decisione che cambierà la sua vita per sempre e si risolve ad espatriare quanto più in fretta possibile. Nonostante sia, a volte, stato accusato di essere troppo buonista e magnanimo, Zweig capisce già dalla metà degli anni Trenta la volontà dei nazisti di far scomparire gli ebrei e gli oppositori politici dalla circolazione. Capisce, inoltre, che, prima o poi, Hitler e i suoi sgherri faranno chiudere le frontiere, impedendo ad un gran numero di persone di cercare una sorte migliore altrove. Certo, Zweig è austriaco e non dovrebbe sentirsi troppo coinvolto da tutto ciò, ma il nazionalismo austriaco tifa apertamente per Hitler. Non passa giorno senza che qualcuno lo invochi di annettere l’Austria. Zweig, però, non è disposto ad attendere quel momento. Con la morte nel cuore, abbandona la sua casa e dona la sua collezione di libri e oggetti d’antiquariato ad alcuni musei o a persone di fiducia, sperando ne abbiano cura. Vuole fuggire in fretta. Non vuole rischiare di rimanere bloccato in Germania o in Austria mentre sistema le sue cose.

Siamo nel 1934, l’anno successivo a quello in cui Hitler viene nominato cancelliere da Hindenburg,  e Zweig approda a Londra. Vi soggiornerà per circa quattro anni, seguendo dal territorio britannico l’inquietante evolversi della situazione nell’Europa continentale. Lo scrittore austriaco vedrà avverarsi i suoi peggiori sospetti: gli ebrei saranno dichiarati fuori legge, le frontiere saranno chiuse e, infine, l’Austria sarà annessa alla Germania, come richiesto a gran voce dalla maggioranza del popolo austriaco mentre, fin dal 1933, si rincorrerano le notizie sulla creazione di campi di concentramento per rinchiudere gli oppositori politici e, in seguito, anche gli ebrei. L’Impero e la Vienna d’inizio Novecento, che Zweig ama più di ogni cosa, saranno i primi nemici di Hitler, il quale, pur recandosi una sola volta in territorio austriaco, prima di suicidarsi nel 1945, tenterà di fare di tutto per ridurre Vienna a città di periferia senza importanza, in un furibondo tentativo di vendicarsi per le difficoltà, i fallimenti e le miserie subite nella capitale austriaca da giovane. L’unica visita alla nazione d’origine da parte di Hitler avverrà il giorno stesso dell’Anschluss, quando il Führer visiterà Braunau am Inn, sua città natale, prima di rientrare a Berlino. Nel frattempo, i nazisti tedeschi ed austriaci si abbandonano già ad ogni genere di violenza per le strade dell’ex patria asburgica.

La parabola di Zweig, però, non è ancora giunta al termine. Il dolore per quanto accade in Europa, con la questione dell’annessione dei Sudeti, della Cecoslovacchia e poi dell’invasione della Polonia nel 1939, è troppo grande per lui. Inoltre, non sa darsi pace per aver dovuto abbandonare la sua casa e i suoi amati libri, compresi molti quaderni di appunti. Prende, quindi, la risoluzione di lasciare anche l’Inghilterra per approdare in Brasile. Qui, dall’altra parte del mondo, vivrà gli ultimi anni di vita insieme alla seconda moglie Lotte. Nonostante la separazione, però, Zweig manterrà costantemente i contatti con la prima moglie Friedrike e attraverso di lei riceverà notizie sempre più sconfortanti dall’Europa.

Un uomo come Zweig, amante dei libri e della cultura e incapace di qualsiasi violenza, non poteva che sentirsi schiacciato ed oppresso, in un mondo come quello dell’Europa degli anni Trenta e dei primi Quaranta. La depressione lo divorò finché, il 23 febbraio 1942, decise di suicidarsi insieme all’amata Lotte. Tramite un’overdose di barbiturici morirono insieme, non accettando di separarsi neanche con la morte.

Stefan Zweig vedeva intorno a sé solo morte e disperazione. Sforziamoci per un momento di immaginare come dev’essere stato il mondo del 1941 o 1942. I nazisti sono padroni di mezza Europa. Possiedono Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia, Olanda, Belgio, Francia e spadroneggiano in alcune zone dell’Africa. Gli ebrei vengono inghiottiti a migliaia nei campi nazisti, insieme agli oppositori politici e a diverse altre categorie di persone, tra cui poveri, omosessuali e vgabondi, mentre in Italia Mussolini, nonostante appaia molto più debole di Hitler, mantiene un potere dittatoriale senza problemi. Ai roghi dei libri, ormai, si sono sostituiti i roghi delle persone. Nessuno pare in grado di contrastare la marea nera montante del fascio-nazismo. Durante la crisi dei Sudeti, ad esempio, Inghilterra e Francia hanno dato il proprio benestare ad Hitler, sperando di blandirlo, per poi trovarsi invischiate in guai ben peggiori. La Francia, d’altro canto, è invasa, stavolta definitivamente. Hitler non ha commesso gli errori del comando tedesco del 1914, il che costituisce uno dei suoi rarissimi momenti di lucidità sul piano militare. L’Inghilterra si vede costretta ad intervenire militarmente dopo l’invasione della Polonia nel 1939, temendo guai peggiori se non lo fa.

L’ultima residenza di Zweig e della seconda moglie Lotte, in Brasile

Il mondo di Zweig è un mondo nero, dove tutto brucia, dove la cultura non esiste più e i civili sono catturati, schedati e uccisi a decine di migliaia senza che nessuno muova un dito. Certo, tenta di scappare. Capisce, prima di tantissimi altri, cosa accadrà e scappa senza quasi fare le valigie, a tal punto teme per la propria vita. Ma non può fuggire dalla depressione che lo avvolge, mentre guarda il suo paese consegnarsi ad Hitler, mentre vede l’Europa sprofondare nel baratro, mentre vede la guerra dilagare dovunque. Zweig non ce la fa, non può più sopportare quello stato di cose e così decide di farla finita. L’unica via di scampo, per lui, si trova nell’autonomia di scegliere come uscire di scena. I nazisti dominano il mondo e in quel momento una loro vittoria in guerra appare tutt’altro che remota. Come uomo libero, però, possiede ancora la capacità di un’ultima scelta. E la attua. Proprio lui, il quale viene talvolta accusato di troppa bontà, si uccide insieme a Lotte. I due chiudono gli occhi su un mondo apocalittico, privo di luce. Per loro non esiste un domani. Per Stefan e Lotte il mondo è quello nazista del 1942.

Nell’ultima lettera, datata 22 febbraio 1942, il giorno prima del suicidio, ad Alfred Altmann, padre di Lotte, Zweig scrive questa frase: “Abbiamo deciso, uniti nell’amore, di non lasciarci mai.”

Accanto ai corpi senza vita di Stefan e Lotte fu trovato un biglietto d’addio nel quale si potevano leggere, tra le altre, queste parole: “Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io, che sono troppo impaziente, li precedo. (…) Penso sia meglio concludere in tempo e in piedi una vita in cui il lavoro intellettuale significava la più pura gioia e la libertà personale il bene più alto sulla Terra.”

Oggi più che mai leggere i testi del grande scrittore austriaco, primo fra tutti, l’autobiografico Il mondo di ieri – Ricordi di un europeo appare fondamentale per capire una parte importante della storia europea e per gettare luce su come sia stato possibile per milioni di persone sprofondare in due guerre mondiali, delle quali paghiamo ancora il prezzo, in meno di vent’anni.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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