Rudyard Kipling e la Grande Guerra, dall’interventismo più acceso al trauma

Rudyard Kipling

Quando scoppia la guerra, nell’agosto del 1914, gli intellettuali inglesi, ma lo stesso discorso vale per gli studenti universitari, reagiscono perlopiù in modo favorevole al conflitto. Come accade anche negli altri paesi, il nazionalismo e quindi l’entusiasmo per la nuova avventura della guerra attecchiscono in modo massiccio tra le persone con una più alta scolarizzazione e un più alto livello culturale. È proprio la cultura, paradossalmente, a consentire di idealizzare la guerra, ragionandoci sopra e indorando la pillola fino a farne un’esperienza quasi mistica, alla quale non si può non partecipare. Se si unisce il tutto al fortissimo spirito nazionale ed imperialista diffusosi a mani basse tra il finire dell’Ottocento e questo primo scorcio di Novecento precedente la guerra, si può, forse, cominciare ad intuire l’attrazione esercitata dalla partecipazione ad un nuovo conflitto europeo su tante persone dotate di elevata cultura. Se, poi, si vuole cercare un riscontro pratico a questa situazione, basti pensare che, per restare al caso inglese, il tasso di mortalità durante la guerra tra gli studenti di Oxfrod e Cambridge (ma il risultato non cambia per le altre università inglesi meno note) è stato di gran lunga più elevato, in confronto a quello dei giovani della stessa età che non erano parte del mondo universitario. Non a caso, ancora oggi sia ad Oxford sia a Cambridge si possono incontrare diverse targhe commemorative degli studenti morti o dispersi tra il 1914 e il 1918.

Gli intellettuali e gli studenti universitari, dunque, spesso e volentieri non vedono l’ora di partire per il fronte e vanno a rinforzare le lunghe file davanti agli uffici di reclutamento che si vedono durante i primi tempi del conflitto soprattutto in Inghilterra, dove il fenomeno è particolarmente vistoso.

Nel momento in cui, il 4 agosto 1914, l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania, Rudyard Kipling sta decisamente dalla parte degli interventisti più accesi. È da un pezzo che mette in guardia la nazione, nel caso scoppi una guerra. Secondo lui, l’Inghilterra non può assolutamente permettersi di farsi trovare impreparata allo scoppio del conflitto. Era opinione abbastanza diffusa, infatti, prima dell’estate del 1914, che il noto scrittore inglese fosse un sostenitore anche troppo acceso dell’imperialismo britannico.

John Kipling

Nei fatidici primi giorni d’agosto del 1914 ,dunque, Kipling ripone tutte le speranze sul figlio John, di soli 17 anni. Il padre, nonostante la giovanissima età, lo spinge in tutti i modi possibili verso l’arruolamento volontario, per partecipare allo sforzo bellico britannico. Per Kipling è assolutamente doveroso e irrinunciabile che John partecipi ad un momento tanto solenne della storia dell’impero britannico. È così che, l’anno seguente, John finalmente entra nell’esercito, riempiendo di orgoglio il già famoso padre, sempre più convinto delle sue idee imperialiste a favore della guerra in corso.
John Kipling, dunque, parte per il fronte occidentale a soli 18 anni, con il pieno appoggio della famiglia. Vale la pena di ricordare che non sarà affatto l’unico giovane della sua generazione a seguire questo destino. Alla fine di settembre del 1915, dunque, John si trova nel mezzo di quella che oggi si ricorda come la battaglia di Loos, sul fronte occidentale. Tanto per dare un’idea generale della situazione, nel 1915 la guerra è ormai dilagata ovunque e si sono già viste battaglie di enormi proporzioni, con conseguenti grandi numeri di uomini fuori combattimento. Si è già visto l’uso dei gas asfissianti, si conosce già il catastrofico fallimento dello sbarco a Gallipoli, in Turchia, durante la primavera e l’illusione della guerra breve ormai è definitivamente al tramonto. 

Il 27 settembre è il giorno che cambierà la vita sia di John Kipling, sia di suo padre che tanto ha insistito affinché diventasse un volontario di guerra. Dopo essere uscito dalla sua trincea insieme alle ondate di soldati inglesi che vanno all’attacco, John viene dichiarato  ufficialmente disperso alla fine della giornata. Nessuno sa esattamente che fine abbia fatto, dopo essere uscito dalla trincea. Non si riescono a trovare testimoni che sappiano indicare dove sia finito. L’unica cosa certa è che, giunta la sera, John non è tra coloro che sono rientrati alla base, dopo le varie ondate di attacchi della giornata.

Un memoriale ai dispersi inglesi nel quale compare il nome di John Kipling

Quando Rudyard Kipling apprende che il figlio John è stato dichiarato disperso durante la battaglia di Loos, il 27 settembre 1915, si ritrova immerso in un profondissimo trauma. Per la prima volta, il suo interventismo sfrenato si scontra con la realtà della guerra che macina morti ogni giorno. Il trauma è talmente grande che né lui, né la moglie saranno in grado di accettare, per diversi anni, il fatto che John sia morto. Entrambi sanno bene che la definizione “disperso” significa che, essendo la guerra violentissima, non è stato possibile recuperare o identificare i resti del figlio, ma non vogliono accettarlo.
Ancora a distanza di tre anni da quell’infausto 27 settembre, Rudyard Kipling oppone resistenza alle reiterate richieste da parte dell’esercito di dichiarare ufficialmente deceduto il figlio John. Alla fine, però, di fronte all’ennesima richiesta da parte dei militari, deve arrendersi. L’esercito riesce, quindi, a dichiarare in modo ufficiale la morte di John Kipling, con molto ritardo.
Il padre di John, però, non si arrende. Per lungo tempo ha coltivato l’illusione che il figlio possa essere finito prigioniero in Germania ma col tempo anch’essa è svanita, lasciando il posto all’angoscia per non aver mai saputo con certezza cosa ne sia stato dell’amato John. Pur di conoscere i dettagli della sua sorte durante la battaglia di Loos, quel 27 settembre del 1915, Rudyard Kipling è disposto a tutto.
È così che, a guerra appena finita, Kipling si mette in contatto con tutti i compagni di trincea del figlio che riesce a trovare. Li riempie di domande e prende appunti su tutto quanto gli riferiscono.
Questi contatti gli forniscono due informazioni. La prima è che quando, quel 27 settembre, John è stato visto per l’ultima volta, si dibatteva nel fango, urlando per le ferite. La seconda è che, attraverso le testimonianze dei compagni di John, è possibile individuare dove si trova esattamente la trincea presso la quale è stato visto l’ultima volta. A questo punto, Rudyard Kipling è pronto ad intraprendere un viaggio in Francia, per visitare il luogo presso il quale il figlio ha trovato la morte in guerra.

La tomba di John Kipling

Kipling, dunque, si imbarca per la Francia e giunge nella zona di combattimento dove, alla fine di settembre di qualche anno prima, è scomparso il figlio. Grazie agli appunti raccolti quando ha preso contatto con i compagni di John, è in grado di raggiungere e identificare l’esatto punto dove questo è stato visto per l’ultima volta, nella terra di nessuno.
Quando si trova lì, Rudyard Kipling si dedica ad una spasmodica ricerca dei resti del figlio. Vuole ad ogni costo trovare un brandello di uniforme o un qualsiasi resto del corpo di John, per mettersi l’anima in pace ed essere certo oltre ogni dubbio che lui sia morto proprio lì, come sostiene l’esercito.
Kipling, dunque, cerca avanti e indietro, arriva perfino a scavare alla ricerca di qualche resto identificabile, ma di John non c’è traccia. Nonostante gli sforzi, Kipling deve tornare in Inghilterra senza aver trovato alcun riscontro. Deve accontentarsi delle testimonianze dei compagni di trincea di John, già raccolte in precedenza.
Vale la pena ricordare tra le altre cose, che Rudyard Kipling è stato uno dei più noti dipendenti dell’Imperial War Graves Commission (ora non si chiama più Imperial, ma Commomwealth), l’ente inglese che si occupa della sepoltura, della ricerca dei corpi dei soldati inglesi morti per cause di guerra e del mantenimento dei cimiteri militari inglesi in tutto il mondo. Kipling, ad esempio, ha contribuito attivamente alla scelta della frase che compare in tutti i cimiteri militari inglesi: Their name liveth for ever more (il loro nome viva per sempre).
Durante tutta la sua vita, Kipling ha portato dentro di sé il trauma e il senso di colpa per la morte del figlio, di cui si sentiva diretto responsabile. Questa frase, contenuta in una delle sue poesie, sembra quasi essere una risposta a quanti si chiedono se avesse cambiato idea sulla guerra, dopo gli eventi che, nel 1915, hanno portato alla morte del figlio John: se qualcuno domanderà perché i figli sono morti, dite loro “perché i loro padri hanno mentito”.
Rudyard Kipling morirà nel 1936, senza aver trovato altre notizie sulla morte del figlio John. Una sessantina d’anni dopo, invece, sono riemersi in Francia i suoi resti, identificati grazie al lavoro della Commomwealth War Graves Commission. In questo modo è stato possibile dare finalmente una sepoltura a John Kipling, presso il cimitero di St. Mary’s A. D. S., ad Haisnes in Francia, nella zona di Pas de Calais.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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