La Rosa Bianca, una storia di antinazismo durante il Terzo Reich

Così come il mio ultimo libro parla di alcuni cittadini tedeschi antinazisti, vorrei almeno accennare ad una storia vera di persone antinaziste, sebbene essa abbia caratteristiche molto diverse da quella del mio romanzo. Non si parla spesso di tedeschi antinazisti, durante il Terzo Reich di Hitler, e proprio per questo assume una certa importanza affrontare l’argomento.

Sophie e Hans Scholl, Willi Graf, Alex Schmorell, Cristoph Probst e Kurt Huber. Questi i nomi degli animatori del gruppo della Rosa Bianca, in Germania, durante il regime nazista. Tutti più o meno ventenni, a parte il professor Kurt Huber. Tutti ghigliottinati nel 1943.
È impossibile non provare una stretta al cuore leggendo la loro storia e venendo a contatto con le parole di alcuni di loro. Erano tutti ragazzi brillanti, tutti studenti universitari nei loro anni migliori. Sebbene in Germania non si sia mai formato un movimento organizzato di resistenza contro i nazisti, è giusto ricordare che non tutti i tedeschi furono nazisti.
La colpa dei ragazzi della Rosa Bianca era semplice: aver stampato e diffuso volantini pacifisti, che veicolavano idee opposte a quelle del regime nazista. La Rosa Bianca era contro la guerra e contro lo sterminio degli ebrei e degli oppositori politici. La Rosa Bianca diffuse migliaia di volantini nei quali, pacificamente, tentava di risvegliare la coscienza dei berlinesi. Inutilmente. Pochi giorni prima di essere arrestato, Willi Graf scrisse con la vernice sul muro della sede della Gestapo la parola “libertà”. Graf, per dire, era il classico tedesco biondo facilmente identificabile come ariano dalla propaganda nazista. Era uno studente universitario di medicina, con esperienze nell’esercito al fronte, sia occidentale sia orientale, come tirocinante infermiere dell’esercito. Uno che era stato costretto a fare il suo dovere anche militare, ma che non aveva mai cambiato idea sui nazisti. Eppure fu arrestato e gettato senza problemi in prigione, insieme ai suoi compagni.

I membri della Rosa Bianca, da sinistra a destra. Sopra: Alexander Schmorell, il professor Kurt Hubner e Cristoph Probst. Sotto: Hans Scholl, Willi Graf e Sophie Scholl

Questo per ricordare che il regime nazista non colpiva soltanto gli ebrei, ma anche i cittadini tedeschi che corrispondevano alle caratteristiche “giuste” sulla razza, secondo i criteri nazisti. È doveroso ricordare come, nonostante ancora oggi troppe persone non ne siano consapevoli, i primi campi di concentramento datino fin dagli anni 1933/34, quando al loro interno gli ebrei erano pochissimi. I primi campi, infatti, furono edificati per gli oppositori politici, in particolare membri di tutti i livelli del partito comunista, operai politicamente orientati, sindacalisti e dirigenti dei partiti politici di sinistra, compresi quelli della SPD e non solo i comunisti. Fu soltanto più tardi che gli ebrei diventarono l’obiettivo primario del regime del Terzo Reich, cos’ come fu solamente dopo l’inizio della guerra che una realtà come Auschwitz (spesso nominata a sproposito) vide la luce. Tra l’altro, nei primi anni della sua esistenza, nemmeno Auschwitz aveva come suo scopo principale lo sterminio.

Torniamo, però, alla Rosa Bianca e ai suoi membri. Tutti loro, compreso il professor Huber, un insegnante universitario antinazista che partecipava alle loro riunioni, furono ghigliottinati nel corso del 1943, dopo essere stati arrestati dalla Gestapo e processati. Un processo farsa, naturalmente, durante il quale furono, senza eccezione, costretti ad assistere impotenti alla messinscena preparata per condannarli a morte. Nessuno dei membri della Rosa Bianca rinnegò i propri ideali, né fece alcunché per nascondere le proprie opinioni antinaziste, durante il processo.

Uno di loro, Cristoph Probst, aveva moglie e figli, nonostante la giovane età. Gli altri cercarono di salvare almeno lui, per consentirgli di vederli crescere. Tentarono di far leva sull’umanità dei giudici, ma fu tutto inutile. D’altronde si trattava pur sempre di un processo politico e i magistrati sapevano benissimo che per loro era decisamente più conveniente rispettare il copione previsto.

La storia della Rosa Bianca e dei suoi membri è, ancora oggi, poco conosciuta. Per questo merita di essere raccontata, ancora e ancora, facendola conoscere come esempio di umanità nel bel mezzo della barbarie. Tutto ciò sembra essere ancora più vero oggi, mentre negli Stati Uniti una scia lunghissima di ingiustizie, che affondano le radici fin nella guerra civile ottocentesca, stanno portando a conseguenze gravi ma, purtroppo, del tutto prevedibili. E non sembri fuori luogo il paragone tra le ingiustizie delle quali furono testimoni i ragazzi della Rosa Bianca e quelle degli Stati Uniti di Trump.

Per concludere, ecco alcune delle parole lasciateci da Sophie Scholl, attivista della Rosa Bianca. Sophie era una ragazza solare, che i nazisti non riuscirono mai a tenere sotto controllo, nemmeno nel giorno dell’esecuzione.

Sophie Scholl

“Il danno vero è costituito da quei milioni che vogliono ‘sopravvivere’. L’uomo onesto che vuole soltanto essere lasciato in pace. Coloro i quali non vogliono le loro piccole vite disturbate da nulla di più grande di se stessi. Quelli che non prendono mai una parte, quelli senza cause. Coloro che non passeranno all’azione con le loro forze, per paura di mettere in discussione la propria paura. Coloro ai quali non piace mettersi in mostra – o avere nemici. Coloro per i quali la libertà, l’onore, la verità e i principi sono solo letteratura. Chi vive in piccolo, muore in piccolo. È l’approccio riduzionista alla vita: se lo mantieni piccolo, lo tieni sotto controllo. Se non fai rumore, il mostro non ti troverà. Ma è solo un’illusione, perché anche loro muoiono, queste persone che raccolgono i loro spiriti in piccoli e stretti contenitori, in modo da essere salve. Salve?! Da cosa? La vita corre sempre sul filo della morte; le strade strette conducono negli stessi posti delle grandi vie, e una piccola candela si consuma esattamente come una grande torcia fiammante. Io ho scelto il mio modo di bruciare.”

Le sue ultime parole, scritte di nascosto subito prima dell’esecuzione, furono: “È una così bella giornata, piena di sole e me ne devo andare… Che importanza ha la mia morte se, attraverso di noi, migliaia di persone saranno risvegliate e chiamate all’azione?”

La speranza è che il risveglio non si riduca all’illusione di qualche idealista sconfitto.

Pubblicato da gchiarol

Autore di La Morte attende tranquilla e La crepa (Meligrana Editore)

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